Una sera di primavera un grillo di matura età scese i gradini di pietra che conducevano ad un fiume. Là erano solito dormire, o meglio accamparsi, i vagabondi di ogni specie animali. Uno dei vagabondi, una cicala, andò incontro al grillo maturo che, era vestito bene e dava impressione di un viaggiatore curioso che voleva visitare i luoghi caratteristici di una città straniera. La cicala aveva un aspetto pietoso e malconcio, proprio come tutti gli altri animali che vivevano la sua sorte, ma al grillo ben vestito e maturo parve degno di una speciale attenzione, il perché non capiva. Era come si è detto, già sera, e sotto i ponti della riva del fiume, faceva più buio che sopra. La cicala malconcia barcollava mentre il grillo maturo le andava incontro a passo dritto e sicuro sbarrandole la strada. Entrambi si fermarono l’uno di fronte all’altro. «Dove vai sorella?» chiese il grillo maturo bel vestito. L’altra lo guardò un momento, poi disse: «Non sapevo di avere un fratello, e non so dove la strada mi porta». «Io cercherò di indicarti la strada» disse il grillo maturo. «Ma non devi arrabbiarti con me se le chiedo un favore insolito». «Sono pronta a ogni richiesta» rispose la cicala incuriosita. «Vedo che hai qualche esigenza. Tu hai bisogno sicuramente di qualche euro, non te la prendere a male per queste parole! Io ne ho troppi. Vuoi dirmi di quanto hai bisogno, almeno per il momento?». La cicala ci pensò qualche secondo, poi disse venti euro. «Ma è senz’altro troppo poco» rispose il grillo maturo. «Ti occorreranno certamente molto di più trecento euro». La cicala malconcia indietreggiò di un passo, pareva sul punto di cadere, tuttavia riuscì a rimanere in piedi, pur barcollante. Poi disse:«E’ chiaro che preferisco trecento euro a venti, ma sono una donna d’onore. Pare che tu non capisca. Il denaro che mi offre non posso accettarlo per i seguenti motivi: Primo, perché non ho il piacere di conoscerti; Secondo, perché non so come quando potrò rendertelo; Terzo, perché tu non puoi chiedere la restituzione. Non ho un indirizzo. Sto quasi ogni giorno sotto il ponte o l’altro o in questo fiume. Ma come ti ho già detto sono una donna d’onore, anche senza indirizzo» «Anch’io non ho indirizzo,» rispose il grillo maturo «vivo anch’io ogni giorno in un posto diverso dall’altro nonostante ti prego di accettare amichevolmente i trecento euro». Per quanto riguarda la restituzione, devo farti un discorso più lungo per spiegarti come possiamo fare. Tanto tempo era passato dall’ultima volta che il grillo maturo la vidi. Era sul palco di un teatro: “Giardini felici”, lei cantava e recitava, la chiamavano Mimì, stella del varietà. La sua bellezza rifletteva nello specchio azzurro della sua gentilezza, scintillavano i suoi capelli d’oro nella sua bianca carne e sul rosso vermiglio delle sue labbra carnose. Un giovane cuore le pulsava puro e fiero nel petto incredulo di tanta fama. Dopo ogni spettacolo, i gentiluomini l’attendevano fuori dal suo camerino, con fiori e gioielli. Mentre lei camminava ognuno di loro si toglieva il mantello e lo poneva ai suoi piedi, segno di venerazione. Lei diva, era raggiante. Anche la gioia tuttavia è avvolta dall’insidia, così una triste mattina quando la gelida neve cadeva, il vento tormentoso delle bufere ululava nella notte le sofferenze del giorno, sparì, tra i suoi venti rudi e la fredda luce della solitudine. Di lei non si seppe più nulla. Si vociferava, che era stata sedotta e abbandonata da un calabrone gigolò spiantato che fuggi con tutti i suoi denari e gioielli. Uno scandalo per quei tempi. Da quel giorno, il grillo, allora giovane, innamorato segretamente, vagabondò in ogni luogo per trovarla. La invitò in un locale non lontano per bere un caffè, per mangiare qualcosa. Lei nonostante il suo vestito cencioso si sedette a tavola. E siccome davanti al suo posto c’era uno specchio, non poté evitare di osservare il suo viso. Fu come fare di nuovo la sua conoscenza con se stessa. La cosa la spaventò. Comprese che negli ultimi anni aveva temuto gli specchi. Non era bene vedere coi propri occhi la propria rovina. Si intimidì, confrontando la sua fisonomia con quella degli animali benestanti seduti vicino a lei. La cicala gettò una rapida occhiata sul suo abito, arrossì. Il grillo maturo capì il suo imbarazzo e le prese le mani e li congiunse alle sue. L’attimo le sembrò ideale, si fece coraggio e con voce implorante le disse «Mimì, ritorna con me ai Giardini Felici». Lei indietreggiò la mano. Molto tempo era scorso da quando udì pronunciare quel nome. La sua carne fino alle ossa vibrarono invadendone la mente con tante domande Chi è questo sconosciuto? Come sa il mio nome? Era confusa. Si spaventò, voleva fuggire da quel passato che bussava al suo cuore ancora una volta, aprendo ferite non ancora cicatrizzate. Suonava, nella mezzanotte, una fisarmonica, una lenta e dolce aria, in accordi armoniosi, si ricordò di averla cantata e ballata. Forme improvvise rischiaravano in quell’ombra guidando e sussultando ricordi. Guardò attentamente quegli occhi che portavano la sua piaga, evaporando all’istante il rimpianto, o il rimorso, ultimo livido in cui l’alba si spense. Gli spettri si agitavano lungo lo stagno ove la nebbia rievocava, lo vide seduto in prima fila, tacito, ogni sera al suo spettacolo, rimase basita. No, non poteva essere lui, si torturava. Nella speranza veemente gridò con un nodo alla gola: Anselmo. Il grillo maturo rispose con un sorriso dal sapore di primavera. Lacerata, pianse e rise all’incontro delle loro pupille. Intirizzita, meditò: sono stata punita abbastanza da quella soffocante innocenza. L’indolente maschera dell’odio non paga e il tempo stesso è sazio del male commesso dagli altri e da me, così disse timidamente «Si» sospirandolo in un tenero sorriso. Lui vedeva solo quel viso di fanciulla dai riccioli biondi, ancora non capiva se fosse un sogno o un miracolo. |


dove la strada mi porta».
Si intimidì, confrontando la sua fisonomia con quella degli animali benestanti seduti vicino a lei. La cicala gettò una rapida occhiata sul suo abito, arrossì. 


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