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Maria Tomatis

Prosa di Maria Tomatis

 

 

Briciole di vita

  “Volarono anni

                       corti come giorni“
                            Eugenio Montale
 
 
Una vita che si fa storia, si dà un senso.
Ultima nata di una famiglia numerosa, vissi un’infanzia serena a contatto con la natura.
 D’estate correvo scalza sulle strade polverose -ancora è viva in me la piacevole sensazione del piede affondato nella polvere soffice e calda- ; seduta sul carro del fieno appena raccolto sprofondavo nei profumi di quegli infiniti fili d’erba che avevano cambiato colore e a volte il rullio delle ruote mi intontiva fino alla soglia del sonno..I giochi con il fratello più grande erano cercati, ma spesso anche temuti perché talora scadevano in dispetti, piccoli ricatti o gelosie. Preferivo la compagnia dei numerosi cuccioli di animali che in cascina non mancavano mai.
Una vecchia fotografia mi restituisce i volti cari di un tempo: la mamma in abito scuro mi tiene in braccio, entrambe fissiamo sorridenti l’obbiettivo, accanto, mio padre, vestito a festa per l’occasione, guarda rigido davanti a sé, in basso i miei fratelli con un sorriso timido, calzoni al ginocchio e calzettoni pesanti, le due sorelle più grandi ai lati.
Chissà per quale occasione ci eravamo messi tutti in posa.
Primo giorno di scuola: la maestra mi chiama con un nome mai sentito prima, io non rispondo, mi guardo intorno per capire se si rivolge a qualche altra compagna, no chiama proprio me; scoprii in quel momento che il mio primo nome non era quello in cui mi ero riconosciuta fino a quel momento, ma un altro, non gradito e che continuerà a comparire solo sui documenti ufficiali .
La scuola era la mia passione, mi piaceva l’odore dei libri nuovi , essi divennero i miei veri amici. Aprirli significava, per me, entrare in un mondo nuovo, affascinante.
I libri in casa erano pochissimi, solo quelli scolastici. Provai una grande emozione il giorno in cui mi fu comprato il primo libro di lettura tutto per me, ne tagliavo con cura le pagine, poche alla volta, per prolungare il piacere del leggere. Ho pianto per la sorte di Cosetta: il libro si intitolava “ I miserabili” di Victor Hugo; era in brossura, con la copertina di un verde scuro raffigurante l’autore. 
Lo conservo ancora..
Devo molto alla maestra, mia insegnante in quarta e quinta elementare, perché fu lei a scoprire e ad incoraggiare il mio desiderio di conoscere, di studiare e riuscì a convincere i miei genitori a farmi proseguire gli studi. A quei tempi i colloqui con i genitori non erano previsti, ma la maestra voleva avere il modo di parlare con calma con mia madre, la più sensibile all’idea di avere una figlia “maestra”, e ideò un’uscita di tutta la classe fino a casa mia per poter osservare da vicino un agnellino bianco appena nato. Mentre i miei compagni scorrazzavano inseguendosi nell’aia, mia madre ricevette in cucina la maestra che le parlò a lungo delle mie qualità di bambina studiosa e intelligente e riuscì a strapparle la promessa di pensarci e parlarne con mio padre.
.La gita in cascina ebbe buon esito ed io cominciai quasi subito a prepararmi per l’esame di ammissione alla Scuola media. I miei genitori, non solo mi permisero di continuare gli studi, ma assecondarono anche la mia scelta di iscrivermi, non alle magistrali, come era parso scontato all’inizio, ma al liceo classico e poi all’università..
Lo studio per me non era un obbligo, ma una piacevole occupazione; mi permetteva di scoprire una realtà diversa, stimolante, mi faceva sentire più libera. Aprire un libro, che fosse di grammatica latina o greca, di poesia o di storia, mi dava un senso di grande libertà, quasi di onnipotenza: imparavo a memoria poesie, date e dati, tantissime nozioni che mi servirono ad allenare e a disciplinare la mente.
La vita in collegio non mi pesava affatto, la malinconia dei primi giorni fu ben presto scacciata dalla novità delle amicizie intrecciate con le compagne di stanza e di scuola, ma era soprattutto l’impegno scolastico ad assorbire gran parte del mio tempo e delle mie energie.
Un rigido orario scandiva la giornata in collegio: sveglia mattutina alle sei e trenta, mezz’ora per la pulizia personale e per riordinare il letto, raduno in Cappella per assistere alla messa, colazione in refettorio, raccolta di libri e cartelle, e via, in fila per due, a scuola. Per raggiungerla si doveva percorrere una breve strada in salita, attraversare la piazza e imboccare, in discesa,   la via delle scuole affollata a quell’ora da altre file di collegiali, maschi e femmine; noi eravamo le domenicane, poi c’erano le teresiane e poi i maschi del collegio vescovile ben separati da noi e sorvegliati da rigidi assistenti; le due suore accompagnatrici vigilavano attente su di noi, pronte a riprenderci alla prima infrazione dell’ordine e della compostezza. 
Quelle uscite di buon mattino erano, per me, un momento magico: era la “vita fuori”, mamme con figli, ragazzi a frotte, voci, rumori, profumi di pane e di dolci provenienti dai negozi aperti, odore dell’aria in autunno, luce livida in inverno, squarci di cielo, vento, sole, nostalgia di casa.
Tornai più volte in quella piazza – la nostra agorà - alla proustiana ricerca del tempo perduto, e ritrovai intatta la memoria di quei momenti e di quelle sensazioni; chiudendo gli occhi mi parve ancora di sentire il mio professore di filosofia discutere con gli studenti più grandi di Platone, di Aristotele, accompagnando le sue parole con larghi gesti delle mani e misurando, a lunghe falcate, la piazza.

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