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a cura di Anna De Vivo e Immacolata Cassalia

La maschera di ©A. I. Duhamel

La maschera

 

Antonella Iurilli Duhamel, A Rose is a rose...2007
   
“Sapete che c’è una mezzanotte in cui ognuno deve levarsi la maschera? Credete forse che vita ci consenta in eterno di prenderla in giro? Credete di potervela svignare qualche minuto prima di mezzanotte?” ….
In ogni uomo c’è qualcosa che in una certa misura lo previene all’essere perfettamente trasparente perfino a se stesso….ma colui che non può rivelarsi a se stesso non può amare e colui che non può amare è l’uomo più sfortunato della terra”
Soren Kierkegaard

 

Nell’antichità i miti venivano rappresentati mediante l’ausilio della maschera per indicare e spiegare l’esistenza di un altro mondo corredato di una sua specifica natura ed una propria estetica. L’umanità utilizzava la maschera per produrre fenomeni il cui scopo era chiarire la comunicazione tra l’uomo e gli Dei.

L’umanità era in grado di creare maschere che erano allo stesso tempo: arte e medium spirituale; forme, figure che non erano reali, che non esistevano in natura ma possedevano la peculiarità di investigare l’invisibile, di contattare l’intoccabile attraverso il riflesso delle cose naturali e tangibili, donando all'uomo uno stato non ordinario di coscienza per immergersi in quella dimensione spirituale che la coscienza di ogni giorno da sola non poteva offrire.

Da questo punto di vista e grazie al suo implicito dualismo, ogni linguaggio ed ogni strumento artistico può assolvere la funzione di maschera. La maschera non è finzione, sottolinea Roland Barthes attribuendo alla maschera una funzione animica simile a quella ascrittta dai nostri antenati quando la maschera era custodita in luoghi sacri e suscitava grande rispetto dal momento che la sua essenza sopranaturale aveva a che fare con la sua intima essenza : il carattere, il daimon.

Gli antichi greci veneravano Dioniso come dio della maschera e del paradosso. Questo dio con due facce, doppio, pazzo, trovava nel dualismo della maschera l’essenza della sua natura incarnata, presente e al contempo invisibile e trascendentale, molto prima che la Chiesa giungesse a bandirlo definitivamente come diavolo nel timore di esserne destabilizzata.

L’invisibile prende forma nella maschera da cui è rappresentato, e può catturare ciò che Ronald Barthes chiama Punctum: un insieme di piccolissime aree che tengono in ostaggio l’attenzione emotiva dell’osservatore. Barthes vede in queste piccole aree i luoghi in cui viene a collocarsi la risonanza emozionale; per ragioni sconosciute,misteriose e persino non intenzionali rappresentano il filo che visceralmente lega l’osservatore all’immagine e costituisce la differenza fondamentale tra una immagine fotografica artistica ed una artigianale.

Il Punctum si differenzia dall’altro elemento del processo fotografico da lui identificato come: Studium il quale appartiene al contesto del gusto e la cui fondamentale peculiarità è il piacere: l’essere accettato.

Il noto semiologo francese, sostiene che gli elementi tecnici sono irrilevanti ai fini del processo fotografico, dal momento che tra i grandi fotografi ne esistono veramente pochi in grado di veicolare la maschera, di offrire l’opportunità di una esperienza emotiva quanto politica.

Nel suo saggio: La camera chiara ribadisce quanto sia comune l’essere sedotti ed assorbiti dall’elemento estetico a discapito di quello di interiore emozionale, e si spinge ancora oltre, quando afferma che è l’amatore e non il professionista colui che ha più possibilità di essere maggiormente vicino allo spirito della Fotografia, proprio perché non ossessionato da quei parametri tecnici che possono facilmente scadere in una superficialità di contenuti.

Per Roland Barthes la maschera ha lo scopo di contattare lo spirito alla stessa stregua della buona fotografia ma questo avviene solo quando magicamente è fornita del punctum; questo elemento altamente energetico, vitale, vibrante e magico, che rapisce la nostra attenzione a nostra insaputa.

Sono molte le immagini eseguite con perfetta tecnica fotografica, ma solo poche sono capaci di trasmettere vita, intima verità e di fare scivolar via la maschera a mezzanotte.

©A. I. Duhamel
 

 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Testo di Antonella Iurilli Duhamel
-Opera pittorica di Antonella Iurilli Duhamel
-Redazione
-Editing: Manuela Verbasi

 

diciottomaggioduemilanove

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