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Matteo Martini [miskin]



Una creatura spiritualmente superiore
la cui idiozia consiste
in un assoluta mancanza di volontà e
una fede assoluta negli altri

 



Biografia
 
 
 
 
 
Più di una volta mi hanno detto che quando sono venuto al mondo era una bellissima giornata di luglio inoltrato quando il cielo si rannuvolò e iniziò a piovere a dirotto. Anche il mio nome è stato cambiato all'ultimo momento, mi volevano chiamare Leone ma guardando il peso decisero di cambiarlo. A tre anni non parlavo ancora, più precisamente parlavo ma nessuno mi capiva. Vivevo con la mia famiglia in una magnifica casa sugli abbaini di Milano, avevamo due cani e un gatto e quando uno di loro morì lasciammo che la corrente del naviglio se lo portasse via. Disegnavo vulcani e dalla finestra vedevo la  vita  che  si  muoveva.  Quando  passai
 
alle scuole medie vidi una mattina presidiare gli angoli delle strade con cumuli di sanpietrini pronti da tirare sulla polizia, era la coda di un epoca che si sarebbe chiusa per sempre. Non sono mai stato un leader ma son sempre stato amato da tutti. A 17 anni partii per le Filippine ospite da uno zio frate con una personalità autorevole e saggia e lavorai la terra mi dedicai alla pesca, aspettai insomma che le noci di cocco cadessero dall'albero. Tornato in Italia dopo un anno partii per il servizio militare dipingendo carri armati di bianco. Capii molto più tardi che il mio lavoro sarebbe stato fare il grafico e mi ci tuffai con passione. Scrivo da due anni e non ho mai pubblicato niente forse perchè ho sempre pensato allo scrivere come una cosa mia.
 
 
 

 

 

Recensione
 
 
 
 
 
"Miskin", pseudonimo di Matteo Martini, è una di quelle scoperte che dovrebbero essere fatte dagli operatori editoriali, i quali però, magnanimi, delegano tali compiti a noi che viviamo e agiamo praticamente nell'underground.
E' motivo di grande orgoglio per Rosso Venexiano accendere una stella sul nome in questione, ma la nostra speranza maggiore è di vedere presto pubblicati anche su carta gli scritti di questo autore. Miskin è veramente bravo ed è in possesso di una cifra stilistica personalissima. Sembra quasi incredibile che lui scriva solo da una manciata di anni.
Di sé dice: "Non ho mai pubblicato niente forse perché ho sempre pensato allo scrivere come una cosa mia". E' una cosa sua, certo; ma la sua sensibilità, pur se forse non sincronizzata con la moda culturale dominante, lo è invece - eccome! - con l'intendere la vita di molti lettori occasionali.
Prova ne è il successo del suo blog "Gonzaga" (http://miskin.splinder.com), dove ogni post può vantare commenti più che lusinghieri. Già la biografia di questo autore si legge come un romanzo: a 17 anni partì per le Filippine ospite presso uno zio frate... Lì, all'altro capo del  mondo,
 
Miskin lavorò la terra, si dedicò alla pesca... "aspettai insomma che le noci di cocco cadessero dall'albero" Tornato in Italia dopo un anno, partì per il servizio militare, "dipingendo carri armati di bianco". Capì molto più tardi che il suo lavoro sarebbe stato fare il grafico e si ci tuffò con passione. Secondo noi dovrebbe fare della scrittura il suo secondo mestiere...
Miskin scrive storie brevi, stralci autobiografici e fantasie pregne di un realismo magico; racconti spesso senza titoli (forse per non spiazzare il lettore), racconti di vita vissuta, ma anche psichedelia di stampo cinematografico. Come in Richard Brautigan, la sua scrittura è rapida e traboccante sia di dolore "oggettivo", sia di tenero e sottile umorismo.
Una prosa poetica, quella di Miskin, simile a tanti incipit di romanzi che riescono a coinvolgere fin dalla prima riga. E i versi che sporadicamente compaiono sulle pagine del suo blog sono frutto di un individuo che conosce le emozioni fluttuanti ma nel contempo sa rimanere ben ancorato alla terra: a metà tra un novello Baudelaire e il fantasma di un misconosciuto poeta-guru cinese.
franc'O'brain
 
 
 

 

 

(mercoledì, 11 gennaio 2006)
 
Evelin ha discendenze giapponesi il suo viso è incantevole, così grazioso e minuto, il suo naso è piccolo all'europea, la carnagione è molto chiara ed è più alta della norma. Proprio l'anno scorso è stata scelta fra le più belle della regione e ha ricevuto un premio come miss Cagaian, nella foto compare lei con un vestito lungo, i capelli vaporosi un po' mossi e un trucco appena accennato, il suo volto è raggiante di felicità e sullo sfondo arancione una scritta a semcerchio annuncia il suo nome. Le ragazze come Evelin tengono molto alla loro carnagione chiara e quando escono portano con se un ombrello per ripararsi dal sole, per loro abbronzarsi è una cosa disdicevole.

***
 

 

 

(domenica, 19 febbraio 2006)
 
A Gonzaga, luglio e agosto sono i mesi dei tifoni che portano la disgrazia da lontano su queste case esili e precarie come foglie al vento. Sono nella mia stanza e non riesco a prendere sonno, è in arrivo un tifone dal mare. Sono i più violenti perché di fronte a loro non hanno ostacoli. Questo ha un raggio di tre chilometri e la sua forza distruttrice è implacabile, più sono piccoli e più sono forti. Sdraiato nel mio letto di palma intrecciata guardo il soffitto e aspetto: c’è un topo nella stanza vicina che sta lavorando assiduamente, sento i suoi movimenti, il suo sgranocchiare nella sua tana: è l’unico rumore che sento. Anche i maiali sembrano aver capito l’arrivo della burrasca e restano immobili ad aspettare. Non ho mai provato una sensazione simile prima: mi sento in bilico tra una superficie ruvida e accidentata e una distesa liscia e vellutata. È un contrasto che vivo come in un sogno ad occhi aperti, lo sento sulla pelle lo immagino come una sensazione tra angoscia e serenità.

***
 

 

 

(giovedì, 23 febbraio 2006)
 
Penso a Lucrin vorrei tanto vederlo in questo momento, parlargli di questa orrenda visione della morte, così violenta, così cruda. Passano le ore ed il maiale è completamente scuoiato e squartato in due pezzi. Giacomo sta dividendo le parti, sembra eccitato da questo evento. Gli occhi gli brillano e ha uno sguardo strano un po' sadico. Penso ai vecchi guerrieri che uccidevano per impossessarsi della forza e dello spirito di chi moriva: forse è questo che si prova uccidendo un essere vivente, uno sfogo, un raptus inconsulto in bilico tra l’estrema lucidità e la follia. Si Giacomo ha provato questa sensazione glielo leggo negli occhi eccitati. Intanto il tempo è cambiato e il sole batte forte su questi pezzi di carne lucida sistemati su foglie di banano. La gente inizia ad affluire e si guarda intorno, poi sceglie il suo pezzo e se ne va via.

***
 

 

 

(venerdì, 27 aprile 2007)
 
Anche i signori che passeggiavano sul lungo mare erano contenti e si scambiavano lusinghieri convenevoli. “Buongiorno quarantacinque, tutto bene?”, “oh salve settantadue io bene ma la mia ventinove è a letto con la febbre”, dicevano scherzosamente, e la sera si ritrovavano sempre per vedere le estrazioni davanti alla televisione. Carmine guardava divertito e si immaginava questa strana stanza asettica dove un bambino scelto a caso tra i più somari in matematica sceglieva la biglia che avrebbe cambiato il corso della propria vita. Anche il finanziere sembrava avere quella patina di imperturbabilità e seguiva attento i movimenti dell’innocenza. È un gioco?, chiedeva una vecchia signora sorda che non aveva ancora capito. Carmine la tranquillizzava con dolcezza mentre nella sala man mano che estraevano i numeri le urla di gioia salivano fino ad alzarsi tutti e abbracciarsi in un furor di gioia collettiva. Seguirono tre giorni di festa grande dove non si badò a spese ballando dal tramonto all’alba, spensierati raggiungendo quel sottile eccesso di un brivido di pazzia. Anche il sindaco fece un lungo discorso retorico sul valore dei sacrifici ma fu fischiato e preso in giro da tutti. Ora Santino si sarebbe potuto mettere finalmente in proprio e pescare con la sua barca, il Cacio soprannominato così per l’eredità dell’acne giovanile avrebbe comprato la trebbiatrice nuova e il trattore, molti avrebbero avuto la dote per le figlie, altri si sarebbero spesi tutto in gozzoviglie e grandi pranzi pantagruelici. Tutti erano felici e si sa, quando il sereno insiste troppo, si prepara la tempesta.

***
 

 

 

(lunedì, 21 maggio 2007)
 
La sento chiamare in fondo alle onde del mare
viscida di vita s’aggrappa al faro della verità
e se io l’ho vista l’avranno vista tutti
sola nella notte d’inganno pronto a sfogliare la vita
come petali di paura

hanno regalato gli occhi
a chi si era dimenticato di averli

hanno nuotato tra giganti
e stretti a una crosta si respirava ancora

son ritornati narrando quello che cresce
chi dice e chi sente

***
 

 

 

(martedì, 16 gennaio 2007)
 
Giacomo dall’ultima volta che aveva tirato quel sasso non si era mai più fermato. Scendendo in Italia anche lui a sud come tanti disperati sperando sempre come quando hai un cancro. Per la prima volta si ritrovava da solo con la sua vita e questo non gli dispiaceva affatto, ma erano le condizioni eccezionali del caso che rendeva tutto più difficile, gli sciacalli sempre in agguato o masse di gente incollata, trattata come carne da macello, disposti a tutto, con ogni mezzo pur di scappare da questa macchina atroce. Spesso mancava la luce e tutto sembrava tremendamente selvaggio e lugubre mentre si cercava una casa abbandonata dove passare la notte. Pensava e sognava e tutto diventava normale e si sentiva per la prima volta sereno e senza fantasmi alle spalle. Quando arrivò a Milano si ritrovò davanti a una città spettrale, le saracinesche strappate dai saccheggi, ovunque avevano devastato i quartieri lasciando una traccia muta di un tumultuoso presagio. Guardo avanti io, diceva Giacomo per darsi coraggio, sapeva che quello che aveva alle spalle sarebbe stato perduto per sempre.

***
 

 

 

(mercoledì, 24 gennaio 2007)
 
Mi addormento in un letto di passaggio
annusando la mia precedente vita.
Treno sporco di rimpianti,
pianti implosi volano a cascate
dentro questo nostro involucro infinito.

***
 

 

 

(martedì, 27 giugno 2006)
 
Contemplo l’ordinata distesa d’acqua raccolta in vasche naturali, il tenero verde dei germogli, questa calda nebbia tutto vapore a mezz’asta e i funghi di esili palafitte come macchie sulla pelle chiara. L’orizzonte si perde in una gola profonda dove si incontrano le montagne, non si sente una foglia e sento dentro di me di essere stato accolto in un momento speciale dove tra la quiete del movimento lento dell’acqua e la mia tumultuosa emozione mi affido a questo quadro pulito. Non ci sono strade sul mio cammino, l’ultima che ho preso ha valicato la realtà e mi immagino quella sensazione unica di camminare a piedi nudi sul muschio morbido e fresco. Tutto si intreccia con ritmo in un gesto perpetuo antico, sempre uguale e diverso come le bisacce e i cappelli di questi piccoli uomini. Guardo e mi sembra di mangiare questi spazi di sapore selvatico, forte come la carne frollata. C’è un uomo davanti a me, mi guarda incuriosito, ha delle collane di conchiglie e un elmo di paglia con un pennacchio rosso scuro, indossa un kimono di iuta grezza e appoggia la mano su una lunga scimitarra, mi annusa con lo sguardo, giro il verso delle mie mani e le congiungo, un gesto molto bello che si usa qui per chiedere permesso. Come è difficile entrare nei panni degli altri, eppure ci sono quei momenti che sembra che i pensieri vadano in un unica direzione, come una conchiglia sotto il sole, ci si apre verso il mondo con le proprie fragilità con quei difetti tanto amati. Ci spieghiamo a gesti, una lingua spontanea comune a noi italiani, mi fa cenno di seguirlo e camminiamo insieme in equilibrio sui bordi dei campi di riso tra uno specchio d’acqua che riflette il tramonto e il buio delle montagne che ci abbraccia.

***
 

 

 

(martedì, 22 maggio 2007)
 
Nel fondo delle mie tasche c’è sempre qualcosa di dimenticato, sono piccole particelle insignificanti di momenti vissuti. Eppure quella biglia l’ho vinta proprio ieri, quella terra sbriciolata era quella della buca dove giocavo così tanto tempo fa, e anche un pezzo di fante di cuori trovato per la strada era rimasto impigliato nella fodera. Una volta ci misi un pulcino e me lo dimenticai rotolandomi sui campi, rimase nel buio ad occhi chiusi e che gioia ritrovarlo vivo! Quando piove vado a caccia di salamandre anche quelle in tasca resistono un po’ di giorni, quando sono morte le seppellisco nell’orto in una foglia di castagno sopra un letto di piccole pietre incastonate, sono passate da una tasca all’altra come quando oggi rubo per regalare. Spesso le mie tasche si bucavano e le cose più piccole scivolavano nella fodera in fondo, imprigionate in un labirinto scuro di cuciture e sfrangiamenti.

È lui l’inventore, l’erede di qualcosa di universale, il signor Tasca che cuce e che taglia brandelli di saggezza. Fin dai primi anni della sua vita il signor Tasca aveva quell’assoluta necessità di nascondere qualcosa che gli veniva negato, i pochi soldi li teneva nelle scarpe e tutti avevano bisacce, sacchetti per tenere le piccole cose che accompagnano la nostra vita. Tutto iniziò da uno strappo come del resto anche l’universo, e lui coraggioso guerriero sulla sua macchina da cucire delimitava il vuoto con dei rettangoli e scoprì il valore della sua libertà dove finiva proprio il suo circumnavigare. Aveva inventato le tasche per imbrogliare la gente, riempiendole di sassi ciò che avrebbe venduto pesava di più. È indubbio che il signor Tasca ha sempre avuto il difetto di rubacchiare e la tasca sia la sua che quella di altri era il tavolo da lavoro per lui. Ma anche le tasche si ribellano e senza dire niente a nessuno aprono un varco verso la libertà.

***
 

 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti:  Manuela Verbasi
-Autore di Rosso Venexiano:  Matteo Martini [Miskin]
-Recensione: Franc'O'brain
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

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