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Perle di poesia 40

 

Raoul Dufy

  

 

Mi chiedo

Mi pesa il cielo sulle orme
e
 la terra più non volo
≈ 
mi chiedo
dove ho perso gli occhi
o
quando m’ha invaso il buio
incatenandomi
agli ingranaggi
fermi
 d'un immenso vuoto
mi chiedo
≈ 
bruciano crepe del pensiero
e sfiatano emozioni
≈ 
mi chiedo
a cosa serva il cuore
ora che l’anima mi è tutto
mi chiedo
≈ 
eppure
tu mi vedi e tocchi
mentre non ci sono

©EEFF

 

 

Il guizzo

Il guizzo del bicipite
lucido disteso abbraccia le ginocchia
lo sguardo sta dietro
la pelle,
la nuca che mostra il profilo
cartilagine perfetta dentro il cerchio
percorrere la forma,
percorrerti la linfa
- nudità dimora in arte -
Raccoglierti così.

© chapucer

 

 

Estasi panica

Anno nuovo, cambia il foglio del calendario
(nel limbo azzurro dell'anime perse pescator  
cortese lancia l'amo oltre finestra)  
 
.Cosa aspetta oltre la finestra,
s'intravede la campagna aperta,
verde distesa, profilo collinare,
nell'acque Utopia si sta a specchiare

specchio specchio dell'acque del lago,
sulla riva quell'uomo lancia l'amo,
amo teso, amo malandrino,
Sirena dei sogni, ti fa l'occhiolino

Oh, pescatore, illusioni non farti,
se la lenza nasconde inganno,
cambia il foglio del calendario,
oltre quel muro, sudario, calvario

©Claudio Arzani

 

 

L'anno che verrà

Sarà un anno gravido di stelle
riccio nascosto tra foglie autunnali
un piccolo cristallo di Boemia
benevolo di frenesia
con poche mele in tasca
un bacio di Lazzaro
all'improvviso

solo una breve favola notturna
ciarlatana
con gli occhi di rugiada
gemma lucente su velluto nero
una tenue ricognizione di dolore.

Avrà valli di parole
pirati di contrada
una cotta di maglia con la croce
l'ombra di quattro cedri
in una genesi incompiuta

lo terrò stretto
fingendo tenerezza
come una moneta senza più valore
consumandolo in fretta
spiga di grano già sbiadita al sole

in un elisir di giorni astrali
vissuti nell'assenza
con mille inquisitori.

Quest'anno che verrà senza timore.

©neraorchidea

 

 

Verde,cenere e scintille

Ringrazio il buio
perché fa soffrire
senza lasciar vedere
le piatte superfici degli oggetti

c’è un portacenere
sul tavolo, è grande quanto il palmo di una mano

diversi sono i modi
per consumarsi e per finire
come scintille sulla pelle
o cenere su un soprammobile

in una mano non mia ho sentito
il bruciore e la tenerezza
il perdono e l’addio
bambina, ci si rigenera
come fuoco al vento

e oggi gli alberi sono già verdi, le nuvole
bianche hanno forme stupende,
ma non accendere la luce

ho paura di tutto ciò che è inanimato
nonostante le parole e il tempo.

©Alecon

 

Raoul Dufy

 

Intreccerò collane di mandorle.

Nell'anno che verrà credo che cercherò in primo luogo di non morire.
C'ho pensato tanto, credo ne valga la pena.
Dev'essere l'aria di festa che aleggia nei cieli delle città,
o forse è soltanto una sensazione.
Ma ho le vertigini, come su un grattacielo di cento piani,
vedo ciò che è passato piccolo come una formica,
un punto poco luminoso che si confonde col resto.
Allora, in questo caso, trovo che lottare sia dovuto.
Ci sono altri mille grattacieli davanti a me,
non ho voglia di fermarmi così presto.
Ma il mio universo alla Gotham city devo - Devo - costruirlo con due mani, e che siano le mie.
Non posso permettermi un passo falso, o rischio di cadere.
Cadere e tornare fra punti che si fanno sempre più vicini
- e incazzati -  
punti che fino a qualche minuto prima ho preso in giro?
No, eviterò il linciaggio.
Un bell'inizio non comporta una bella fine,
ma rimane il fatto che comporta un bell'inizio.

©Adelidaw

 

 

Ai miei specchi colgo te arsinoe

C'è il virginale doppio nel quale spesso accordi
su toni bradi
nessuna gelosia trafigge costati nell'essere libertà
esiziale il mercato all'essere longino affonda
sorgente s'adegua a nuovo concepimento
                                                        angelo      annuncio

il mal di patria concepisco tra paglia e madia il pane/padre
oh equilibrio nell'ignoto
non è il petto che canta
è la funzione in ceneri la finzione nel modesto profumo
a strappare tende al figlio
il fuoco eterno nel figlio
in un parcheggio indefinibile incustodibile
padre insordito d'ansia srotolo sillabe gelide a stanze d'arazzi
ai tuoi vestiti
                   il mio - solo - negli occhi solo i miei

disotterrativa depressione
                   ai miei specchi colgo

sono l'amante provoco medusa rimprovero scolorata rena
il letto non era quello che brezza ebbe voglia
quando istinto rincorre nello scroto
non è quest'amantare selvaggio a darsi  moltiplicare che voglio
il mio è riavvilcolare il segno del tempo l'anima favorevole
un'anima che sia tessitura a cimase a raggi
di mangiatoie  magie di magi
gli incensi di convinzioni / purificazioni
 
disinquina lingua
il bosco sarà vocabolario
intrecci gestisuoni
la voce dell'uomo già voce prima di nascere

crolla l’amplesso impennato nell'idea più dannosa d'un frantoio
segretamente distrugge il ponteradio d'amori cupissimi
s'interrompe la poesia estirpata
si spegne l'assedio eco nel grido contro cime adulte
appena passato tempo
per queste vie assestamenti scrosci immediati
solo la buona notte per dissetarmi alla tua voce baleni d'acque
il quello nutrito
annuncio tappi a coronarie strappate
tu soffi aliti nell'aia cardiaca
io la valva disgiunta dal coltello
tu perla più ad oriente

©manfredonia

 

 

Porte

Porte mai realmente chiuse.
Occhi
che si fanno liquide parole
a colare su di essi.
Sono pugni rappresi,
inchiodati al petto
come urla a voce spenta.
Ho inebriato la pelle
della tua saliva.
Urlato
gemente e piangente il tuo nome
ai bordi di un letto strappato.
Ho i tuoi morsi sulla pelle,
le tue labbra sugli occhi
a leccarmi in salino divenire.
E’ strano sentire ancora la tua presenza.
Nonostante il tuo nome
sia scomparso
dal mio cuore in imbarazzo.
E’ strano rileggerti
fra le mie purpuree parole.
Non ho che domande appese.
Come futili intagli.
Mentre
l’inverno s’adagia
e diviene neve.
Tu,confine spezzato.
Io piccola vedetta
alle porte dell’imprevisto tuo bacio
mentre lo scheletrico
giorno torna ad accucciarsi.
Nella tiepida notte che giunge.
In un battito d’ali.
Io, nel tuo abbraccio mi conforterò.

©Morfea77

 

 

Stanchezza

Stanchezza di volgere
occhi stellanti
a certezze irreali
di credere in forze
che non sono mai state.
Stanchezza di nascoste verità
di prendere schiaffi
che non rendi mai
di labbra gonfie di pianto
di pezzi di anima
di voglia di andartene
che qui ci stai male.

©Grizabella1

 

 

Luci d’inverno

Come monte che pende nel niente
in tormenta tracimo.
Cerchio di rami secchi,
un punto fermo allungato, una virgola,
una pausa di voce
che opacizza gli specchi.
Spoglio e in spigoli d’ombra,
sto chiotto come piccolo
che non ancora si invola,
la nostalgia dei baci di allora.
E’ uno svolo di voci silenziose
per un cielo di cenere.
Gocciolio di lento fiorire
origlio allo sfiocco di nubi.
Con il disgelo vermiglio verrà,
come prima,
un calore di vento
ad infiammare i rovi.
Ci abbisogna un ricorrente letargo
a ridestare il baleno dell’alba.
Dal silenzio riaffioro
per terra immensa e per guadi di mare.

©Francesco Ballero

 


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione:Paolo Rafficoni
-Redazione
-Autori di Rosso Venexiano
-Editing Manuela Verbasi, Emy Coratti, Anna De Vivo
-Segreteria: Eddy Braune
-Opere pittoriche dell'Artista Raoul Dufy prese in rete [per qualsiasi impedimento alla pubblicazione, per motivi di violazione dei diritti d'autore, contattaci e rimuoveremo le opere]
-Staff di Frammenti

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