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Raffaele Carrieri

Raffaele Carrieri nasce a Taranto il 17 febbraio 1905. A 14 anni interrompe gli studi e abbandona la famiglia per imbarcarsi alla volta dell'Albania. Rientra per un breve soggiorno a Taranto e riparte per stabilirsi nel 1923 a Parigi, dove conosce i poeti e gli artisti dell'epoca. Nel 1930 si trasferisce a Milano e alterna a una rilevante attività di critico d'arte su giornali e riviste un'abbondante produzione poetica: Lamento del gabelliere, 1945; Souvenir caporal, 1946; La civetta ,1949; Il trovatore, 1953; Calepino di Parigi, 1954; Ballata del povero emiro, 1955; Canzoniere amoroso, 1958; La giornata è finita, 1963;Io che sono cicala, 1967; Stellacuore, 1970; Le ombre dispettose, 1974; Fughe provvisorie, 1978.
Tra i numerosi saggi pubblicati assumono particolare rilievo: Otto pittori italiani contemporanei, 1940; Giorgio De Chirico, 1942; Modigliani, 1947; Marino Marini, 1948; Pittura e scultura d'avanguardia in Italia, 1950; Orfeo Tamburi, 1955; Il Futurismo, 1961.
Muore nel 1984 a Camaiore.

 
Benevolenza, Signore
Benevolenza, Signore:
Un poco di silenzio
Dalla mia parte,
Un poco di pace.
Un poco di cenere
Sul grande fuoco
Che ancora s’attarda.
Un poco di chiaro
Sulla mia strada,
Un poco di spazio
Al tuo fianco.
Un poco di dubbio
Nel cuore dell’uomo,
Un poco di dubbio
Nella ragione.
Benevolenza, Signore:
Un poco di grazia
Nel tuo perdono.
Pietà cuori duri
Pietà, pietà cuori duri
pietà per l'uccello migratore
che ha perduto un'ala in volo.
Pietà per l'orfano gitano
che s'è giocato a carte
sella e cavallo
suicida in una prigione.
Pietà per il giovane Nessuno
ucciso in Cina
o un qualsiasi altro luogo
clima razza condizione.
Pietà per chi muore all'impiedi
dentro una camera d'affitto.
Pietà per chi cade
pietà per chi si lascia cadere.
Pietà, pietà cuori duri
voi che siete sempre seduti
e apprendete dai giornali
la morte degli altri.
 
Le strade
Quello che sono e sono stato
domandatelo alle strade
dei paesi della sete.
Tufi lucertole spine,
bell'uva sulle colline
dove fui ladro di galline.
Strade di cenere e pomice
lavorate dallo scorpione.
Dove ramingo io vissi
la cicala ancora muore.

Quello che sono e sono stato
domandatelo alle strade.
Una dice, scatenato!
E mostra le ferite
che fuggendo ho lasciato.
Dalle braccia di mia madre
dalle mani dell'amata
sempre fuggiasco sono stato.
Da me solo inseguito
braccato, colpito.

Re per un giorno
per cent'anni povero.
Soldato bracciante gabelliere:
su ogni nuova strada
nuovo mestiere.
Domandate ai sentieri della neve
alle doline alle cordigliere
quello che sono e sono stato.
Domandatelo alle strade.

Alla malora carte
cartigli e scartoffie
che potevano darmi gloria.
La vita ho consumato
su carta e inchiostro.
Mio Dio quanto ho limato
notte e giorno.
Mio Dio quanto ho penato.

L'asino di Gerona
Il falegname che batte il legno
nulla sa di ciò che duole e non duole
e ha cura della sua mano
quando forte percuote.
Nessun legno ha mai detto:
ahi! falegname, mi fai male!
La pietra si lascia rompere
dal tagliapietre,
l'asino del padrone.
Questo povero animale
poggiato come un arnese
l'asino è di Gerona.
Io che sono cicala
Io che sono cicala
per te canto.
Per te canto
che stai zitta,
sola in ombra
nella casa grande.
Si addice al mio verso
Si addice al mio verso
l'andamento leggiero
e l'odore bruciato
del fuggiasco.
Si addice il vento caldo
che fa spuntare
astri all'aglio
nella fornace di sabbia.
Nasce per la rabbia
lo spinoso cardo
e la capra consola
col suo fiore.
Il silenzio non mi salva
Il silenzio non mi salva
la parola non mi aiuta.
Muri aggiungo muri tolgo.
Più mi scopro più mi nascondo.
 
Ho perduto vecchi amici
Ho perduto vecchi amici
che sembravano fedeli,
e altri più giovani e leggieri
sono usciti dai muri
come ladruncoli svaniti.
Se ne sono andati quasi tutti
in punta di piedi,
ballerini incapaci
che fingevano volare
verso frontiere assicurate.
Nessuno si voltò a guardare
dalla mia parte informe
dove, dopo le rovine,
la musica ricominciava.
I chiodi
I chiodi mi fanno male
E io mi metto a ballare
Per dare sollievo alla voce
E placare latrato di cane.
La cenere diventa neve
Il cielo pietra nere
E io mi metto a ballare
E io mi metto a ballare.
Fra poco
Fra poco
Consumato l'ultimo
inchiostro, fra poco
fra poco sarò pronto.
 
La morte di Kennedy
Nella molto ricca città di Dallas
la Speranza si mise a piangere
e il sole si nascose per non vedere.
Nella bandiera dello Stato del Texas
c'è una sola stella
e quell'unica solitaria stella
quel venerdì diventò nera.
Nella molto ricca città di Dallas
la Speranza piangeva.
All'oscuro la Speranza piangeva
perché la luce era diventata nera
e la verità cieca.
Le campane, le campane, tutte le campane
delle ottocento chiese
della molto ricca città di Dallas
la sera del venerdì restarono mute,
mute in gramaglie.
E quando il lutto le scosse,
quando il lutto le percosse,
le campane, le campane, tutte le campane
della molto ricca città di Dallas
si misero a piangere la morte.
Solo
Ora che sono solo
Per amici ho
Gli uccelli d’inverno.
Piumaggio di poco conto:
Canto scialbo,
Canto solitario.
Ora che sono vuoto
Quante stanze alle spalle,
Quante porte.
Alla vista del merlo
Forte batte il mio cuore
Quieta luna
Come la quieta luna di settembre
La sera il poeta fa lume
E le tenebre sbianca.
Il muro degli orti scavalca,
Si affaccia ai ponti;
Accompagna i treni in viaggio
Che si perdono nella pianura.
Il poeta come la luna
Non distingue prigioni, castelli.
Le pietre sono sorelle
E gli uomini tutti fratelli.
 
Non una sola volta
La Morte non viene una sola volta
E bisogna saperla riconoscerla.
Non è la Signora con la faccia mangiata
Come si vede nei frontespizi latini.
Spesso è gentile e ha buoni modi:
Non toglie nulla di vistoso.
Le basta che muoia una cosa
Una sola, diversa ogni volta.
E ci toglie dalle mani la rosa.
Lamento delle 0,20
Signore, tu mi lavori senza tregua.
Nell'inverno mi lavori e nell'estate,
nei giorni delle feste consacrate.
Nei mesi pari e in quelli di trentuno
Col sole con la pioggia con la luna.
a ore, a settimana, a cottimo, a giornata.
Come il canuto operaio della ferriera
tu mi cuoci mi sciogli e non ti bruci.
 
La mia barca
A secco ho tirato la mia barca
e l'acqua mi ha compianto,
ha compianto il vecchio marinaio.
Nella bonaccia nella tempesta
fedele sono stato alla mia barca.
Lontano va il mare e non si stanza.
Le ore risparmio
Di giorno in giorno
Le ore risparmio
Come un avaro,
Le notti trattengo.
Che danno l’inganno:
Sfuggo il tempo
E divento vecchio.
Le parole che dice
Le parole che dice
non dicono niente.
Ma quando ride,
e ride sovente,
il silenzio splende
la morte si diverte.
I braccianti
Al chiuso restarono le donne
come ombre di rondini
sui muri di calce.
Su moli e gettate
nessuno pianse
la partenza dei braccianti.
 
Testi e scelta delle poesie di Antonio Ragone e gingimbre
Editing di Anna de Vivo
Redazione di Rosso Venexiano
 

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

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