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Magazine

Copertina del Magazine di Natale

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a cura di Anna De Vivo e Immacolata Cassalia

racconto

Gli occhiali a specchio

Tom Smith era un ex ispettore di polizia, di un comune commissariato della città, collocato a riposo anticipatamente per i suoi gravi problemi di salute, dovuti alle molte sigarette fumate ogni giorno e che avevano finito per impedirgli di respirare agevolmente. Così si era trasformato in "topo" d'archivi giudiziari, ai quali aveva non ufficiale accesso, grazie alle vecchie amicizie allacciate quando era in servizio. Cercava, per conto di scrittori di gialli, thriller e storie horror, stralci di rapporti o sentenze su fatti di sangue del passato, archiviati al termine di infruttuose indagini che furono svolte al tempo in cui avvennero oppure a seguito di sentenza passata in giudicato. Fatti cruenti da sensazione o mistero. Aveva già fornito spunti per racconti ma, a tuttora, niente di veramente eccezionale, almeno per i suoi committenti. Durante una delle sue ricerche, in una delle stanze dove conservavano i documenti più vecchi, che parevano dimenticati dalla burocrazia giudiziaria, si imbatté per caso, come pare sia di prassi nelle cose di eccezione, in un fascicolo cartaceo legato con spago grosso alla regolare cassetta dei reperti e con la indicazione dei dati salienti sulla copertina: Omicidio Sue One Saint, 23 marzo 1766; Autore sconosciuto; Indagato n.n.; Esito procedimento: archiviato. Dopo tanto tempo il fascicolo avrebbe dovuto essere distrutto ma, inspiegabilmente, era lì. Polveroso in disordine apparente, ma sul ripiano dei documenti conservati. Dette una scorsa alle prime pagine del rapporto: vittima una donna di circa quaranta anni, nubile prostituta, uccisa a coltellate, in un vicolo della zona peggiore del più tristo quartiere della città. Nessuno reclamò la salma, nessuno si presentò a testimoniare; mai trovata l'arma del delitto. ...Leggi tutto »
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I temporali

Da qualche tempo ho smesso di immettermi con il raccontare i miei ricordi e di parlare del mio (fantastico) corso all'unitre. Ci riprovo
 I temporali.
 I temporali erano  avvenimenti che  portavano scompiglio particolare in paese.  Il suo arrivo faceva correre Eugenio (il sacrestano)  a suonare le campane per allontanare questa iattura capace di distruggere un raccolto frutto del lavoro di un anno intero.  A me piace ricordare che al primo accenno di tuono, ero sicura che Donna Elvira sarebbe arrivata a casa nostra per superare la paura.  Io attendevo quei momenti perchè la signora, per distrarsi cominciava a raccontare storie delle antiche famiglie del  paese  delle quali conosceva ogni storia. Misteri che lei raccontava e che io letteralmente bevevo.
 In queste incursioni, a volte, mi insegnava filastrocche da lei apprese nella sua fanciulleza, Tra queste:
 
La pigrizia andò al mercato
ed un cavolo comprò.
Mezzigiorno era suonato 
quando a casa ella tornò.
Cercò l'acqua, accese il fuoco
si sedette e riposò.
Ed intanto poco a poco
anche il sole tramontò.
Così persa ormai la lena
sola al buio ella restò
ed a letto senza cena
la meschina se ne andò.
 
Credo di averla ricordata bene ma se qualcuno la conosce e ho saltato qualcosa, mi fa piacere saperlo.
Altra, credo più conosciuta:
 
Cera una volta un re
seduto su un canapè
e disse alla sua serva
raccontami una storia
e la serva cominciò:
C'era una volta un re
seduto su un canapè
e disse alla sua serva.....
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Ristorante cinese

Un tavolo con tovaglia immacolata e, sopra, un vasetto di fiori rossi, una musica in sottofondo...
Un sorriso cordiale per noi, clienti da anni.
Nel tempo è diventato un’occasione in più per i “che cosa facciamo stasera?” E i ricordi si accavallano ...situazioni diverse, amici diversi.
Di loro sappiamo poco, oltre al nome incomprensibile: una madre di età indefinibile, un figlio che si muove con la grazia di un torero, delle figlie che nel tempo si sono “moltiplicate”.
Nel tempo anche i sorrisi e i piccoli regali “cinesi”.
Siamo stati testimoni delle alterne vicende di questi ristoranti. Periodicamente, notizie più o meno credibili e diffamatorie li hanno avuti per oggetto. I piccoli orientali hanno continuato imperterriti a sciorinare le loro tovaglie pulite e a cucinare piatti gustosi, a prezzi decisamente concorrenziali.
È stato in occasione di una cenetta felice, per noi, annaffiata da birra cinese, in una serata ventosa di scarsa affluenza di pubblico, che abbiamo assistito interdetti a un fatto da noi giudicato molto severamente e che ci ha lasciato costernati (ancor ora, se vogliamo pensarci).
A un tavolo non distante dal nostro alcuni giovani, sei o sette, sedevano allegri, facendo onore allo “chef”, creando simpaticamente un po’ di scompiglio in quella stanza al secondo piano di una casetta che dava su una strada deserta, in una serata invernale. Ogni tanto qualcuno si alzava, scendeva la scaletta e andava a fumare al portoncino d’entrata. Fra una sigaretta e l’altra si avvicendavano le ordinazioni.
Alzando gli occhi dal mio piatto, nel silenzio generale, vidi il tavolo accanto vuoto, con i resti ancora abbondanti di una cena interrotta. Chiesi al mio compagno: “Hanno già finito?”
“Saranno giù a fumare”, rispose. ...Leggi tutto »
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Nick: un can_pagno

 
 
Nick ha quasi dieci anni. Basso di statura, ma robusto, un carattere equilibrato. Solo la furbizia e l’abilita` con cui affronta situazioni nuove lasciano intuire la sua infanzia di trovatello. Io conducevo un’esistenza ritiratissima sola casa e lavoro, niente cinema, niente cene con gli amici. Ovviamente non possedevo una vita. Eravamo già arrivati a venerdì non sapevo se gioirne o esserne delusa, anche se la coscienza mi rimordeva per quest’ultimo, ignobile, sentimento poichè la vita è sempre un prezioso dono.
Alle 16.26, quando già stavo pensando di tornare a casa dal lavoro, arrivò la telefonata: Nick ululava…
Mi scaraventai sulla bicicletta, odiandomi per non aver preso l’automobile proprio quel giorno, e corsi a casa mentre cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia.
Indossai rapidamente la felpa col cappuccio. Dopo pochi chilometri la pioggia era diventata un acquazzone e pensai che avessi dimenticato lo zaino. Di tornare indietro nemmeno parlarne, così mi fermai ad un punto vendita alimentari per acquistare qualcosa per la cena.
Trovai Nick sulla soglia della porta a bocca aperta e con la lingua penzoloni aveva qualcosa da dire.
“ Bè, a quest’ora arrivi”
Il cane di taglia piccola tende ad essere più nevrastenico e prepotente di quello di taglia grossa. Nessuno di loro vi confida mai debolezze e preoccupazioni e se provate a insistere, vi ringhia.
Entrammo in casa senza salutarci.
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Alla pensione Miramare

La signorina Eugenia entrò nella pensione Miramare con quel suo passo corto e veloce che la faceva apparire sempre di corsa e impegnata. Appoggiò la borsa di paglia sul tavolino e si sedette su un’ampia poltrona sistemando con attenzione la gonna plissettata color rosa cipria. Solo allora si concesse un sospiro di soddisfazione. Mancava ancora un’ora prima che venisse servita la cena, ma l’anziana donna voleva essere sempre la prima ad entrare nella sala e a prendere posto al tavolino all’angolo, sempre lo stesso da vent’anni a questa parte. Era il posto migliore perché da quella posizione, allungando appena appena il collo, era possibile vedere in lontananza una striscia di mare al fondo di un budello ingombro di cassonetti dell’immondizia.

 

Tirò fuori dalla borsa un ventaglio e iniziò a muoverlo energicamente avanti e indietro; ciò nonostante neppure un capello si sollevò dagli stretti riccioli dai riflessi azzurrini, così fissi e precisi da sembrare scolpiti.

-Buonasera, signorina. Oggi è rientrata prima del solito.

-E sì, signor Pietro, ma domani parto e devo ancora preparare alcune cose.

-Già, il tempo vola proprio! Mi sembra che sia arrivata solo ieri, invece è già ora di ripartire… Ha trascorso una bella giornata?

-Sì, sì! grazie. Per fortuna non ha piovuto. Avevo con me l’ombrello, però sarebbe stata ugualmente una bella seccatura e un gran brutto modo per terminare le vacanze. 

Pietro, il proprietario della pensione, annuì, poi tornò a sfogliare il registro degli ospiti, fingendosi indaffarato e cercando di nascondere il sorriso che gli era salito alle labbra nel ripensare a quanto era successo nel pomeriggio.

Un paio di ore prima, infatti, aveva visto la signorina Eugenia uscire dalla pensione dopo il consueto riposino pomeridiano e, tempo un minuto, rientrare precipitosamente come se fosse inseguita da qualche malintenzionato.  

avrebbe detto l’indomani, un attimo prima di partire. Ogni anno, infatti, terminata la vacanza, prenota

-E’ successo qualcosa?- le aveva chiesto preoccupato.

-No, no! Temo però che pioverà ed è meglio che prenda l’ombrello- aveva risposto, quasi senza fermarsi, la donna dal fisico minuto mentre si dirigeva con insospettata rapidità verso l’ascensore.

L’aveva vista riapparire dopo poco brandendo soddisfatta un piccolo ombrello da borsetta e uscire definitivamente dall’albergo. L’uomo, allora, si era affacciato sulla porta e aveva guardato perplesso il cielo terso, fino a trovare una piccola, lontanissima nuvola color polvere.

Aveva scosso la testa sorridendo: conosceva bene quella vecchia cliente e le era affezionato, tanto che la considerava  persona di casa. Poteva ad esempio scommettere su cosa gli va immancabilmente per l’anno successivo: “Mi raccomando, signor Pietro, mi tenga una stanza per il prossimo giugno. Se ci saranno impedimenti glielo farò sapere per tempo, ma mi sento più tranquilla se lei prendesse nota sin da ora della mia prenotazione”. Poi sarebbe rimasta ferma davanti al bancone per verificare con i propri occhi che appuntasse per iscritto la sua richiesta.

Nell’attesa di spostarsi nella sala da pranzo, la signorina Eugenia, posato il ventaglio e riacquistata la calma, passò in rassegna il contenuto della borsa, rovesciandone gran parte sul tavolino. Pietro rimase ad osservarla mentre rimetteva a posto ogni cosa, affascinato dalla serietà con cui la donna annuiva compunta di fronte ogni pezzo che prendeva in mano prima di riporlo con delicatezza in fondo alla borsa come fosse un oggetto prezioso. Una delle prime volte in cui Pietro aveva assistito a tale operazione, vedendo diverse scatole di medicinali, aveva espresso il suo dispiacere nel saperla non in ottima salute.

“Ma io sto bene, ringraziando il cielo!” aveva protestato vivacemente la signorina. Poi aveva continuato: “Però se mi venisse all’improvviso un po’ di acidità di stomaco o un mal di testa o un calo di pressione almeno ho da curarmi. Sa, mica si può sapere quando si sta male. E se fosse di domenica o di sera? o se mi trovassi in un posto sperduto?”

A quel punto Pietro aveva annuito, senza avere il coraggio di ribattere davanti a quella considerazione.

Con il tempo era venuto a conoscenza della storia dell’anziana signorina che, avendolo preso in simpatia, a più riprese si era confidata con lui.

Eugenia aveva sempre vissuto con la madre vedova e l’aveva accudita giorno e notte quando la donna aveva trascorso i suoi ultimi anni immobilizzata a letto.

“E’ stato giusto così. Sa, dovevo tanto a mia madre. Quella santa donna mi ha allevata da sola perché è rimasta vedova subito dopo la mia nascita e per tirarmi su ha dovuto fare mille sacrifici. Non sa quante volte mi ha raccontato d’aver fatto per anni due lavori contemporaneamente, dormendo sì e no un paio di ore per notte, pur di non farmi mancare niente. Mi ha fatto studiare e appena mi sono diplomata ha lasciato il suo impiego nella ditta in cui lavorava per fare posto a me. Pensi che il giorno dopo dell’esame già lavoravo! Ma la mamma ha continuato a darsi da fare per me: tornavo a casa e trovavo la cena pronta e le camicette stirate. Io le dicevo di non farlo, di riposarsi, ma lei non mi stava a sentire: se decideva qualcosa non c’era verso di farle cambiare idea. E, grazie a lei, non ho mai fatto colpi di testa”.

A Pietro sembrò di cogliere un breve sospiro prima che Eugenia riprendesse a raccontare:

“Anche quando un collega mi ha fatto delle proposte, mia madre mi ha fatto ragionare. Pensaci bene, mi diceva. E se si volesse solo divertire e poi ti lascia? Tutte le sere quando tornavo a casa dal lavoro mi chiedeva come si era comportato, se parlava di matrimonio, se guardava le altre ragazze. E a forza di rifletterci e di rimandare dopo un po’ di tempo quel collega si è limitato a salutarmi e alla fine si è messo a frequentare una certa Elisa, una dell’ufficio contabilità. Come vede aveva avuto ragione mia madre nel mettermi in guardia”.

Alle sette in punto la signorina Eugenia si alzò dalla poltrona e si spostò nella sala da pranzo.  

La cena non fu lunga. Molti tavoli erano vuoti perché la stagione estiva era appena all’inizio. Con la consueta efficienza la moglie di Pietro, aiutata da una ragazza, servì il menu previsto per quella sera e, alla fine, lasciò su ogni tavolo il cestino della frutta.

La donna poi andò verso il bancone del bar, in fondo alla piccola sala, dove suo marito stava preparando i caffè.

Stava dando un’occhiata in giro per vedere che tutti fossero serviti, quando sottovoce sibilò:

-Ma guarda la signorina Eugenia! Guardala come è lesta ad infilare la frutta nella borsa. Ecco, queste cose proprio non le concepisco!

-Ma tu che ne sai? E se stanotte le venisse improvvisamente fame?

Di fronte allo sguardo sconcertato di sua moglie proseguì:

-Lasciamo perdere, non importa … Porta invece questi caffè prima che diventino freddi.

Un giorno le avrebbe parlato della vita della signorina Eugenia.

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Via dal recinto.

Da sempre desideravo, voluto, un chilometro di mondo tutto mio, per spargermi e disperdermi, invadere, tutta la meraviglia là fuori. Fantasticare attorno a qualsivoglia stimolo ti sfiori, t’impatti, ti sussurri o gridi. Colori, rumori, motti che fanno sempre sorridere gli adulti, che si dilungano poi a commentare sulla tua intelligenza, arguzia o scempiaggine manifestata appena, senza sospettare un minimo per vedere, casomai, fosse esibizione infantile, o frutto di una tattica per attirare la loro attenzione. E avvertivo che potevo accedere a qualcosa di più, soltanto se profittavo dell’infanzia, alle quale, era palese, con la famosa locuzione: se non fossi così giovane…, veniva concesso moltissimo. Perché poi cresci, in casa dove regole  familiari, convenzioni, necessità sono stampate  e le porte si chiudono ogni volta che hai voglia di andare. Nella scuola, in un’aula, dalle porte guardate, aperte e subito chiuse dietro di te, quasi potessi fuggire, chissà dove poi, se tutti erano, sono, d'accordo bonariamente o meno, di riportarti a casa. Allora, una volta dentro, cercavo alla finestra, dalla finestra il mio veicolo preferito, la fantasia, su cui volare via lontano. Viaggiavo lunghi minuti via da lì : ..lavavo il ponte della nave dell’Olonese (bellissimo nome) che mi consegnava un daga al merito;…… rientravo, rincorso dai gendarmi, nella Corte dei Miracoli, mostravo la bellissima collana rubata, ero compensato con una moneta d’argento dal lenone… e, infine, quasi sempre finire, inopinatamente, costretto tra muro e lavagna. Grida e scappellotti al ritorno a casa, la solita predica sul senso di responsabilità, sulla fortuna di poter andare a scuola, anziché già al lavoro come tanti coetanei. ...Leggi tutto »
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Underground

Underground... una calca impressionante! Una popolazione multietnica, variopinta, veloce, sfrecciante, ma nel suo insieme apatica. Il mio olfatto stuzzicato da un’infinità di odori gradevoli e meno. Si può riuscire a delineare com’è una persona anche da questo semplice movimento di inspirazione dell’aria e di decodifica degli odori. Così a breve ti appare il tipo o la tipa, la qualità del profumo o la dozzinalità del deodorante più economico, l’olezzo della pelle non lavata, la stiratura del colletto della camicia, il colore della stoffa del cappotto o dei giacconi. E non è tanto ricercare una corrispondenza fra odori, colori e censo di appartenenza, ma è un voler indagare più che altro sul “come” quella persona si presenti al nuovo giorno e ai contatti che si susseguiranno. Mi piace questo gioco di specchi, che faccio, ma tengo per me.

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Inizio di giornata

Come al solito arrivavano insieme. Prendevano lo stesso treno alle 7,22  alla stazione  di … tutti i lunedì e giovedì. Gli altri giorni ognuna completava l’orario in scuole differenti.
Per quell’anno nel medesimo corso, una insegnava italiano, l’altra storia e geografia, alla stesse classi.
Alle otto meno dieci,  in un copione abusato, Lidia e Sara entravano nel cortile dell’Istituto Professionale Thomas A. Edison, fra due ali di allievi. Lidia, cinquantenne molto curata nell’aspetto e molto imbarazzata, cercava di camminare meno rigida, senza muovere troppo le spalle, sentendosi osservata da cento occhi, pensando se la sua capigliatura fosse OK.
Sì,  pensava proprio: “OK”  perché era moderna e simpatica e spiegava la letteratura italiana come se gli autori fossero stati vivi, lì, a portata di mano, coi loro difetti e pettegolezzi.  
L’altra aveva dieci anni di meno. Della stessa altezza, ma un po’ più tozza. Indossava mocassini bassi e aveva capelli neri e mossi. Non era antipatica e possedeva una certa ironia. Con lei la storia era una fiaba e nel contempo un’interessante disamina dei fatti; per lei non era necessaria una data precisa, bastava l’individuazione del periodo storico (decennio più, decennio meno). La geografia che spiegava era come un viaggio affascinante attraverso i continenti su di una nave affollata di emigranti. Sul ponte c’erano tutti gli allievi urlanti che salutavano quelli che erano rimasti a terra,  col fazzoletto al vento. Ma ai ragazzi dai quindici ai diciannove anni, già uomini e donne, con le loro piccole felicità e i loro molti problemi, interessavano le prof per quello che erano non per quello che spiegavano. ...Leggi tutto »
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Tanti piccoli soldatini

Ricordo il mio nome, il numero di matricola che pazientemente mia madre aveva ricamato su mutandine, magliette, asciugamani e le poche cose che la piccola valigia poteva contenere. Il treno che da Milano portava alla colonia era stracolmo di bambini, ragazzini urlanti, vocianti ed eccitati per l’esperienza nuova o l’agognata vacanza. Era una Milano del primo dopoguerra quella che il treno si lasciava alle spalle e tutto intorno ancora aveva il colore, il sapore di un periodo appena trascorso. Il viaggio in verità era assai breve: meta la Liguria, destinazione Chiavari, precisamente la colonia Leone XIII, fulgido esempio delle politiche sociali del ventennio passato. Che volete che importi, che volete ne sapesse un bimbo di 6 anni, mentre incolonnato con altri 100 attendeva di presentarsi all’appello e al controllo medico? Seguendo la suora di turno che impartiva ordini come un caporalmaggiore arrivai finalmente a destinazione e si compì così la mia iniziazione: divisa, schedatura, visita e purga di rigore, non si sa mai, il cambio d’aria... Ricapitoliamo: il numero di matricola ce l’avevo, la divisa pure, schedato ero schedato.. la purga aveva fatto effetto…un perfetto piccolo soldato. Che volere di più? “Signore….signore…” la voce gentile di un’infermiera mi svegliò da quel sogno fatto ad occhi aperti mentre attendevo il mio turno per la consueta visita di controllo. Mi guardai attorno e pensai: tutto era cambiato per rimanere tutto come prima. Tanti piccoli soldatini.

 

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La spiaggia di Eva

I grandi occhi  di Eva si aprirono a fissare il soffitto della stanza. I pensieri presero in quell’istante ad affollare la sua mente. Sbatté le palpebre e volse lo sguardo verso la finestra spalancata. I raggi del sole entravano dolcemente, sfiorando i suoi capelli sciolti sul cuscino. Con i fasci luminosi faceva il suo ingresso anche la voce del mare. Giungeva come un’ antica e commovente cantilena a rammentarle l’imperfezione del suo cuore. Solo una candida striscia di sabbia  separava il mare dalla sua casa, per quella ragione l’aveva scelta: “apro la finestra e sono sul mare!” si era detta appena  l’aveva vista. Eva richiuse gli occhi per un istante, e quando li riaprì discostò dal suo corpo le coltri. Si sedette sul letto e, sollevatasi diresse i suoi passi verso la porta. Senza prestare attenzione allo spettacolo che si svolgeva alle sue spalle, …come se il suo animo fosse stato in grado di apprezzarlo. Varcò quindi la soglia della sua camera e percorse  il buio corridoio, per giungere poi nella cucina. Il vaso di vetro e il piccolo pesce rosso attirarono la sua attenzione, due passi e vi si trovò innanzi. Aprì l’anta della credenza per estrarne il piccolo contenitore del mangime e versarne una presa. Appena il cibo raggiunse la superficie dell’acqua il piccolo inquilino si proiettò su di esso e iniziò a banchettare. Un lieve sorriso comparve sul volto della donna, che subito si allontanò e aprì il cassetto dei medicinali. Flaconi su flaconi riposti ordinatamente in fila come bravi soldatini, uno di fianco all’altro.  Afferrò quindi tre contenitori ripieni di piccole perle, piccoli perfetti gioiellini. Prima di varcare ancora la porta si voltò un’ultima volta verso il pesce e la ...Leggi tutto »
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Tag. Poesia Orientale
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