Gli occhiali a specchio
I temporali
ed un cavolo comprò.
Mezzigiorno era suonato
quando a casa ella tornò.
Cercò l'acqua, accese il fuoco
si sedette e riposò.
Ed intanto poco a poco
anche il sole tramontò.
Così persa ormai la lena
sola al buio ella restò
ed a letto senza cena
la meschina se ne andò.
seduto su un canapè
e disse alla sua serva
raccontami una storia
e la serva cominciò:
C'era una volta un re
seduto su un canapè
e disse alla sua serva.....
Ristorante cinese
Un sorriso cordiale per noi, clienti da anni.
Nel tempo è diventato un’occasione in più per i “che cosa facciamo stasera?” E i ricordi si accavallano ...situazioni diverse, amici diversi.
Di loro sappiamo poco, oltre al nome incomprensibile: una madre di età indefinibile, un figlio che si muove con la grazia di un torero, delle figlie che nel tempo si sono “moltiplicate”.
Nel tempo anche i sorrisi e i piccoli regali “cinesi”.
Siamo stati testimoni delle alterne vicende di questi ristoranti. Periodicamente, notizie più o meno credibili e diffamatorie li hanno avuti per oggetto. I piccoli orientali hanno continuato imperterriti a sciorinare le loro tovaglie pulite e a cucinare piatti gustosi, a prezzi decisamente concorrenziali.
È stato in occasione di una cenetta felice, per noi, annaffiata da birra cinese, in una serata ventosa di scarsa affluenza di pubblico, che abbiamo assistito interdetti a un fatto da noi giudicato molto severamente e che ci ha lasciato costernati (ancor ora, se vogliamo pensarci).
A un tavolo non distante dal nostro alcuni giovani, sei o sette, sedevano allegri, facendo onore allo “chef”, creando simpaticamente un po’ di scompiglio in quella stanza al secondo piano di una casetta che dava su una strada deserta, in una serata invernale. Ogni tanto qualcuno si alzava, scendeva la scaletta e andava a fumare al portoncino d’entrata. Fra una sigaretta e l’altra si avvicendavano le ordinazioni.
Alzando gli occhi dal mio piatto, nel silenzio generale, vidi il tavolo accanto vuoto, con i resti ancora abbondanti di una cena interrotta. Chiesi al mio compagno: “Hanno già finito?”
“Saranno giù a fumare”, rispose. ...Leggi tutto »
Nick: un can_pagno

Alle 16.26, quando già stavo pensando di tornare a casa dal lavoro, arrivò la telefonata: Nick ululava…
Mi scaraventai sulla bicicletta, odiandomi per non aver preso l’automobile proprio quel giorno, e corsi a casa mentre cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia.
Indossai rapidamente la felpa col cappuccio. Dopo pochi chilometri la pioggia era diventata un acquazzone e pensai che avessi dimenticato lo zaino. Di tornare indietro nemmeno parlarne, così mi fermai ad un punto vendita alimentari per acquistare qualcosa per la cena.
Alla pensione Miramare
La signorina Eugenia entrò nella pensione Miramare con quel suo passo corto e veloce che la faceva apparire sempre di corsa e impegnata. Appoggiò la borsa di paglia sul tavolino e si sedette su un’ampia poltrona sistemando con attenzione la gonna plissettata color rosa cipria. Solo allora si concesse un sospiro di soddisfazione. Mancava ancora un’ora prima che venisse servita la cena, ma l’anziana donna voleva essere sempre la prima ad entrare nella sala e a prendere posto al tavolino all’angolo, sempre lo stesso da vent’anni a questa parte. Era il posto migliore perché da quella posizione, allungando appena appena il collo, era possibile vedere in lontananza una striscia di mare al fondo di un budello ingombro di cassonetti dell’immondizia.
Tirò fuori dalla borsa un ventaglio e iniziò a muoverlo energicamente avanti e indietro; ciò nonostante neppure un capello si sollevò dagli stretti riccioli dai riflessi azzurrini, così fissi e precisi da sembrare scolpiti.
-Buonasera, signorina. Oggi è rientrata prima del solito.
-E sì, signor Pietro, ma domani parto e devo ancora preparare alcune cose.
-Già, il tempo vola proprio! Mi sembra che sia arrivata solo ieri, invece è già ora di ripartire… Ha trascorso una bella giornata?
-Sì, sì! grazie. Per fortuna non ha piovuto. Avevo con me l’ombrello, però sarebbe stata ugualmente una bella seccatura e un gran brutto modo per terminare le vacanze.
Pietro, il proprietario della pensione, annuì, poi tornò a sfogliare il registro degli ospiti, fingendosi indaffarato e cercando di nascondere il sorriso che gli era salito alle labbra nel ripensare a quanto era successo nel pomeriggio.
Un paio di ore prima, infatti, aveva visto la signorina Eugenia uscire dalla pensione dopo il consueto riposino pomeridiano e, tempo un minuto, rientrare precipitosamente come se fosse inseguita da qualche malintenzionato.
avrebbe detto l’indomani, un attimo prima di partire. Ogni anno, infatti, terminata la vacanza, prenota
-E’ successo qualcosa?- le aveva chiesto preoccupato.
-No, no! Temo però che pioverà ed è meglio che prenda l’ombrello- aveva risposto, quasi senza fermarsi, la donna dal fisico minuto mentre si dirigeva con insospettata rapidità verso l’ascensore.
L’aveva vista riapparire dopo poco brandendo soddisfatta un piccolo ombrello da borsetta e uscire definitivamente dall’albergo. L’uomo, allora, si era affacciato sulla porta e aveva guardato perplesso il cielo terso, fino a trovare una piccola, lontanissima nuvola color polvere.
Aveva scosso la testa sorridendo: conosceva bene quella vecchia cliente e le era affezionato, tanto che la considerava persona di casa. Poteva ad esempio scommettere su cosa gli va immancabilmente per l’anno successivo: “Mi raccomando, signor Pietro, mi tenga una stanza per il prossimo giugno. Se ci saranno impedimenti glielo farò sapere per tempo, ma mi sento più tranquilla se lei prendesse nota sin da ora della mia prenotazione”. Poi sarebbe rimasta ferma davanti al bancone per verificare con i propri occhi che appuntasse per iscritto la sua richiesta.
Nell’attesa di spostarsi nella sala da pranzo, la signorina Eugenia, posato il ventaglio e riacquistata la calma, passò in rassegna il contenuto della borsa, rovesciandone gran parte sul tavolino. Pietro rimase ad osservarla mentre rimetteva a posto ogni cosa, affascinato dalla serietà con cui la donna annuiva compunta di fronte ogni pezzo che prendeva in mano prima di riporlo con delicatezza in fondo alla borsa come fosse un oggetto prezioso. Una delle prime volte in cui Pietro aveva assistito a tale operazione, vedendo diverse scatole di medicinali, aveva espresso il suo dispiacere nel saperla non in ottima salute.
“Ma io sto bene, ringraziando il cielo!” aveva protestato vivacemente la signorina. Poi aveva continuato: “Però se mi venisse all’improvviso un po’ di acidità di stomaco o un mal di testa o un calo di pressione almeno ho da curarmi. Sa, mica si può sapere quando si sta male. E se fosse di domenica o di sera? o se mi trovassi in un posto sperduto?”
A quel punto Pietro aveva annuito, senza avere il coraggio di ribattere davanti a quella considerazione.
Con il tempo era venuto a conoscenza della storia dell’anziana signorina che, avendolo preso in simpatia, a più riprese si era confidata con lui.
Eugenia aveva sempre vissuto con la madre vedova e l’aveva accudita giorno e notte quando la donna aveva trascorso i suoi ultimi anni immobilizzata a letto.
“E’ stato giusto così. Sa, dovevo tanto a mia madre. Quella santa donna mi ha allevata da sola perché è rimasta vedova subito dopo la mia nascita e per tirarmi su ha dovuto fare mille sacrifici. Non sa quante volte mi ha raccontato d’aver fatto per anni due lavori contemporaneamente, dormendo sì e no un paio di ore per notte, pur di non farmi mancare niente. Mi ha fatto studiare e appena mi sono diplomata ha lasciato il suo impiego nella ditta in cui lavorava per fare posto a me. Pensi che il giorno dopo dell’esame già lavoravo! Ma la mamma ha continuato a darsi da fare per me: tornavo a casa e trovavo la cena pronta e le camicette stirate. Io le dicevo di non farlo, di riposarsi, ma lei non mi stava a sentire: se decideva qualcosa non c’era verso di farle cambiare idea. E, grazie a lei, non ho mai fatto colpi di testa”.
A Pietro sembrò di cogliere un breve sospiro prima che Eugenia riprendesse a raccontare:
“Anche quando un collega mi ha fatto delle proposte, mia madre mi ha fatto ragionare. Pensaci bene, mi diceva. E se si volesse solo divertire e poi ti lascia? Tutte le sere quando tornavo a casa dal lavoro mi chiedeva come si era comportato, se parlava di matrimonio, se guardava le altre ragazze. E a forza di rifletterci e di rimandare dopo un po’ di tempo quel collega si è limitato a salutarmi e alla fine si è messo a frequentare una certa Elisa, una dell’ufficio contabilità. Come vede aveva avuto ragione mia madre nel mettermi in guardia”.
Alle sette in punto la signorina Eugenia si alzò dalla poltrona e si spostò nella sala da pranzo.
La cena non fu lunga. Molti tavoli erano vuoti perché la stagione estiva era appena all’inizio. Con la consueta efficienza la moglie di Pietro, aiutata da una ragazza, servì il menu previsto per quella sera e, alla fine, lasciò su ogni tavolo il cestino della frutta.
La donna poi andò verso il bancone del bar, in fondo alla piccola sala, dove suo marito stava preparando i caffè.
Stava dando un’occhiata in giro per vedere che tutti fossero serviti, quando sottovoce sibilò:
-Ma guarda la signorina Eugenia! Guardala come è lesta ad infilare la frutta nella borsa. Ecco, queste cose proprio non le concepisco!
-Ma tu che ne sai? E se stanotte le venisse improvvisamente fame?
Di fronte allo sguardo sconcertato di sua moglie proseguì:
-Lasciamo perdere, non importa … Porta invece questi caffè prima che diventino freddi.
Un giorno le avrebbe parlato della vita della signorina Eugenia.
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Via dal recinto.
Underground
Underground... una calca impressionante! Una popolazione multietnica, variopinta, veloce, sfrecciante, ma nel suo insieme apatica. Il mio olfatto stuzzicato da un’infinità di odori gradevoli e meno. Si può riuscire a delineare com’è una persona anche da questo semplice movimento di inspirazione dell’aria e di decodifica degli odori. Così a breve ti appare il tipo o la tipa, la qualità del profumo o la dozzinalità del deodorante più economico, l’olezzo della pelle non lavata, la stiratura del colletto della camicia, il colore della stoffa del cappotto o dei giacconi. E non è tanto ricercare una corrispondenza fra odori, colori e censo di appartenenza, ma è un voler indagare più che altro sul “come” quella persona si presenti al nuovo giorno e ai contatti che si susseguiranno. Mi piace questo gioco di specchi, che faccio, ma tengo per me.
Inizio di giornata
Per quell’anno nel medesimo corso, una insegnava italiano, l’altra storia e geografia, alla stesse classi.
Alle otto meno dieci, in un copione abusato, Lidia e Sara entravano nel cortile dell’Istituto Professionale Thomas A. Edison, fra due ali di allievi. Lidia, cinquantenne molto curata nell’aspetto e molto imbarazzata, cercava di camminare meno rigida, senza muovere troppo le spalle, sentendosi osservata da cento occhi, pensando se la sua capigliatura fosse OK.
Sì, pensava proprio: “OK” perché era moderna e simpatica e spiegava la letteratura italiana come se gli autori fossero stati vivi, lì, a portata di mano, coi loro difetti e pettegolezzi.
L’altra aveva dieci anni di meno. Della stessa altezza, ma un po’ più tozza. Indossava mocassini bassi e aveva capelli neri e mossi. Non era antipatica e possedeva una certa ironia. Con lei la storia era una fiaba e nel contempo un’interessante disamina dei fatti; per lei non era necessaria una data precisa, bastava l’individuazione del periodo storico (decennio più, decennio meno). La geografia che spiegava era come un viaggio affascinante attraverso i continenti su di una nave affollata di emigranti. Sul ponte c’erano tutti gli allievi urlanti che salutavano quelli che erano rimasti a terra, col fazzoletto al vento. Ma ai ragazzi dai quindici ai diciannove anni, già uomini e donne, con le loro piccole felicità e i loro molti problemi, interessavano le prof per quello che erano non per quello che spiegavano. ...Leggi tutto »
Tanti piccoli soldatini
Ricordo il mio nome, il numero di matricola che pazientemente mia madre aveva ricamato su mutandine, magliette, asciugamani e le poche cose che la piccola valigia poteva contenere. Il treno che da Milano portava alla colonia era stracolmo di bambini, ragazzini urlanti, vocianti ed eccitati per l’esperienza nuova o l’agognata vacanza. Era una Milano del primo dopoguerra quella che il treno si lasciava alle spalle e tutto intorno ancora aveva il colore, il sapore di un periodo appena trascorso. Il viaggio in verità era assai breve: meta la Liguria, destinazione Chiavari, precisamente la colonia Leone XIII, fulgido esempio delle politiche sociali del ventennio passato. Che volete che importi, che volete ne sapesse un bimbo di 6 anni, mentre incolonnato con altri 100 attendeva di presentarsi all’appello e al controllo medico? Seguendo la suora di turno che impartiva ordini come un caporalmaggiore arrivai finalmente a destinazione e si compì così la mia iniziazione: divisa, schedatura, visita e purga di rigore, non si sa mai, il cambio d’aria... Ricapitoliamo: il numero di matricola ce l’avevo, la divisa pure, schedato ero schedato.. la purga aveva fatto effetto…un perfetto piccolo soldato. Che volere di più? “Signore….signore…” la voce gentile di un’infermiera mi svegliò da quel sogno fatto ad occhi aperti mentre attendevo il mio turno per la consueta visita di controllo. Mi guardai attorno e pensai: tutto era cambiato per rimanere tutto come prima. Tanti piccoli soldatini.














