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L’uomo sembra ricercare volonterosamente il primato della propria ignominia. Come volesse mostrare al mondo fin dove può spingersi il suo degradarsi; fino a che punto farsi spregevole. Qualche esempio: nel 1993, la mafia si apprestava a mostrare allo stato la sua prevaricante tempra, disseminando di bombe la memoria storica e culturale d’Italia. Colpì così due grandi chiese di Roma e un’Accademia di Firenze- luoghi di libri e di arte, totalmente alieni dalle beghe usuraie di quei parassiti. Nel 2001 toccò al Buddah di Bamiyan, in Afghanistan, una gigantesca montagna scolpita 1.300 anni prima, di finire bombardata da branchi di scimuniti inneggianti a miti praticamente preistorici e ovviamente del tutto allucinatori. Di questi giorni, ancora, altre mandrie di mentecatti fanno scomparire monumenti antichi e chiese venerande in nome della maionese impazzita del loro dio (quello falso. Il loro vero dio è il denaro). Così, l’idea della potenza si sposa a quella della violenza, dell’oltraggio e dell’analfabetismo. I quali, com’è d’uopo, provengono dagli orizzonti sub-umani di ignavi e falliti, rimpinzati di odio anti-intellettuale contro ciò che mostra ineccepibilmente la loro inferiorità, ossia la superiorità.
Qui entra in ballo il principio di valore. Colpendo la memoria storica di qualcuno (un popolo, una religione, un’etnia) si vuole ferire nel profondo, cercando di disintegrare le radici morali, civili e culturali dell’entità presa di mira. Questo vuol dire che i fondamenti di base di tale ente sono abbarbicati all’identità rappresentata in tali oggetti. Di modo che il valore cognitivo di tale identità ne eleva i contenuti alla dignità trascendentale. Cioè, ha valore ciò che è trasceso linguisticamente dal mito alla ragione, dal simbolo al linguaggio. Il principio di valore si instaura come frattura fra il pensiero mitico-selvaggio e quello logico-trascendentale. Chi colpisce qui, vuole davvero colpire al cuore proprio questo spiraglio trascendentale, ossia, ciò che non vuole è che tale passo venga compiuto. Non vuole il passaggio alla ragione. Questo perché, ovviamente, la ragione lederebbe ai suoi interessi, i quali, di conseguenza, non possono che essere considerati pre-umani (neanche animali, gli animali non conoscono la cupidigia), pre-razionali. La fame di potere e di rapina risponde a codici arcaici che non esigono la necessità di un pensiero. Ciò che offende in tali attacchi è perciò il senso di rigetto del pensare, il rifiuto dell’albeggiare del logos sulla notte veemente e annientatrice delle volizioni.
Scopriamo così che l’idea del valore (per esempio il valore dell’arte messa a repentaglio da quegli attentati) si situa sul discrimine del discernimento umano tra ciò che è dato spontaneamente, e quindi obbligato, e ciò che è invece insignito di senso verbale, “grammaticale” per così dire. Di modo che il Verbo, il Logos, coincide con un postulato trascendentale che è in sé sovrannaturale –restando estraneo al regno del naturale – e che proprio perciò ricade in quella minaccia di morte da parte di chi si appella a una specie di anti-Dio, ravvisando nel Dio degli altri la manifestazione e la ostensione della intollerabile sterilità del proprio. È il valore, nudo e crudo, ciò che irrita questi conati pre-umani  di terrore. Siccome il valore è ciò che media tra istinto e ragione, costoro lo attaccano, ritenendo che in un mondo reso irrazionale il miserabile insuccesso delle loro vite possa  trasvalutarsi e far brillare come archetipo del valore i desiderata bestiali e nevrotici di istinti primordiali, anteriori alla fondazione del principio di valore. 
 
 

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