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Un amore, una vita

Alberto era seduto affranto, disperato, sulla sua poltrona preferita nel suo studio davanti al camino spento. Era solo, non sentiva nulla e non vedeva nulla di quello che gli stava attorno, teneva stretta tra le mani tremanti la fotografia di sua moglie.
Tutti i suoi amici, i suoi parenti e soprattutto i suoi figli erano andati via, li aveva mandati via tutti perché voleva rimanere solo nella sua casa vuota, solo con il suo grande dolore, solo a piangere il suo dolore.
La testa canuta gli pesava sul petto, dagli occhi chiusi scendevano copiose le lacrime represse fino a quel momento. Le spalle, ogni tanto venivano scosse dai singhiozzi che cercava di ricacciare indietro inutilmente.
Anna la sua dolce Anna non c’era più e lui non avrebbe rivisto i suoi bei occhi, non avrebbe baciato più le sue labbra la sua Anna se ne era andata per sempre lasciandolo solo in quella enorme casa che già sentiva di odiare.
Piano, piano spossato dal pianto si addormentò e si ritrovò in un altro mondo in un altro tempo, tanti, tanti anni prima. Era il mondo dei ricordi quello dove tutto vive e nessuno muore.
 
Alberto sdraiato all’ombra di un fronzuto albero nel mezzo di un prato verde e profumato di fiori selvatici si stava prendendo una pausa dal duro lavoro che aveva iniziato all’alba. Aveva il sacrosanto diritto a un po’ di riposo, era talmente stanco e sudato e quell’estate il caldo era davvero soffocante. Si alzò per bere un sorso di the dalla bottiglia che aveva messo in fresco nel ruscello lì vicino. Bevendo sollevò gli occhi e gettò uno sguardo intorno, il sole splendeva nel cielo di zaffiro non contaminato da nuvole, l’aria era immobile, nessun filo di brezza che rendesse sopportabile quella tremenda calura. Si stese nuovamente all’ombra dell’albero mettendo le mani sotto la nuca, in alto sulla volta celeste le garrule rondini si rincorrevano felici, tutto intorno sprizzava felicità, solo lui si sentiva solo, sentiva che gli mancava qualcosa che gli rendesse la vita più piacevole. Tutte le ragazze del paese gli facevano il filo, oddio, a dir la verità non era un adone questo lo sapeva ma erano la sua schiettezza e la sua simpatia ad attirale, eppure non c’era nessuna che gli interessasse. Beh meglio non pensarci e schiacciare un pisolino e il sogno non tardò ad arrivare.
 
Aveva dodici anni era un giorno d’estate, la scuola era finita, con gli amici giocava sulla piazza del paese. Le grida di gioia di tutti i bambini si sentivano riecheggiare tra le mura delle case. Lui prese la rincorsa per sfuggire ad un compagno e quasi andò a sbattere contro un giovane uomo che procedeva per la via saltellando e cantando una canzoncina che non riusciva a capire, sulle spalle portava una bimbetta di circa due anni che rideva felice.
Alberto si fermò di colpo a bocca spalancata ad ammirarla. Era così piccola, paffuta, aveva un visino rotondo dai lineamenti delicati, un nasino all’insù spruzzato di lentiggini, i riccioli di un colore rosso dorato le arrivavano alle spalle e brillavano al sole; i grandi occhi grigi si fissarono nei suoi stregandolo. Le manine erano saldamente attaccate alle orecchie del padre. Facendosi coraggio chiese all’uomo dome si chiamasse la bambina, questi orgoglioso gli rispose che si chiamava Anna e poi riprese il suo cammino la piccola sorridendogli gli fece ciao con la manina. Alberto stette lì immobile a fissare i due che se ne andavano gli amici lo chiamavano ma lui non li sentiva.
Dal cuore gli salì una promessa: “Anna un giorno sarai mia.”
Di colpo si ridestò dal sonno con in testa ancora il sogno.
 
In quei giorni ricorreva la festa del paese Alberto era uno dei coordinatori perciò era lì ad abbaiare ordini a destra e a manca ai ragazzi che dovevano imbandierare la piazza e preparare i tavoli e tutto il resto, lui con un martello in mano cercava di sistemare un’asse del palco dell’orchestra che si era schiodata, mentre pestava il chiodo imprecando una ragazza quasi nascosta dall’ombra del palco lo osservava. Alberto percepii come un brivido scendergli per la schiena e si girò di colpo, davanti a lui c’era la più bella ragazza che avesse mai visto ed il suo profumo, che sapeva di primavera (mughetto), gli stuzzicava le narici, i capelli rosso dorati danzavano alla brezza leggera che era venuta ad addolcire la calura. Non riusciva a capire perché ma gli pareva di conoscerla da sempre eppure era la prima volta che la vedeva. Per un momento gli passò davanti agli occhi il sogno che pochi giorni prima aveva fatto e le immagini, quella del sogno e quella della ragazza si sovrapposero diventando una sola, quando sentì qualcuno chiamare “Anna” e lei rispondere, allora e solo allora capii che il giuramento, la promessa fatta a dodici anni stava per diventare realtà perché si era già innamorato di Anna. Con quel pensiero in testa riprese il suo lavoro ma invece di pestare il chiodo pestò il dito che si gonfiò a dismisura e fu costretto ad andare a casa a medicarsi.
Dopo di allora si incontrarono molte volte, si innamorarono ed alfine si sposarono vivendo il loro sogno d’amore fino a quel momento. Lei non c’era più e lui non poteva già più vivere senza di lei.
<<Anna, amore mio, aspettami che vengo anch’io…>>
Lentamente la fotografia che Alberto stringeva tra le mani scivola a terra, un sospiro e poi niente più…
<<Anna…sei qua…>> << Alberto, amore ti aspettavo, vieni è tempo di andare.>> <<Si, si…>>



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