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goodbye lenin

Quando fui sotto casa di Bonifacio, suonai ed aspettai che uscisse. Bonifacio era provato e coinvolto, un po' perchè coetaneo, un po' perchè lo aveva frequentato e condiviso storie. Ci incamminammo verso casa di Mario e Bonifacio partì coi ricordi. Quelli belli ma anche la malattia, il trapianto del rene, la dialisi. Poi questa morte comunque improvvisa, solo qualche giorno prima, l'ultimo incontro, l'ultimo scambio di battute, l'ultimo sorriso al saluto. Io con Mario ci avevo avuto a che fare solo in occasione di una avventura politica, tanto breve quanto incredibile, inaudita per quelle coordinate storico-geografiche, un tentativo di portare la fantasia al potere. Prima di allora, lo conoscevo come espressione dell'antagonismo del mio paese, rivendicante la propria diversità a muso duro. Personaggi del suo calibro, li avevo incontrati nei centri sociali metropolitani, punk-filo-anarchici, avanguardie anti-capitaliste e libertarie.
Giunti a casa di Mario, vinsi la mia ritrosia ed entrammo. Bonifacio guadagnò subito la stanza con la bara ed il corpo esanime mentre io mi fermai sull'uscio. Il sonno di Mario era vegliato da donne silenziose tutte intorno. Bonifacio gli diede un pizzicotto sulla guancia quasi a rimproverargli di esser morto ed uscì commosso. Stemmo nel corridoio ancora qualche minuto poi uscimmo di casa. Prima di separarci, venimmo a conoscenza che i funerali si sarebbero svolti il giorno dopo alle ore 15,00 con cerimonia laica presso la canonica.
Uscii di casa che mancava un quarto alle 15,00. Mi era venuto il dubbio su quale delle due canoniche esistenti fosse quella deputata alla cerimonia. Così mi diressi verso il punto di affissione degli annunci funerari per capirne di più. Svoltato l'angolo, riconobbi Orazio intento alla lettura del manifestino. Orazio era stato il catalizzatore di quella avventura scapigliata nonchè il segretario dell'allora partito di rifondazione comunista. Era l'uomo che aveva osato laddove ci si trascina per inerzia, laddove è così stancamente sempre lo stesso. Lo raggiunsi e, ancor prima di salutarmi, disse:-che c'entra la canonica!?-. 
Alzai le spalle e, individuata la canonica di nostro interesse, ci mettemmo sulla strada. All'altezza della villa comunale, avvistammo il corteo funebre venire dalla strada principale; così gli andammo incontro e ci accodammo. Entrammo in canonica seguendo il feretro dove ci accolse una canzone dei Pink Floyd. I miei occhi si inumidirono e mi impegnai a non incrociare sguardi fino a che non fosse rientrato il madore. Pensai che Mario fosse riuscito a distinguersi fino alla fine. Finita la canzone, iniziò l'avvicendamento dei necrologi. Il più rimarchevole mi sembrò quello del nipote che, più di tutti, riuscì a tratteggiare l'uomo Mario. Poi ci fu una altra pausa musicale, Angie dei Rolling Stones, e Orazio mi chiese cosa dicesse quella canzone. Gli dissi che era una canzone d'amore per una donna, e Orazio rimase indifferente. In effetti, pensai che meglio sarebbe stato un pezzo dei Sex Pistols o dei Clash, e magari pogare tutti insieme: Mario non avrebbe disdegnato. Finita la canzone degli Stones, una ragazza lesse una poesia che Mario, sollecitato dalla sua compagna, probabilmente nel letto dell'ospedale, dedicò alla madre. I miei occhi tornarono ad inumidirsi all'ascolto dei primi versi: " Madre di Dio e dei suoi figli, Madre dei padri e delle madri". Era l'incipit di una canzone dei CCCP, "Madre" per l'appunto, che, con tutta probabilità, Mario conosceva. Il caso volle che, solo qualche giorno prima, l'avessi scaricata da youtube nella versione rivista di Giovanni Lindo Ferretti, accompagnata dalla fisarmonica di Ambrogio Sparagna. La poesìa di Mario continuava con insospettabile dolcezza, la stessa che aveva usato Ferretti nel rivedere il testo originario, di cui era stato l'autore, nel suo periodo punk demenziale e dissacrante. Dopo un breve silenzio, gli uomini coi guanti bianchi sollevarono la bara fra gli applausi dei partecipanti, sulle note di "Back to black" di Amy Winehouse, una canzone dal sapore triste e dignitoso. Quando fummo fuori dalla canonica, senza nemmeno porci la domanda, ci incamminammo verso il cimitero. Passate le ultime abitazioni, arrivati alla pista pedonale, Orazio commentò: 
-Io non mi faccio portare in canonica-
-E dove vuoi che ti portino?-
-In piazza!-
-E se piove o fa freddo?-
-Si fa con gli ombrelli-
-Io non mi faccio portare da nessuna parte, voglio affrancare chi rimane da tutto questo stress inutile: una bara di truciolato e dritto al forno crematorio-
-Anche io mi faccio cremare, ho già chiesto, con mille e 500 euro si riesce a far tutto, ma prima voglio passare in piazza con la bara avvolta nella bandiera rossa, ce l'ho già, due metri per due-
-Ho una poesia per te, la vuoi? te la cedo-
-Sentiamola prima-
-Si intitola: L'UOMO...NELLA BANDIERA ROSSA...DAVANTI AL CIMITERO...NON HA PAURA-
-E come fa?-
-Vediamo se me la ricordo:
L'UOMO..
Non è uno strascico umano a far giusta la strada, non è la strada desolata a strangolare l'ansia: avanti, per terre vergini! Occhi fissi sull'orizzonte mutevole, immutabile il passo-
-Bella!-
-Non è finita, ci sono tre strofe-
-Continua!-
-NELLA BANDIERA ROSSA...
Alfiere solo e fiero, capace di tutto il dolore, la bandiera è morbido sudario; un giorno lo avvolgerà nel rosso colore dei papaveri di maggio per rendere omaggio a chi la sventolò nel suo viaggio di uomo.
DAVANTI AL CIMITERO...
Nè prete procuratore nè corone di fiori, sarà solo l'uomo col petto in fuori; duro come un martello, il suo pugno nudo tremerà il cancello; la morte guarderà dalla serratura quell'insolente nella bandiera rossa come fosse in una armatura.
NON HA PAURA-
-Un po' lunga ma mi piace, scrivimela!-
Arrivati al cimitero, dapprima cercammo di capire dove stessero tumulando Mario ma poi ci dichiarammo indipendenti. Visitammo la tomba del nonno di Orazio, suo omonimo.
-Lo vedi che signore che era, guarda che cappello!- me lo presentò con queste parole.
-Per essere dell'ottocento, doveva davvero essere un signore- commentai.
-Quanti anni aveva quando è morto?- mi chiese.
Feci il conto e risultarono 74, gli stessi di Orazio.
-Allora mi devo preparare anche io?- disse schietto.
-74 anni nel primo novecento equivalgono a 100 e passa di adesso- lo rassicurai.
Il giro proseguì incalzati dal calar della sera di un giorno di febbraio che già era stato fin troppo clemente. Così uscimmo dal cimitero e riprendemmo la pista pedonale a cuor leggero.

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