C'era una volta (verso l'invisibile) | Prosa e racconti | Antonio.T. | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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C'era una volta (verso l'invisibile)

C’era una volta un gatto che non sapeva arrampicarsi sugli alberi.  Ricordo ancora il suo musetto rivolto all'insù scrutare la cima del liquidambar del giardino chiedendosi come fosse possibile tale impresa e soprattutto, a parer mio, a cosa servisse  sapersi arrampicare.   Sapeva però fare altre cose e ve le racconterò.
Fox lo ereditai da Milo, il compagno di mia figlia, quando dieci anni, fa decisero di partire per Bali. Avevano circa venti anni e Fox sei. Le date sono importanti, poi capirete perché.
Quando Fox entrò a far parte della mia famiglia, aveva dunque circa sei anni.
Era un micio adulto, castrato, imponente, molto bello. Era un gatto di strada, , un trovatello insomma, pertanto non parliamo di un gatto di razza anche se, oggi, con linguaggio sofisticato, potrei dire che era un brown tabby marmorizzato. La razza di gatto cui più, almeno esteticamente, assomigliava,  era il toyger anche se caratterialmente,  pur essendo molto dolce come il toyger, sapeva essere anche estremamente aggressivo e selvaggio se leso nella sua identità e territorialità.
Ricordo per esempio quando, da poco giunto a casa mia, volevo quasi obbligarlo, sottraendolo alla sua beata e dormiente atarassia, a giocare. Mi scorticò letteralmente l'avambraccio. Una furia pelosa!
A Fox non piaceva giocare e lo capii a mie spese. Più in generale Fox non accettava imposizioni. Fox non accettava neppure l’intrusione di altri gatti nel suo territorio.  Pur essendo, come già detto, castrato, rammento ancora quanti mici che avevano osato addentrarsi nel suo territorio aveva spiumato.  Eppure sapeva essere estremamente dolce e
socievole con i cani. Ha convissuto, ovviamente da dominante, con due cani corsi e un jack russel. Mai un litigio o una baruffa. Gli animali sanno rispettarsi tra loro. Purtroppo però Fox era anche un gran cacciatore. Mi ha omaggiato spesso, con mio malincuore, di tortore, merli, pettirossi e orbettini. Era un gatto libero, padrone del suo territorio che ovviamente comprendeva anche la mia casa che ha riempito in ogni suo angolo di gioia, di serenità e di empatia. Ma il luogo che più probabilmente amava, quello dove era più facile vederlo appollaiato era il muretto di cinta, più esattamente in quell'angolo dove la forsizia sovrastante dava ombra d'estate e bellissimi fiori giallisul finir di febbraio… a volte mi pare di vederlo ancora lì, assiso nel giallo.
C'era una volta un gatto  che sembrava sapere che la felicità non la puoi trattenere per sempre, e che l'unico modo per farla durare anche nelle avversità è distribuirla, donarla. E fu così che nei periodi più bui del Covid e pur se ammalato da tempo di diabete, si accoccolava sul muretto di cinta di casa ove raccoglieva con ricambiata gioia le carezze di tutti gli umani che di lì passavano (ed erano proprio tanti) passeggiando diretti verso la campagna. Fox non seppe mai di essere malato, anche se forse lo intuì. Per sei lunghi anni gli ho somministrato l'insulina alle 5,30 del mattino e alle 17:30 del pomeriggio, tutti i giorni rinunciando alle ferie ed a tutto. Lo bucavo mentre mangiava dalla ciotola, non se ne accorgeva nemmeno. Mi faceva le fusa forse perché intuiva che quel mio strano gesto era un atto d'amore. Diventai il suo caregiver, e forse per questo il nostro rapporto divenne così stretto, così forte e così assorbente.
C'era una volta un gatto che nelle mie numerosi notti insonni, seduto sul divano, mi saltava in grembo a farmi compagnia e a darmi conforto con le sue fusa, che alla fine riuscivano a portarmi il sonno. E ci addormentavamo così, la sua zampa nella mia mano.
Fu in quelle numerose notti di serena intimità che Fox imparò a leggere i battiti del mio cuore e dei miei sogni, ne intuì le vibrazioni, la serratura e come aprirla. Sì perché Fox, come tutti i gatti, era capace di entrare neii sogni, ma non tanto perché lo sognavo, ma perché era riuscito ad oltrepassare quel sottile diaframma che separa il sogno dalla realtà. Quante volte mi è successo nelle calde notti d'estate in cui Fox preferiva dormire fuori, svegliarmi di soprassalto perché lo avevo sognato chiedermi di aprirgli la portafinestra... e lo trovavo effettivamente lì ad aspettarmi per entrare.
C'era una volta un gatto che non sapeva arrampicarsi sugli alberi, non sapeva suonare il
campanello, ma che era sommamente dotato di quella capacità che, con neologismo fresco di conio, non posso che definire teleoniria, ovvero la capacità telepatica di trasmettere sogni. Una forma di comunicazione e di linguaggio infinitamente più potente, più pregnante, coinvolgente ed emozionalmente appagante di tutti i social. Ma non fu questo fatto a spingermi a scrivere questo racconto bensì due sogniche Fox mi inviò un mese dopo la sua morte. Sì perché Fox, dopo sei anni di diabete, purtroppo morì all'improvviso per un tumore ai reni. Lo seppellii nel giardino di casa. Ricordo ancora quanto mi sembrò leggero il suo corpo privato dell'anima.
Potete dire che è solo un racconto, che non c'è niente di vero in tutto questo e che queste pagine sono solo il frutto di immaginazione. A me sta bene ugualmente, del resto sono un nonno, e questa dovrebbe essere la missione dei nonni: raccontare cose che fanno sognare e forse pensare. Un mese dopo la sua morte fecidunque altri due sogni. Nel primo sogno sognai una volpe che mi salutava dicendomi che sarebbe tornata. Al momento non capii, ma poi riflettendoci capii che il nome inglese della volpe è Fox. Mi stava dicendo che sarebbe ritornato. Un bel sogno, anche se inquietante. Nell’altro sogno, mentre passeggiavo, incontrai una mamma con un bimbo di 7-8 anni ed un gatto. Il bimbo mi seguì nella camminata, ma improvvisamente cadde come morto o svenuto. Il gatto era ovviamente Fox, e dunque ipotizzai che quel bimbo fosse il suo vecchio proprietario, cioè quel Milo che dieci anni
prima di questo sogno, dovendo partire per Bali, mi aveva affidato il suo micio. Chiesi pertanto a mia figlia che dopo un anno di permanenza a Bali era ritornata a casa ma che aveva mantenuto i contatti con Milo, se potesse sentirlo per sapere se da bimbo fosse effettivamente stato afflitto da qualche genere di grave malanno. Milo ci fece sapere che effettivamente da bimbo, mentre passeggiava in un bosco con sua mamma e suo fratellino, si era seduto senza accorgersene sopra un formicaio di formiche rosse che lo punsero numerose volte provocandogli uno shock anafilattico che lo costrinse alle cure ospedaliere.
Fu precisamente questo sogno a farmi decidere a scrivere questo racconto perché sono numerosi gli elementi degni di riflessione che esso mi pone.
Innanzitutto: come poteva Fox essere a conoscenza di fatti che avevano preceduto la sua
nascita di più di dieci anni? La seconda è altrettanto importante: come aveva fatto a
comunicarmeli visto che quando ciò accadde era morto da un mese? A questa seconda domanda, come avete letto, mi sono già dato una immagignifica risposta: con la teleoniria. Solo che la teleoniria l’avevo vissuta e sperimentata tra due soggetti viventi ovvero quando, io dormiente, Fox nelle notti d'estate mi chiedeva di aprirgli la porta. Ma ora
era morto! Come era possibile trasmettere notizia rivelatesi vere e fondate dal mondo dei morti al mondo dei vivi? Forse la dimensione onirica è effettivamente il punto di raccordo tra due mondi?
Punto di raccordo che si apre solamente quando  si chiude il mondo della veglia e della
razionalità, del linguaggio e della volontà prevaricatrice? È forse la dimensione onirica il vero punto di contatto tra le anime dei viventi e le anime dei defunti? E tale punto di contatto  
esiste perché le anime esistono e non si dividono tra anime di viventi e anime di
defunti; perché le anime sono sempre viventi solo che non le sappiamo più ascoltare perché non sono più presenti alla vista!  Ma l'apparire non esaurisce l'essere! L’intelligenza artificiale saprà essere più “intelligente” dell'intelligenza naturale, da comprendere che un terzo delle nostre vite (le ore di sonno) è degradata dalla nostra civiltà a non essere ed a nulla? Per le civiltà arcaiche non era così!
C'era una volta un gatto che non sapeva arrampicarsi sugli alberi, aprirsi la porta di casa, ma
che conosceva la via dei canti degli aborigeni australiani, che sapeva arrampicarsi sull'albero della vita, simbolismo arcaico attestato in tutte le civiltà primitive, che unisce i Divini e i mortali, il cielo e la terra, la vita e la morte. Fox era un gatto filosofo ed apprese della malattia di Milo dalla lettura del Fedone, dove nel bellissimo mito platonico si racconta che nell'altopiano dell'iperuranio le anime vagano felici e tutto vedono e tutto sanno. In quel altopiano da cui provengono ed a cui ritornano comunicano con il mondo dei vivi che le hanno amate attraverso i sogni.
Bene, se faccio la tara a tutti questi discorsi cosa mi resta? Mi resta la comprensione che il mondo reale e il mondo dei sogni non sono affatto incomunicabili. Fox ha, almeno per me, fatto saltare il diaframma che li teneva separati scoprendo lo Stargate che li fa comunicare. I sogni non sono il simbolo di un inconscio che la terapia (la psivanalisi) deve svelare, non sono il simbolo di una dimensione soggettiva da cui essi scaturiscono, ma sono al contrario lo stigma di una dimensione ontologica che abbiamo obliato.
È per questo che io aspetto la prossima primavera quando Fox, la volpe,
saltando come faceva il muretto di cinta di casa mia, tornerà nuovamente a mangiare dalla ciotola che ancora gli colmerò, mentre lui nuovamente colmerà il mio cuore di gioia.
 

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