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Cose dell'altro mondo

Qualche giorno fa ho aperto la sezione “Filosofia” di questo blog e, scorrendo i vari post, con grande sorpresa, mi sono imbattuto in un titolo a me ben noto : “ Fine della vita e inizio della sopravvivenza”.
Ringrazio Enzo53 per averlo postato. Altri indiani si aggiungono nella riserva…del pensiero.
Devo confessare che non ho aperto il testo e non certo per mancanza di interesse. Il fatto è che il discorso di Capo Giuseppe, un vero capolavoro di retorica e dai grandi contenuti profetici,  era a me già ben noto in quanto, incorniciato a mo’ di quadro, fa bella mostra nel mio studio.
Le parole di Capo Giuseppe ci colpiscono e ci affascinano. Hanno l’afflato dell’Epica, la cogenza della Critica, la normatività dell’Etica e la profeticità di un salmo di Isaia. Ciò che però più mi interroga, in questo scritto, è l’uomo che lo ha profferito. Il suo sguardo, i suoi occhi, così come gli occhi e gli sguardi di tutti quei nativi americani immortalati in testimonianze fotografiche giunte sino a noi, sono per me un vero e proprio mistero, un cruccio, una sfinge o, se preferite, un Giano bifronte che osserva un mondo da un altro mondo, da un’altra prospettiva. In questi sguardi, in questi occhi, avvertiamo una alterità radicale che sfugge ai nostri singoli sensi e che emerge solo incrociandoli tutti insieme contemporaneamente, allo stesso modo della sentinella che per svolgere al meglio il proprio compito deve appunto “allertare” l’olfatto, l’udito, il gusto, il tatto, la vista.
L’occhio dell’indiano ha la stessa anatomia e la stessa fisiologia del nostro occhio eppure vede cose diverse. Infatti  “vedere”  non è mai un semplice “guardare” poiché, come ci ricorda Aristotele, la vista è il più filosofico dei sensi. Ciò che mi interessa e mi affascina, è la metafisica dell’occhio e le diverse visioni che esso supporta.
Perché il nostro mondo è così diverso dal mondo di Capo Giuseppe? Perché, pur comprendendo il monito che risuona  nel suo discorso , non riusciamo a capirne l’essenza e la fonte?
Molte domande, poche risposte, troppi dubbi.
Noi, uomini occidentali vecchi di millenni (ma dopo la caduta del muro di Berlino anche l’Oriente sta diventando sempre di più Occidente) e prodotti della metafisica greca e del Cristianesimo, abitiamo un mondo di oggetti. L’indiano abitava un mondo di cose. Qual è la differenza? Proviamo, per un momento, a pensare alla differenza che sussiste tra il valore d’uso e il valore di scambio e perché esista un mercato che “fa” i valori, non solo i valori delle merci, ma anche quelli delle opere d’arte. La civiltà occidentale è la civiltà dello scambio ed il valore è una funzione dello scambio. Se pensiamo che per Platone l’essere è valore (la gerarchia dell’eidos ha all’apice l’idea del bene) possiamo dire che l’essere  e il bene sono funzioni dello scambio e del mercato.
Per i credenti, essere e dio coincidono. Dio è il sommo bene e,  a differenza del Demiurgo platonico, crea tutto dal nulla, contravvenendo ad uno dei principi della metafisica greca secondo cui  “ex nihilo nihil”.
Qual è la forma originaria dello scambio?  O più precisamente, , come nasce l’idea stessa di  “scambio” che sarà la lontana ma necessaria premessa del pensiero rappresentativo? Non sono, queste, domande oziose o, peggio, fumose in quanto, ad esempio, è solo grazie al pensiero rappresentativo che possono costituirsi le democrazie rappresentative. Le rappresentanze politiche hanno senso e sono possibili solo in relazione al pensiero rappresentativo. Ma il pensiero rappresentativo è possibile solo perché il mondo appare, ad un certo punto, come un insieme di segni che possono essere scambiati l’un l’altro, sostituiti l’un l’altro. Ad un certo punto della storia dell’uomo  (ed anzi la nostra storia nasce proprio in forza di questo evento) il segno esplode nella sua unità di significato e di significante ed il significato pare poter vivere autonomamente a prescindere dal significante che lo esprime.  Da dove prende origine questo divorzio? Il significante non ha più alcun significato se non quello di rappresentare un significato che è comunque sempre qualcosa d’altro da sé. Il significante (suono, fonema, morfema o, semplicemente “cosa”) ha sempre una consistenza fisica, un supporto materiale che il significato non ha.
Date queste (necessariamente brevi ed indimostrate) premesse, le offerte che l’uomo ha presentato sugli altari del sacrificio nel corso della storia non sono probabilmente ininfluenti nel determinare il corso della storia e forse, nel determinare la nascita stessa della storia, vale a dire di quella percezione del tempo che ne costituisce la necessaria premessa.
Se il cuore di ogni religione ha il suo fondamento non tanto nella rappresentazione (cioè nella teologia) quanto piuttosto nel modo in cui la religione indirizza l’agire dell’uomo nel mondo per cui  “non già il mito offre la chiave per la comprensione del culto, ma è piuttosto il culto che forma la fase primitiva del mito” (Vedi: Cassirer, Filosofia delle forme simboliche, Vol. II, Il pensiero mitico, La nuova Italia, pag. 307)in che modo il culto ed il sacrificio (che ne rappresenta la quint’essenza) hanno plasmato e plasmano l’essere dell’uomo? E cosa significa, essenzialmente, sacrificare?  In senso etimologico sacrificare non indica l’azione privatrice, bensì l’azione che rende sacro. Non è pertanto indifferente il contenuto dell’offerta portata in sacrificio. Infatti, non è la stessa cosa sacrificare primogeniti (il sacrificio di Isacco) capri, primizie , pane e vino o…se stessi cioè il proprio corpo! Ciò che viene offerto in sacrificio è ciò che sarà reso sacro…il corpo dell’uomo, ad un certo punto, viene escluso da queste “procedure” e viene così “salvato” dalle tecniche dell’estasi.
Ad un certo punto, nel corso  della lunga storia delle popolazioni indoeuropee, un falco, in India porta in dono all’uomo il Soma. Allo stesso modo, in Occidente, compare l’Idromele. Sia il Soma quanto l’Idromele sono bevande dagli effetti allucinogeni ( Vedi: M. Eliade, Storia delle idee e delle credenze religiose, Vol. I, pag 233 ed anche  Dumezil, Gli Dei dei Germani, Adelphi). Quasi in silenzio nel Pantheon delle popolazioni indoeuropee prendono posto bevande allucinogene innalzate a divinità. Dall’India al Nord Europa l’antica, preesistente cultura sciamanica e di cui vi è per esempio testimonianza nel mito di Odino impiccato narrato negli Havamal (vedi Dumezil cit.) o nella cerimonia della libagione del Soma da parte di Varuna, l’uomo prega gli dei (o, meglio ,il sacerdote che ora lo rappresenta) grazie all’esaltazione (estasi) pro-vocata da bevande dagli effetti allucinogeni.  Soma, in greco, significa corpo (più precisamente lo Snell ci ricorda che, in Omero, significa corpo inanimato, indica cioè il cadavere). Se pensiamo che uno degli epiteti  attribuiti alla divinità/bevanda Soma è quello di “custode del corpo” (Eliade, cit. pag 233) in che senso il Soma/bevanda salva il Soma/corpo? E da che cosa salva il corpo? Lo salva da quelle pratiche sciamaniche che, al contrario, espongono nel luogo del sacrificio, il corpo proprio e lo investono di quelle “tecniche dell’estasi” di cui v’è ancora testimonianza, in epoca storica, nelle cerimonie degli indiani d’America e soprattutto nella Danza del sole.
Lo scambio originario è quel movimento che sostituisce, nel luogo del sacrificio, il corpo proprio con una sua rappresentazione ipostatizzata.  Così facendo, il sacro esce dal corpo per diventare oggetto e la divinità un oggetto totalmente trascendente. Da ultimo l’estasi diviene…pastiglia, extasi.
Noi non possiamo comprendere fino in fondo lo sguardo dell’indiano perché questo sguardo è lo sguardo di un uomo sacro ed ha una dignità che noi abbiamo ormai irrimediabilmente perduto.
La differenza tra il nostro mondo e il loro mondo è una differenza di modo e di tempo…è l’ incolmabile diversità che distingue un participio passato da un gerundio, il creato dal creando. Per un indiano il mondo è e sarà sempre un creando.
 

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