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Rum

Da un po’ di giorni risuona nella mia testa la canzone dei pirati dell’isola del tesoro…15 uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum. Il senso della canzone mi è chiaro, al  momento,  solo per quanto riguarda la parte alcolica del ritornello. Infatti, da poco ho fatto una rimpatriata con i vecchi compagni di liceo. Siamo una bella classe e oggi forse più di ieri. Stranamente più uniti, più comprensivi l’un verso l’altro, più disposti ad ascoltare le altrui vicissitudini, le altrui fortune e sfortune, specie se l’atmosfera è sapientemente ed opportunamente riscaldata da del buon rum. Altri tempi, quelli del liceo, altre fedi, altre passioni, altri ideali. Perché tutti, a quei tempi, avevamo un ideale e poco importa a quale progetto politico appartenesse. Ci credevamo e basta. Avevamo fede e lavoravamo e studiavamo per il nostro futuro.      Ecco, inconsapevolmente, da una parte o dall’altra della barricata poco importa, lavoravamo tutti per l’isola del tesoro. Sorseggio un altro rum. Il quadro si fa più chiaro, il significato del piratesco ritornello comincia, grazie al calore e ai fumi dell’alcool, a sciogliere i suoi reconditi significati. E’ da poco meno di quarant’anni che ho  lasciato il liceo e la mia classe. Poi qualche altro anno ancora di Università e  via, alla ricerca del tesoro, del lavoro. Ognuno per la sua strada. Con le proprie idee, i propri amori, le proprie speranze, i propri problemi, le proprie aspettative…pochi  anni ancora e cade il muro di Berlino. A prescindere dalle volontà individuali, ci troviamo tutti rimessi in discussione. Inizia un mondo nuovo. L’Asia irrompe nelle nostre vite e questa volta non per il Vietnam o per l’Afganistan.  I due blocchi, Occidente  Liberale e liberista e Oriente  comunista si “sbloccano” e si abbracciano. Destra e sinistra perdono il loro significato storico. E ora siamo qui, classe dirigente quasi, classe comunque colta, istruita eppure senza direzione, senza bussola, stravolta dall’enormità di eventi la cui portata ed i cui effetti ancora ci sfuggono e ci sovrastano. E allora, bevo un altro rum e penso all’isola del tesoro, a dove mai essa possa essere, noi che l’abbiamo cercata, da posizioni diverse, da angolature diverse, non l’abbiamo mai trovata. Ripenso alla canzone dei Beatles. Nowhere man sitting in his nowhere land. Credevamo che l’isola del tesoro fosse il mondo in cui vivevamo e il tesoro ciò che conquisti con le tue forze, con il tuo lavoro, con la tua cultura. Il mercato unico, la globalizzazione, internet hanno distrutto le nostre certezze. Certo, il mercato globale e internet  non sono in sé delle negatività. Ma di fatto sono diventati gli strumenti che hanno reso possibile la costruzione di una nuova isola del tesoro ove capitali immensi, proprietà privata di poche decine di uomini, si spostano con la velocità della rete, da una parte all’altra del globo. I 15 uomini più ricchi del mondo detengono una ricchezza personale di circa 600 miliardi di dollari. I 100 uomini più ricchi detengono una ricchezza personale, privata,  di 1.900 miliardi di dollari.  Abbiamo oramai a che fare con un’altra razza. Dopo l’uomo sapiens-sapiens, per la prima volta nel corso della storia dell’uomo, non tanto la genetica  quanto piuttosto l’economia e la finanza,  hanno prodotto una nuova specie,  l’homo illimitatum, una razza  d’uomini che non ha più metron, misura. Bevo un altro rum. Sursum corda.  E le magnifiche sorti e progressive che il  neo-liberismo di Reagan, la Thatcher e di Friedman  avrebbe dovuto, nella cattiva coscienza di troppi interessati  creduloni garantire, che fine hanno fatto? Un frontale con la cassa del morto. Chi sono i pirati? Pensateci bene, a prescindere dalle idee politiche di ciascuno. La cassa del morto non contiene null’altro che le nostre vane speranze e la nostra stupidità. Le democrazie sono morte. Non ci resta che il rum. Prosit.
 

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