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Capitan Uncino

Due occhioni neri,
due fari accesi sul mondo
e il sorriso sulle labbra,
a volte vero, a volte falso.

 

Due gambe forti,
per scappare lontano,
quando la rabbia era tanta
da non riuscire a tenerla calma.

 

Due chiacchiere
con i vecchi del paese,
durante le partite di pallone
giocate da spettatore.

 

Due battute per far ridere,
davanti ad un bicchiere di vino.
Due risate con i compagni
e il respiro fermo per qualche  istante,
quando passava la sua amata...
che nemmeno lo guardava.

 

Lo chiamavano Capitan Uncino,
per via di quel braccio che,
chissà per quale capriccio,
uguale all'altro non volle uscire.

 

Lo chiamavano Capitan Uncino,
ma non era un pirata cattivo.
Non aveva vendette da consumare,
né colpe per tenersi in allarme,
però era nemico di se stesso,
quando si sentiva solo e depresso.

 

C'erano due sentieri,
verso la montagna.
Uno, tra le betulle bianche,
che abbagliavano di sole,
l'altro, tra i massi
che salivano dalla valle, 
tra gole che sputavano acqua
e il vuoto  che la succhiava  di sotto.
Uno da prendere,
quando ad essere normale,
bastava una sola mano;
l'altro da evitare,
se veniva meno l'equilibrio
di volare con una sola ala.

 

Era un tardo pomeriggio
di una giornata un po' grigia,
con qualche pizzico di freddo
e una manciata di nebbia.
A due passi dalla riva,
sulla terra smossa,
che l'estate riempiva di zanzare
e la pioggia rendeva molle,
Capitan Uncino giocava con il cane,
dalla coda mozza,
che correva a riportargli 
il pezzo di ramo
che gli lanciava apposta.

 

Più in là,
a cavallo di uno scoglio,
un giovane pescatore preparava l'amo
che fosse buono da mangiare.

 

Lancia, rilancia e ritira,
e venne quasi a galla 
il pesce caduto in trappola,
ma chi  gliela aveva tesa
scivolò dall'umida pietra
e vi battè la testa,
perdendo i  sensi e ciò  che aveva preso.

 

Gridò forte Capitan Uncino,
per farsi sentire da qualcuno,
ma  il vento lo zittiva
e gli mandava il fiato indietro,
tra l'imbrunire che diventava sempre più nero.

 

Il cane abbaiava,
a ciò che si muoveva,
a ciò ch'era fermo,
a ciò che qualcosa gli pareva,
mentre Capitan Uncino
si teneva alla roccia
e, con il braccio corto,
arpionava la cintura di quel corpo 
che scorreva nel fiume mosso.

 

Tre minuti di lotta estrema,
per non mollare la presa,
poi, l'ultimo grido di aiuto,
per non sentirsi perduto.

 

Finalmente, un uomo,
e ancora altre persone,
a portare via dalla corrente 
il pescatore sfortunato e Capitan Uncino, 
stanco ma sorridente.

 

Due pacche sulle spalle,
tra gli evviva e gli urrà,
ma, poco dopo,
quattro nuvole e un temporale,
a far chiudere le porte di casa,
a far finire gli applausi,
a far scendere il sipario sul coraggio.

 

Qualche pezzo di legna,
da bruciare nel camino,
un cane sul letto,
due occhioni neri
...e Capitan Uncino
in una notte da dormire
come eroe di una storia vera.

 

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