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Ma certo che ce la facciamo

 
Ma certo che ce la facciamo … siamo uomini e donne. Umani. Di sicuro, distanti da interdetti e impediti. E qui, dove basta fare uno più uno, serve solo un goccio di rispetto. Ad ognuno, il suo sorso. Come bersi un bicchiere d’acqua.
Ora più di allora. Perché è oggi, dove ci siamo preclusi finanche il nostro interagire; veicolo di trasmissione di un anormale virus, che spinge verso tosti trattamenti sanitari, in esiguità di posti, o  ci stacca, troppo rapidamente, da l’albero maestro, peggio che se fossimo foglie.
Come sempre, non paga fare il furbo, o meglio paga, ma sempre e solo sino a l’angolo, poi chiede gli interessi. Oltre, interviene quello ancora più furbo. E di seguito, ulteriormente. Abbiamo, nuovamente,  lasciato che si instaurasse questa pratica e, con le nostre stesse mani, ci siamo imprigionati in una catena ad anelli crescenti. Per colpevolizzare poi, svariate entità territoriali o ultraterrene. Già, non è mai colpa nostra.
Così, non di meno è  lo Stato, formato da persone incatenate, sia quelle accomodatesi in poltrona, ai piani alti, sia le altre in piedi o sedute su sedie semplici, se non sulla nuda terra.  Sebbene anche la nostra Costituzione, nel suo articolo 3, reciti:” Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di … . È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana …”, non abbiamo trovato nulla di meglio che lasciarle belle parole. Farne quadretti, incorniciarle, riempiendoci la bocca ma, guardandoci bene da l’appenderne uno in casa propria, nel proprio spazio personale.
Di sicuro non è agevolando evasori con rottamazioni di cartelle che si rende uguaglianza tra i contribuenti: riscuotere da chi deve e può pagare è un obbligo, non solo morale. O deve reputarsi che quanto richiesto non fosse dovuto?
Nemmeno con incisività della legge solo per le categorie meno abbienti o distrazione di articoli di legge rispetto al diritto tutelato, si procede in adeguata  direzione. Prendiamo ad esempio il codice della strada. Si reputa sorto per regolamentare la circolazione e cercare di ridurre al minimo la conflittualità che chiaramente si venne a creare coi primi veicoli, incidendo sempre più con l’incremento del parco circolante.  Nello specifico la velocità sulla strada: ciò che crea un incidente è, sicuramente, una velocità pericolosa in relazione alle varie circostanze oggettive. Naturalmente ogni telefonata fatta circolando, ogni video osservato, ogni messaggio digitato, ogni giornale aperto, ogni distanza non adeguata, ogni cartello stradale disatteso (anche se attualmente troppi), comporta una velocità pericolosa. Perché sanzionarla riduttivamente rispetto ad una violazione del limite di velocità che, fino a prova contraria, è la semplice mancata osservanza di un “comandamento” imposto? Perché concedere, a chi può permetterselo, di pagare per poter sfrecciare, senza indurlo nella tentazione di evitare?
Perché lasciar negare l’evidenza, a quella mascherina negazionista? Perché permettere  a chiunque di circolare con improprie armi a guinzaglio? Chiaramente a casa propria ognuno si regola come meglio crede, ma in pubblico esistono anche i diritti altrui.  Diritto alla libera circolazione di salutisti e cinofobi.
Oggigiorno siamo transitati dalle apparenti dipartite di chi un piede aveva già nella fossa a quelle che non guardano più nemmeno il numero di scarpa. Pure lo Stato  se n’è accorto e chiama a raccolta. Voglia levare qualche vizio occulto sin troppo evidente o solo smacchiare!
Comunque sia, se ne sorseggiamo tutti, sono certo … ce la facciamo.

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