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Cecile

Cap. 10- Cecile

Treno delle otto e trenta da Palermo. Solito etching razzista del solito controllore merdoso. Biondo, alto, occhialini da idiota, sguardo da pesce lesso. Un’uniforme verde insignificante che, evidentemente, gli conferisce superpoteri da sceriffo. Non fiata mai ma, quando si trova al cospetto di un extracomunitario, fa la voce grossa e cerca ogni scusa per incularselo. Treno delle otto e trenta. Due ragazzi marocchini sono su una panchina, oltre la linea gialla. Il borgheziofilo li insulta e chiede loro preventivamente il  biglietto. Il più giovane ce l’ha, ma il borgheziofilo non si arrende: la scritta è sbiadita, si intuisce la data di oggi, ma non si legge la stazione di partenza. Cazzo! Siamo a Palermo ed è il capolinea.

Da dove cazzo vuole che parta? L’altro povero cristo, invece, non ha potuto fare il biglietto. È carico di merce da vendere sotto il sole domani, ha una figlia a cui manda dei soldi, in Marocco, ha gli occhi lucidi, ha pure i soldi ed è disposto a fare il biglietto sul treno o ad essere multato. Ma deve prendere quel treno. Questo treno. Il treno è un intrecciatore di esperienze, una trebbiatrice di vite e occhi. Gli occhi, i nostri, convergono tutti sulla faccia dell’idiota in uniforme. Con tono sprezzante e schifoso, gli intima di scendere. Gli parla con le manone quasi in faccia, ad un centimetro dal suo viso, che qualche geniaccio, dal passato poco chiaro, potrebbe definire abbronzato. Lo aggredisce verbalmente, il marocchino prova a difendersi, a dire la sua, ma lo sceriffo a bordo lo incalza: “portami rispetto, indiano. Non sono tuo fratello.” Gli occhi miei e della gente attorno a me ora danzano tra l’indignato e l’esterrefatto.
“Dove sei diretto, indiano?”
“Sono marocchino. Devo arrivare a Cefalù. Sono due fermate. Fammi la multa o fammi fare il biglietto sul treno. Per favore: è importante!”
“ No. Facciamo così: tu scendi alla prossima, fai il biglietto alla stazione e sali. Ti aspetto.”
L’uomo di colore a gran passi si dirige verso la biglietteria, per far presto –e su consiglio del controllore –lascia a bordo i suoi fardelli pieni zeppi di secchielli colorati, collanine, bracciali, occhiali. Non era una questione di soldi, ma di tempo. Solo di tempo. Dal vetro del finestrino, avrei voluto continuare a fissare le nubi stiracchiate e filiformi spalmate qua e là nel cielo rossastro, o le pietre dei binari che fanno molto copertina di Desaparecido, e invece mi tocca vedere una cosa diversa: gli attori di questo film sono due. Il borgheziofilo e il marocchino. Il borgheziofilo attende che il ragazzo si allontani di una manciata di passi. Quanto basta. Il borgheziofilo è a suo modo uno sceriffo. Uno sceriffo in questo film avrebbe freddato il suo nemico alle spalle. Il grilletto di un controllore sfigato si chiama segnale di via. Il cittadino padano onorario si guadagna una tessera della Lega Nord, con tanto di foulard verde, quando fa cenno al macchinista di partire alla svelta. Il ragazzo di colore sente il rumore degli spari. Gli spari di questo film del venerdì sera di un’Italia ormai al capolinea si chiamano trenocheparte. Il ragazzo si volta, fa per tornare indietro ma è troppo tardi. Lascia gli occhi su quei due megafardelli bianchi, contenitori di un quintale di plastica da trasformare in un tozzo di pane. Disperato. Questione di tempo. Il tempo non è uguale per tutti. Il tempo è distensio animae, diceva Agostino, il tempo scientifico va accantonato, diceva Bergson. Il tempo è anche colore della pelle, diciamo dalle 21 di oggi. E il tempo,  se sei nero, è poco e tiranno. Se sei bianco un po’ più benevolo, al massimo portatore sano di noia. Se sei donna e bella il tempo sarà un nemico più in là, alle prime rughe, ma intanto puoi anche non fare il biglietto, basta il sorriso giusto.
Il ragazzino che era con lui è deluso e incazzato: “questo non è giusto. racism!” gli occhi sono quelli di un uomo ferito e amareggiato. Abbozza un sorriso di circostanza, ma di quei sorrisi che sono porte su uno strapiombo di tristezza. La tristezza di chi si deve rompere il culo per un pezzo di pane, mentre tutta la merda che incontri fa di tutto per fartelo andare di traverso, per tapparti lo stomaco. Lui non sa che fare, si rivolge a noi. Una signora bionda, olandese, legge “Bavaglio” di Travaglio. Capelli biondi e fluenti, borsa verde, pantaloni grigi fiorati, canottiera di lino. La donna è una giornalista. Lavora per una radio e vuole che la storia non finisca nel dimenticatoio. Vuole dar voce a chi non ne ha. La signora dà numero e mail al ragazzo. Glieli scrive su un foglietto.  “Ma perché fanno storie alla Turchia, all’ingresso in Europa, e all’Italia no?” Non saprei rispondere in modo educato a questa domanda. Mi vergogno molto del mio paese, di quel tricolore che ha ormai l’utilità e il blasone di un kleenex . Ma non voglio farne una questione di politica. Lo stronzo di circa ottanta/novanta chili ritorna, si becca i nostri insulti, ma è al telefono. Parla con un collega. Blatera qualcosa come “dobbiamo scendere la roba dell’indiano a Cefalù. Ha fatto chiamare i colleghi, quell’indiano”.
Si avvicina alla porta del treno fermo un altro maestro di vita. L’uniforme è la stessa, la stazza no. Questo è un po’ più tarchiato, sembra un barile coi piedi. È stempiato, occhiali e baffo démodé. “allora, chi è quest’indiano? Che gli hai fatto?” e se la ride.
“ma guardi che anche un italiano è indiano in nord Europa” irrompe la reporter olandese. Non ottiene risposta, ma almeno sappiamo che il marocchino li ha fregati. Si è rivolto alla stazione di Termini, farà custodire la merce in sala bagagli e domani la riprenderà. Certo, non passerà una notte bellissima, da solo per strada a Termini, ma nessuno ne parlerà. Se sei un extracomunitario ti guadagni la scena e le pagine dei mass media solo se stupri una ragazza o se fai un incidente in macchina.  Il treno-tempo scorre, lento e cadenzato, ruba la luce alle vetrine degli ultimi negozi aperti, schianti alogeni che si dissolvono dopo due secondi. Come l’orma delle nostre azioni sul cuore degli altri. Azione e impressione. Si avvicina la reporter. La scrutavo dall’inizio del viaggio. Occhi azzurri, di desidero e fierezza. Occhi azzurri, porte per chissà quale paradiso nascosto, di quelli che affiorano solo se li sai cercare e scovare bene, di quelli che ti si spalancano davanti e ti avviluppano. Cecile. Si chiama Cecile. È calma e composta, ma mi sconvolge. Mi destabilizza quel suo profumo, quel suo non essere semplicemente una bellissima sagoma vuota. Mi distrae da tutto, mi distrae. mi attrae. Mi tiene sospeso, all’altezza di un gemito paralizzato. E lì sì che si provano vertigini indicibili. “Lasciami la tua mail. Scrivila qui” mi dice, adagiando un’agenda aperta sulle sue cosce. Le sue gambe, perfette e lunghe, due autostrade parallele per qualsiasi infinito. Mi appoggio su di esse e inizio a scrivere. La mano quasi mi trema. È vertigine, sconfina nell’eccitazione e nell’estasi. È vertigine. I pensieri si intrecciano in maniera randomica, sono fibre impazzite e senza un’anima. Voglia di parlarle, voglia di affondare ancora di più su quella pelle di miele e seta. Voglia di baciarla, di stringerla. Di proseguire il mio viaggio fino a Napoli. E poi Abdul, l’altro indiano di cui ignoro il nome. La merda in cui nuotiamo e che taluni chiamano mondo, l’odio tra gli uomini, il treno, il vocio della gente. E poi di nuovo lei. Cecile. Moderna Venere che parla all’anima con accento del Nord. Vorrei esplorarla, tra gemiti e lussuria. Sono dedito alla carne e a tutti i suoi vizi. La immagino distesa, regina del mio sabba. Penultima fermata.  Raccatto frettolosamente i bagagli. Lei è di fronte a me. I miei occhi impertinenti la spogliano per la centesima volta in tre ore. La immagino nuda a danzare sul fuoco. Selvaggia e lasciva. In preda al furor bacchico, che ne colora le gote di rosso. Perfetta mentre si dimena tra i drappi del danno. Fisso i suoi occhi. Bevo l’infinito. Solo un minuto o forse meno. Ultima fermata. Io scendo, lei resta. Una questione di tempo. Il tempo a volte è poco e tiranno anche per me. In fondo un italiano è indiano tra i nordeuropei.

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