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Contenti da morire

Si può mai gioire della morte di qualcuno? Non so rispondere, ma posso dire questo: non noi, non qui, non in questo momento. Lo stesso momento in cui, invece, moltissimi americani appaiono davanti alle telecamere festanti e giubilanti per l’eliminazione del “grande Satana” islamista, Osama, abbattuto dai Marines nella notte. Osama il cupo, intitolazione mia, lugubre boia d’innocenti in cambio dei misfatti, veri e presunti, dell’unica superpotenza. Osama il cupo che non voleva giustizia per qualcuno, ma soltanto inseguire un pazzo disegno di dominio che, a suo vedere, sarebbe partito dall’Arabia Saudita, di cui credeva di poter impossessarsi, alla “conquista del mondo”. Ahimè, un progetto da cartoni animati nella testa di un pazzo magnate del petrolio… Così il mondo ha sfiorato la fervida fantasticheria di Jan Fleming, accarezzando la propria catastrofe come fosse un film di 007.
Ma la fine di Osama era scritta. La sua fine politica era già scattata all’alba di due indomani: il domani dell’Irak, dopo l’invasione statunitense, su cui l’organizzazione di Osama il cupo, Al Qaeda, aveva cercato di mettere le mani, mostrando invece soltanto la propria pazza vocazione al sangue. Perché i poveri iracheni avrebbero dovuto seguirli? Per quale promessa, per che ricompensa? Al Qaeda non portava che fame e sangue, ad usufrutto dell’impossibile vittoria e della irremissibile tirannia del suo capo…
 E “domani” dalla rivolta dei gelsomini, in cui i popoli arabi finalmente individuavano il vero nemico che li faceva soffrire. Cioè, quelli come Osama il cupo, i quali, a differenza di lui, un potere lo detenevano davvero.
C’è stato infine ancora un domani scritto sulla testa pericolante di Osama il cupo, quello del suo quasi-omonimo Obama. Avrebbe dovuto capirlo anche lui che l’elezione di quest’ultimo a capo supremo de suoi nemici coincideva con la sua sconfitta morale, politica, religiosa e infine anche fisica. Un nero democratico, leale, civile, contro di lui, miserabile reietto del mondo, col portafogli gonfio e le mani lorde di sangue…
Già. Tuttavia chi si sente di dire che si tratta del bene che vince contro il male? Quale bene? Il bene non si vede. C’è solo uno sporco assassino che trova qualcuno che gli rende la pariglia. E, nella fattispecie, non ci sembra di riscontrare le stimmate del bene nel plauso delirante delle folle Yankee, riversate nelle Avenue e nei luoghi simbolo d’America. Torno quindi a propormi il quesito iniziale: si può essere felici della morte di chicchessia? Foss’anche il più abominevole sorcio della più sprofondante fogna della terra?
Per me, per come sono fatto io, per quello che per sempre ho covato tra le mie pur dure meningi, la risposta è: no.
No, Americani, troppa felicità per la morte di chiunque fosse non paga. E siccome non paga, c’è qualcosa in più, qualche conto in più che non torna. Forse, essere troppo felici per una cosa ingiusta come la morte, qualsiasi morte, nasconde a sua volta qualcosa di ingiusto- magari un lembo, una scheggia di quella colpa che la festa odierna scaglia lontano da sé. Già, un pezzo, un troncone della immensa colpa di Osama il cupo che lui s’è addossata di buon grado, integrando anche quella degli altri, suoi antagonisti. Così oggi questa morte gioiosa rimette tutti i peccati e davanti alla colpa grandiosa del morente, tutte le colpe cumulative dei suoi detrattori – e di chi lo uccide – si disciolgono in quella, in un battesimo universale ove chi assolve è soltanto l’ipocrisia.
Così, gli Americani hanno avuto la loro vendetta e sono ubriachi di gioia. I jihadisti ne cercheranno un'altra, ubriachi d’odio. E verità e giustizia continueranno ad andarsene ramenghe in cerca di un mondo in cui trovar casa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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