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il demone dentro

quando l’azzurro del manicomio mi toccò,
vuoto, come le ali di gesso
sul corpo vuoto della vuota morte,
io conobbi il demone.
 
oh demone, faustiano compagno di catatonia,
che nel tuo marchiarmi mi fai santo
come la santa negligenza del tordo,
rizza le tue corna di plutonio
e perfora l’ultima voce di bontà
dal suo nascondiglio.
demone, caviglia scheletrica dell’omicidio,
suggeritore di visioni supplichevoli e caduche e allucinatorie,
Pandemonio del suono, incesto della luce,
rotto neon nel rotto schermo della notte,
quando dalla tua vigliaccheria di sonno
ti destasti nella mia collina verde di ciliegi,
le tue caviglie ossute affondarono nel mio sangue
e la collina divenne caos e scura foresta e fallica giungla.
no, il dolore non è una negazione dello spirito,
immagina rubicondi spiriti di dolore,
spazi interminabili di spiriti spezzati,
dolore di anime e cervelli di dolore,
dolore di voce frazione di voce canto di voce,
macellaio dolore e dolore dittatura,
dolore chimico dolore frammentario dolore parodistico,
specchi opachi di dolore opaco nella camera da letto del mondo.
 
no demone, non invidio la tua freddezza
quando con un bisturi di ipocrisia umana
apri le mie budella ma non ricuci il taglio,
ti ho visto in molte facce pulite,
le tue mani di seta bianche,
il tuo vestito di sartoria,
tutta la luce che emanavi dal tuo sorriso
ancora la ricordo, demone
 
e come dentro una frequenza di suono ripetitivo
io sto qui
nella fissità folle della tua oscurità, demone,
santo tra i santi, pietra luce nell’acciottolato del mondo.
 

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