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su Dio

il grido di potere del giostraio che organizza un’ultima corsa
sulle autoscontro del vecchio parcogiochi
è da brividi.
salta su, dice, devi fare un giro lungo e perfetto;
cose come tumore, batteriologia,  termonucleare, olocausto, macellazione
saltellano ora nella mio cervello.
ho un grosso problema con le Sacre Scritture,
con tutto ciò che sia inopinabile e sovrastrutturato,
guardo questa vasta composizione di pezzi unici, pezzi bellissimi,
questa fetta di Dio su cui camminiamo e ci diamo coltellate,
e mi domando cosa ci sia dentro le stigmate di Cristo,
nelle ferite da sparo di Lorca,
nella cicuta con cui Socrate avvelenò la sua mente eccezionale,
tutta quella purezza che da bambini riversavamo su una testa di bambola
dove va a finire?
perché tutto si perde, avvizzisce, diventa livido
come le occhiaie di un teledipendente?
questo sogno rigido e inconsistente
dalla rabbia perfetta
è il mio delirio o la condanna dell’uomo?
non c’è posto per me, nessuna parte da salvare;
nessuna sensazione, nessun grido,
una testa bianca che lamenta le sue ragioni in questo strano paradosso,
occhi come denti da latte, ragioni piccole, sovrannaturali, di stomaco, di ano,
ragioni belle come la debolezza di una rosa…
Dio è chino sopra di me. vicino. lontano.
Dio minaccia la mia levità, minaccia tutto il suo sacro impero.
ma ha fatto qualche errore, mi ha dato l’infinito in una tazza di tè,
mi ha dato l’astrazione, la bellezza degli angeli, l’irrazionalità.
dunque è Dio, forse, quella parte di me che da un nome alle cose?  

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