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Maria Teresa Liuzzo L'ombra affamata della madre Recensione di Raffaele Piazza

Maria Teresa Liuzzo – L’ombra affamata della madre
A.G.A, R. Editrice – Reggio Calabria – 2022 – pag.139
         Maria Teresa Liuzzo, l’autrice del romanzo che prendiamo in considerazione in questa sede, è nata a Saline di Montebello e risiede a Reggio Calabria (Italia). È presidente dell’Associazione Lirico-Drammatica “P. Benintende”, giornalista, editore, Direttore Responsabile Rivista Letteraria “Le Muse”, scrittrice, Dr. in psicologia, Leibnitz University Santa Fe, New Messico, USA, prof. filosofia e lettere moderne, USA, corrispondente de: “Il ponte italo – americano” – USA, Nuova Corvina, Europa (Hinedoara).
         L’ombra affamata della madre è il terzo romanzo della fortunata trilogia di Maria Teresa Liuzzo che comprende, oltre al volume che prendiamo in questa sede, gli altri romanzi …E adesso parlo!  e Non dirmi che ho amato il vento.
         I tre libri hanno come filo rosso che li collega il personaggio della protagonista Mary con le sue tribolatissime vicende e si può parlare a questo proposito di una vera e propria saga di Mary.
         Come i libri che l’hanno preceduto anche questo è scritto in terza persona e presenta un’introduzione di Mauro D’Castelli
         Costante in tutti e tre i volumi la presenza di Raf, creatura dalla vaga essenza angelica, amico di Mary e conforto nella sua vita nella quale subisce delle vere e proprie persecuzioni vivendo terribili situazioni.
         Elemento fondante per entrare nel merito della comprensione del senso profondo dell’opera è quello di sottolineare che in essa l’autrice realizza una nuova tipologia di scrittura non ispirata da nessuno, che sgorga come acqua di sorgente e automatica come se vivesse una trance incarnandosi nelle vicende. 
         Nell’introduzione ritroviamo una riflessione sul tempo che parte dall’assunto del poeta Sandburg: il passato è un occhio di cenere e rimanervi incatenati uccide il nostro futuro, riflessione che inevitabilmente si riferisce alla storia di Mary, ma che si potrebbe riferire anche ad altre storie.
         Viene da chiedersi a questo punto quale sia il ruolo del presente, l’attimo heidegeriano, quell’intercapedine tra passato e futuro perché il passato può riattualizzarsi affiorando dall’inconscio con un effetto negativo.
         Viene in mente che nella scrittura veterotestamentaria è detto che non si deve farsi affascinare dal passato e di non guardare né a destra né a sinistra e di tenere presente che si sta facendo qualcosa di nuovo. per realizzarsi con saggezza nel cammino della vita.
         Tuttavia dal passato personale e privato, come da quello storico, bisogna trarre la famosa lezione per non ripetere gli stessi errori che spesso sono stati inevitabili per la natura stessa dell’essere umano.
         Nella diegesi il passato stesso diviene fondante nella fusione della provenienza di Mary con il presente e il futuro e tutto è sotteso da parte della protagonista alla ricerca della sua identità e della sua salvezza che coincidono con l’aiuto della poesia e di Dio, categorie che sono in intima relazione tra loro. 
         Ogni singola parola che incontriamo nel romanzo in interazione con le altre è precisa e si crea un’armonica polifonia e questo fa parte della nuova scrittura suddetta nella densità stessa delle parole se nella Bibbia è scritto anche che non ci sarà parola detta (ma si potrebbe aggiungere anche scritta) che sarà senza effetto.
         Non a caso la scrittura di Maria Teresa Liuzzo è di natura mistica e profetica, di denuncia sociale e si muove contemporaneamente su tre livelli di percezione (Peter Russel). Ciò si evince anche da questo suo ultimo romanzo “L’ombra affamata della madre” che nella non facile descrizione anticipa la guerra (quindi la Storia) e descrive il particolare della donna incinta che fa rabbrividire per la sconvolgente esposizione.
         Ogni parte è mondo e non è necessario il luogo geografico dove l’atto oltraggioso fa da padrone.
         La trama sembra surreale come i personaggi magistralmente descritti. Scopriamo che la storia di Mary è simile a quella di Blanche Monnier tenuta segregata in casa dalla madre e dal fratello per 25 anni (il padre era morto da poco).
         Questo crimine voluto dalla famiglia era per evitare che Blanche sposasse un uomo benestante con molti più anni di lei, del quale era innamorata.
         La giovane si spense all’età di 64 anni nella più sconcertante solitudine. Così la trovò la Polizia dell’epoca essendo ormai ridotta a uno scheletro, coperta di escrementi e sporcizia di ogni genere. A nulla servirono le cure prestate dai sanitari: la sua mente l’aveva abbandonata giungendo prima della morte. Ma il trauma è un marchio a fuoco e da quelle “prigioni” si esce soltanto da morti.
         Blanche come Mary aveva avuto in comune un certo tipo di madre: una belva che prima accarezza e poi sbrana. Blanche fu rinchiusa e poi segregata come Mary a 24 anni, nel 1877. Mary provò le bastonate, sberle, calci, pugni e bacchette spezzate sul suo esile corpo a soli 5 anni. A sedici tentò il suicidio per la prima volta e la seconda volta a 19 anni. Neanche lei si doveva sposare ma lo scopo era diverso (doveva finire nelle grinfie del padre d’accordo con la megera madre). E pensare che Mary scansò anche i proiettili quando il padre le sparò. Era il giorno del suo compleanno. Le madri delle due giovani donne o meglio “deportate” incarnavano le Gorgone, ma il cammino delle due ragazze aveva una denominazione diversa. Blanche era in balia della madre e di qualche parente stretto, mentre Mary era in balia di tutta la famiglia d’origine e dell’intero villaggio commisto con le “imprese” della famiglia dalla quale ricavava enormi benefici, Anche la madre di Mary voleva farla passare per pazza col terrore che la figlia potesse rivelare segreti oscuri, ma sappiamo che la follia rimane tale solo se resta emarginata. Fu per questo che la mente di Blanche cedette, ancora prima del suo corpo. Mary reagì seppur bambina attraverso la Fede e la scrittura che furono antidoto per la sua Resurrezione. Dopo circa un secolo e mezzo sembra che l’anima dell’una si sia incarnata nell’altra, almeno simbolicamente o per comodità di linguaggio. Mary pur con il corpo martoriato, pieno di ecchimosi e fratture ai polsi per essere stata a lungo legata e trascinata, bastonata e fatta mettere in ginocchio per chiedere perdono ai suoi carnefici e con la schiena curva per essere stata costretta “ad accucciarsi” come un cane in un angolo buio e tetro trovò una forza sovrumana di reagire animando anche le cose morte intorno a sé, dando un corpo e un’anima. Così visse in trance episodi censurabili anche relativi a Blanche. Queste due madri così perfide e simili negli intrighi, complici nella loro belvinità si comportarono da sadiche per anni. Si continua a parlare di Giuda e ci dimentichiamo che anche Gesù Cristo fu tradito da San Pietro. Mary trasse la vita dalla morte che chiamò “Madre Oscura” e proprio da quell’oscurità ricevette la “Luce”. “Più crepe mi fate, più luce mi entra”, scriveva Mary ai suoi aguzzini.
         “Le donne sono molto più dure degli uomini, sotto la superficie. Chiamare le donne il sesso debole è una solenne sciocchezza (Carl Gustav Jung),  Una scrittura nuova quella della Liuzzo, che bisogna sapere interpretare e approfondire. Tra letterati e non la Liuzzo è “l’agnello sacrificale” (Antonio Catalfamo Le Muse dicembre 2021).
         Come Pasolini la scrittura della Liuzzo fa perdere il sonno ed è quindi scomoda a qualcuno?  Rimarranno con l’amaro in bocca perché lo spirito della VERITA’ non può essere processato né la parola essere interdetta (Raffaele Piazza).           

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