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Diario d'artista

Ancor oggi, rimestando fra i ricordi, crogiolanti come in un brodo opaco in cui il presente affonda e il passato tuttavia non emerge, mi chiedo: io che sono? Come mi son condotto alla vita che ho avuto? Cosa volevo davvero? perché?.
Non ancora ventenne, seguendo più un istinto che una idea, ritenevo che l’originalità, mi pare di capire ora, fosse la molla dell’essere, o almeno della mia traiettoria dentro l’essere. Questa fame di diversificazione, questa necessità di “essere altro” dalla normalità, non era altro in verità che la carta velina di una nevrosi, sotto cui traspariva a ben guardare- ma non sapevo guardare allora – che il senso di un decadere, di un volgere alla catastrofe che non apparteneva a me, né ai miei fratelli, ma che condividevamo incolpevolmente e inconsapevolmente con la “genetica” da cui discendevamo. Così, in  quella smania di esibirsi come eccezione ad ogni norma, si trasferiva invece una sete di distruzione della norma in cui la vita si dispiegava e che ne era come il suggello. Qualcosa, a tale distruzione, dentro di me si opponeva, era questa la cifra della mia “salvezza”, se pur tale fosse mai stata. Qualcosa di più forte del senso di morte in cui ogni cosa sembrava naufragare, mi traeva in salvo da quell’asfissia, gettandomi in una sorta di risacca ove né galleggiare, né affogare. Questa cosa era il messaggio. Sia pure senza la benché minima idea di cosa avessi da dire, sentivo dentro di me questa presenza: pre-sentivo cioè qualcosa che avrei dovuto prima o poi annunciare, senza custodirne la pur minima consapevolezza razionale.  
Ora, da giovani, io e il Duca (titolo auto-assegnatosi dal mio amico) facemmo di tutto per denudare la realtà di ogni apparenza benevola e compiacente. No, la realtà doveva mostrarsi infima, refrattaria, disumana. L’unico modo per farla ingranare era diffamarla, sbriciolarla, immergerla in una parodia feroce, ov’essa divenisse identica al disordine pezzente delle nostre vite. Era un problema suo, non nostro: essa era spregevole e a noi non restava che assumerla nel suo disonore e nella sua miseria, mostrandone, rivelandone l’intima nullità. Non era niente la vita e volevamo che si sapesse, che fosse arcinoto. Non pensavamo che le nostre vite particolari fossero segnatamente nulle, ma la vita complessiva, collettiva, in ogni sua universale forma, quella sì che era vuota e nulla. Coltivavamo una totale disperazione sociale in cui l’idea dell’insuccesso della vita non coincideva con quello delle nostre disperate vicissitudini, ma si specchiava in un’universale e sarcastica disistima del mondo e degli uomini. Quindi, chi se ne frega se anche la mia vita sprofondava col Titanic della tragedia irrilevante ed inutile dell’umanità? Un niente, un puntino perso nell’universo. Davanti alla morte non restava che un ghigno crudele, un po’ assatanato …
Eravamo dei miscredenti che non potevano confidare nelle promesse della vita, o della giovinezza. Non c’erano speranze e ambizioni nel decalogo del nostro avvenire: non ci ripromettevamo un futuro e il verbo divenne quello della denigrazione ad ogni costo dell’ideale. Così, se i giovani li avevano gli “ideali”, noi possedevamo il grimaldello per scardinarli, umiliarli e abbatterli. Credevamo nel niente come ad una causa e sottovalutammo persino il nostro destino sociale ed economico. Che difatti si abbatté su di noi come una piaga biblica.
Il nostro non riuscire a stare al mondo, la nostra “impossibilità di essere normali” non risaliva tuttavia alla causa che gli avevamo attribuito, ma alla frattura originaria del nostro rapporto con la realtà- una realtà impossibile, appunto, in cui ognuno di noi coltivava per proprio conto la propria catastrofe. E le nostre diverse nevrosi si erano così allacciate in un abbraccio consolatorio, ma disperato, da cui, resi spavaldi dalla desolazione di non aver niente da perdere, lanciavamo i nostri strali sardonici e “cattivi” contro la realtà, contro quella realtà refrattaria cui non avremmo avuto accesso. E così fu per sempre, fin qui, fino a oggi.
Già. Ma io ci avevo il messaggio. Ora, cosa fosse questo messaggio, decriptarlo, era impresa soverchia alle mie forze, e d’altronde così doveva essere. Esso agiva dentro di me come una specie di alterità, un sosia-fuochista che faceva girare le macchine onde dirigerle verso il suo proprio obiettivo, a me oscuro. Probabilmente questo obiettivo si sarebbe dispiegato attraverso una vita intera e sarebbe divenuto col tempo sempre più visibile, più lampante. Ma io che lo sentivo come missione e come sofferenza, arrancavo verso spiegazioni più raggiungibili e “correnti”, per così dire. Così, le nostre disperazioni assunsero maschere, sotto i cui  simulacri credemmo di poter allogare il nostro diritto e la nostra collera contro il mondo “normale”, di noi, creature anomale condannate spontaneamente all’emarginazione; noi, piovuti dentro la mediocrità della realtà con un aggravante bagaglio di pazzia e di dolore. E venne il tempo del Surrealismo. Sentendoci surrealisti, ci sembrò che il rovesciamento del mondo che auspicavamo coincidesse con quell’irruzione dell’inconscio nel reale, caldeggiato dalla banda di Breton & C. Forse per noi, inconsciamente, la liberazione dell’inconscio equivaleva alla liberazione dalla pazzia. La pazzia che ci marcava stretto, lampeggiando spaventosamente sul filo dell’orizzonte ordinario.
Proprio come era stato per i surrealisti, venne anche per noi il tempo dell’”impegno politico”. E il fantasma, il sosia che mi agiva in petto in incognito, mi fece supporre che quello era il messaggio. Purtroppo, a quei tempi nulla afferravamo della realtà, preferendole una specie di allucinazione eterea per cui l’accadere storico era fondato sul diritto e sulla verità (intesa come colei che trionfa sempre), e non, come dovevamo amaramente esperire, sulla violenza… Così, la violenza di stato, le stragi, l’omicidio dell’anarchico Pinelli,”defenestrato” dalla polizia, ci apparivano come enormità incommensurabili, perverse deviazioni dalla retta via del diritto e della verità che presumevamo radicate e inscindibili dal contesto democratico. Beata naivetè: non avevamo la minima nozione di Realpolitik, l’unica in vigore cioè. Così il cosiddetto impegno politico trascolorò brevemente, fin dove presi coscienza che non solo il messaggio era altrove, ma che la politica, quella vera, al potere, coincideva coi medesimi compromessi che la vita ingiungeva e contro il che ci eravamo battuti,  credendo di “fare politica”. Con la conseguenza amarissima di dover riconoscere che i miei supposti “compagni” erano tali e quali a quelli che volevamo abbattere. E che la nostra rivoluzione non era una palingenesi del mondo, ma semplicemente quello che era sempre già accaduto, l’eterno ritorno di qualcosa che si potrebbe intitolare “lotta di potere”. E c’erano anche lì, come altrove, quelli che si arrogavano il diritto di fare i ducetti, di mettersi, senza vergognarsi mai di nulla, in posa, sui palchi, a pontificare su ogni santa cosa. Così la politica non sembrava più l’”arte politica”, ma più che altro un metodo, un certo modo costruito di apparecchiare la realtà, una descrizione, non Il Messaggio.
Osservando un magnifico panorama dal treno, compresi il senso della parola “stalinismo” e, pur sentendomi sempre in cuor mio anarchico, presi coscienza che “comunismo” equivaleva ad altri termini, come “capitalismo”, o “consumismo”. Che non si trattava di un gioco di parole, ma del dominio violento e spietato di qualcuno su tutti gli altri. E che, come diceva appunto Marx, non era questione di ideali, ma di interessi. Anche dal lato stesso di coloro che si ispiravano proprio alle sue teorie. Compresi che schierarsi dalla parte giusta o sbagliata non contava nulla e che da qualsiasi schieramento sarebbe comunque risorto l’eterno ritorno della stessa cosa. E che questa cosa era l’inconscio stratificato, l’archè di un’intera comunità, coi suoi papi e i suoi dittatori sanguinari. Il che comporta che l’impegno politico è, nel migliore dei casi, una grandiosa sinfonia di piccoli passi, mentre quel messaggio che mi urgeva dentro inafferrabile e quasi ultraterreno, era immerso nell’universo; teso a un responso totalizzante sul senso di ciò che ci facevo io in mezzo all’essere e alla storia.
Oramai sapevo cosa il mio sosia non-voleva. Mi restava da affrontare l’enigma della sua “pressione” sulla mia (ammessa e non concessa) anima. Cos’è che mi faceva volere qualcosa che neanche sapevo e che tuttavia batteva all’unisono dei miei palpiti come “la cosa più importante”, il meglio dell’essere, del cosmo?.Ahimè, comprenderlo era certamente un’impresa superiore ad ogni mio sforzo. E bisognava, come Alice, attraversare lo specchio, cioè la vita, per conseguirne una certa cognizione di causa, e non definitiva, per giunta, e soltanto alla luce del “senno di poi”… Il mio “ospite inatteso” era semplicemente la vita che avrei avuto, con la sua “gravità” e la sua impossibile transizione alla normalità. Ma non sarei mai stato “normale”, era questa l’unica chiara sentenza che, fin dall’esordio, s’era impressa sulla mia vicenda terrena.
Così, mi sottoposi persino all’obbligo di tentare di essere normale, e il mio ospite se n’ebbe a male, gettandomi in quella pena avvilita e senza scampo che sentono quelli che stanno per saltare giù da un ponte. Ora, siccome ci avevo il messaggio che me lo impediva, rinunciai all’impresa e non saltai, né tentai più la via della normalità. Una via preclusa, una strada sbarrata… mi tuffai invece nella mia anomalia e feci di tale disagevole, sgradevole, osteggiante eccezione la mia norma. L’arte entrò nella mia vita come alcunché di ineluttabile e predestinato, o come una coscrizione obbligatoria. Fui costretto a cercare di farla diventare vita, a provare ad estrarne un minimo di sussistenza per non soccombere. Non volevo essere l’”artista”, o lo “scrittore”, non volevo niente. Venni come spinto da una deriva fantasma su un’isola di fantasmi ove, per sopravvivere, fosse giocoforza reinventarsi ogni giorno una cornice imaginifica alle scadenze grette e necessarie della vita quotidiana.
Così che, quando la vita comincia a fare capolino, guardando indietro fui indotto a comprendere che ciò che era stato, era esattamente quello che doveva essere e ciò che il mio ospite segreto tramava nell’ombra. Imparai a diventare ciò che si è, che il destino era incontrovertibile e che, anche contro quella spinta interiore ad una perenne e oscura eccezione, ecco, nessun gesto, nessuna mia deliberazione m’avrebbe mai disserrato l’accesso alla norma. Mi resi conto, quando tutto era oramai compiuto, che mi ero via via plasmato proprio sul modello ideale – l’originalità - che, da giovane, m’ero figurato nobile ed eccellente, e che mi risultava invece, visto dalla prospettiva esistenziale della cosiddetta “vita vissuta”, sventurato, invivibile, indesiderabile. E presi coscienza del messaggio, che era questo e suonava proprio così: non sarai normale, non per vocazione, né per talento. Ma per scontare la tua anomalia col pegno dell’invivibilità. 
 
E così mi è difficile vivere, ancora oggi. E non lo so se questo sia “arte”, so di sicuro che mi sta appiccicato addosso e non posso affrancarmene. E so, per esperienza diretta, che nessuno, nessuno potrebbe mai desiderare di albergare dentro di sé un tale dissociante ed ingrato ospite. Anche perché lui ti passa dentro attraverso una ferita, e come si potrebbe mai concepire la brama di uno squarcio nel cuore per farlo clandestinamente subentrare? Come si può desiderare di essere feriti per, magari, scrivere poesie? No, è vero il contrario: non volevamo il dolore, le ferite, perciò è scritto. Non avremmo scritto niente, se avessimo voluto ciò che, ineluttabilmente, abbiamo avuto. Non aspiravamo a questa “aristocrazia spirituale”, non volevamo una vita disordinata…
Ma era scritto. E l’abbiamo scritto. E amen. 

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