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Il grande inconscio - di Hjeronimus

Il rapporto tra passato e presente illustra la cifra della catena intersoggettiva che lega l’insieme cui apparteniamo. In tal guisa sconfessa esplicitamente la costruzione della differenza ontologica quale solinga entità certa, autorevole e dirimente sull’essenza dell’essere. Se noi siamo la condensazione ereditaria di un passato, come si potrebbe argomentarne appunto la nostra isolata ed eremitica differenza? Come si deve concepire un carattere ereditario all’interno di una unicità “coibentata” ed inaccessibile? Come possiamo essere diversi se siamo uguali? Uguali a che, se fossimo soltanto differenza?.
Il filosofo risponderebbe che anche il concetto di eredità storico-genetica pertiene ed è sussunto a quell’ambito appunto concettuale della edificazione di una realtà da parte di un io pensante nella sua solitudine, nella sua differenza da tale struttura mondana. Già, Ma questo io è pensante mercé un linguaggio e questo linguaggio è la concreta concrezione di quella eredità, ossia esiste nella sua pre-esistenza all’io esistenziale che lo usa per giudicarsi unico. E come può essere unico, se la prova di tale unicità risiede appunto nella casa del linguaggio che ha ricevuto da fuori di sé, da altri? Ecco, siccome il mezzo è il messaggio (e questo Heidegger avrebbe dovuto saperlo), chi usa il mezzo del linguaggio è già dentro l’aura intersoggettiva, cioè, non è già più  ontologicamente diverso.
E a me interessano le grandi sintesi, quegli insiemi pluri-significanti che sono la base della formazione di interi agglomerati spirituali e ontologici. Complessi di significato cui attribuiamo nomi diversi – epoche, culti, nazioni -, ma che funzionano come i motori che spingono la storia da retro, di modo che gli eventi più disparati che ne derivano non sembrano neanche più le conseguenze di quella propulsione. La vita spirituale e culturale si dipana all’interno di un Tutto cui continuamente ogni sua partizione richiama ed è richiamata. E la ricostruzione di questo puzzle sesquipedale e dodecafonico è proprio l’emblema dell’intelligere, del capire le cose sotto la luce celeste dell’episteme.
E se il compito e il dovere dell’intelligenza è essenzialmente compenetrare il proprio mistero, e cioè disadombrare l’identità di chi la esercita (chi sono? dove vado? perché?), ecco che l’identificazione di quel Tutto si configura come l’auto-analisi di chi tenta di rischiararlo. Il che, nel caso presente, non recherebbe a intitolazione dell’impresa il mio nome, bensì quello del mio spazio originario, origine guarda caso pure della nostra intera civiltà procreatrice: Roma.
Roma è già di per sé un Tutto. Un firmamento, una costellazione la cui anamnesi si traduce sempre, in noi occidentali, italiani e romani per giunta, in un quadro clinico storico-psicologico  che non è altro che la nostra, la mia, auto-analisi del grande inconscio storico in cui sono integrato; mio, nostro e romano per forza maggiore. In tal senso, noi siamo stati decisi altrove e incarniamo oggi i simulacri di un ardito progetto intellettuale, ma anche egemonico, ordito in un passato sempre più remoto ed estraneo al passante contemporaneo. Che ne è tuttavia la reincarnazione e la metamorfosi.
Ordunque, Roma è il grande inconscio della civiltà. Tra i suoi ruderi e le sue macerie si erge lo spettro del divenire, come uno specchio inclemente di ciò che siamo e che comunque non vogliamo. O come un dipinto, un affresco titanico dei desideri e delle ambizioni insoddisfatte, o sbagliate, come diceva qualcuno, di noi come individui e come insieme. Allora, da dove viene questo michelangiolesco dipinto? Dove vado a pescare “come sono fatto” fra le pieghe della storia?
Ecco, noi che parliamo questa lingua, io che ne faccio uso per dire “io” e “noi”, potremmo rinvenire un punto originario dal quale farci ridiscendere. Sia pur considerando che, per esempio, per quanto mi riguarda, i miei avi erano certamente asburgici, la quintessenza che vogliamo porre in luce passa ineluttabilmente attraverso il medium linguistico. È lui a trasmetterci quella memoria recondita del grande inconscio che custodiamo. E se volessimo indicare un vero e proprio inizio del nostro discorso interiore e caratteriale di tale “essere italiani”, dovremmo quasi sicuramente tra i tanti inizi della storia plurimillenaria alle nostre spalle, preselezionare la data che, traendoci fuori dal Medioevo, ci ha sospinto dentro quel che siamo poi diventati. Dico appunto che il nome è “Roma”, perché colà venne decisa la metamorfosi della nostra modernità. Anzi, di più: il destino stesso del luogo si identificava con la coniazione del soggetto nuovo che ivi venne pensato e messo in opera. Soggetto che, volenti o nolenti, siamo noi, oggi, dopo tanti secoli.
Verso la metà del sedicesimo secolo, la necessità della Chiesa di Roma di dotarsi di un assetto stabile e sistematico si era fatta, più che urgente, assoluta. La Roma papalina si era venuta forgiando attraverso secoli di assestamenti teologico-temporali, in cui nei diversi concili tenutisi sin lì si era più che altro affrontata la struttura dottrinale della fede cattolica. L’apparato giuridico-sistematico dell’imperio della Chiesa, il Diritto Canonico, era pur sempre fondato su quello ereditato dalla legislazione romana, di cui il papato si considerava legittimo successore. Così, il papa di Roma si sentiva il mandatario divino di una amministrazione universale del mondo (almeno di quello conosciuto), così come Roma ne era stata il Pontifex Maximus, l’Imperator. Ma questa visione “universale” si era venuta incrinando, prima con lo scisma d’oriente, seguito addirittura dalla caduta di Costantinopoli per mano “infedele” (così si reputavano le altre religioni: alla metà del ‘500 si considerava ancora l’eventualità di una crociata per riconquistare la Terra Santa); poi dalla rivoluzione di Lutero. E in mezzo, irrisolta, crepitava ancora la questione del primato tra papato e impero.
Ovvio che l’occasione di una Riforma, oramai improcrastinabile, offriva il destro per intesserci sopra interessi particolari. Così chi diede avvio ai lavori conciliari, coltivava invece interessi nepotistici inversamente proporzionali ai motivi che li avevano propiziati, e Paolo III Farnese, indicendo il Concilio di Trento (ed è di questo che stiamo parlando), credette di poter cogliere la palla al balzo per sottrarre potere all’imperatore, Carlo V, a fini famigliari (insediare il proprio figlio sullo scranno imperiale di Parma e Piacenza - con esito tragico: l’imperatore farà uccidere costui). Ma non ostante queste mire contraddittorie, durante i quasi vent’anni  di un Concilio interrotto, spostato, rinviato, ripreso e concluso frettolosamente, e sotto papi e loro “legati”, diversi sia per capacità che per spessore morale (si pensi solo a Carlo Borromeo), esso si concluse con un certo margine di successo per la Chiesa. Per Roma.
Paolo Sarpi, grande intellettuale teologo, scienziato, scrittore, frate e storico coevo, quando scrisse la sua Istoria del Concilio tridentino, ne trasse un’amara conclusione: non di “riforma” si doveva parlare, ma di “deformazione”. Ovvio che il suo libro finì nell’Indice dei libri proibiti. E tuttavia, pur sostenitori del grande Sarpi, possiamo oggi trarre conseguenza meno drastiche e meno pessimiste su quel gran marchingegno ecclesiale che fece pur avviare il motore dell’inquisizione e dell’oscurantismo. Ecco, abbiamo già citato uno dei principali fomiti di tale oscurantismo: l’indice dei libri proibiti. Forse per la prima volta nella storia apparve una cosa del genere. La Chiesa ritenne necessario avocare a sé il sapere. Solo agli ecclesiastici doveva riservarsi tale priorità; solo i preti potevano detenere il primato del sapere. Perciò tutto quanto apparisse pernicioso e sovvertitore al catechismo romano, ossia al sapere ortodosso, doveva essere perseguito sistematicamente. A tal fine si istituiva da un lato il Sant’Uffizio, cioè il Tribunale dell’inquisizione, con la coerente condanna di moltissimi autori e libri (tra cui persino Dante); e dall’altro invece si ideò la macchina della Propaganda, che favoriva le arti e la musica, sia pure entro precise prescrizioni, quali strumenti insostituibili della stessa (vedi Palazzo di Propaganda Fide, di Borromini, a Roma). Ove si fa notare l’antitesi stridente fra l’attacco alle lettere e invece la promozione delle arti. Di qui vien fatta anche discendere una certa vocazione degli Italiani verso queste ultime e un disagio quasi sprezzante verso i libri. Quindi il genio Barocco, la Retorica o il Melodramma e l’opera, ma non le grandi categorie narrative del romanzo, per esempio quello franco-tedesco, della storia o della scienza. A ciò che è scritto viene anteposto l’imaginifico, il “maraviglioso”. Il sapere dei libri viene sequestrato da Santa Madre Chiesa. Così, quest’ultima si inventa e precede tutt’intera la modernità. Quella politica. Dall’assolutismo di stato, alla propaganda che oggi denominiamo “da mass-media”, considerando le arti visive e musicali i mass-media più influenti e funzionali del tempo. Per la prima volta al mondo, se escludiamo la magna Carta che era tuttavia una raccolta di leggi e divieti riservati all’aristocrazia feudale del tempo, si faceva procedere l’assetto della società da documenti elaborati da un consiglio di “saggi”. Si forniva così il sistema di una sorta di “costituzione”, ossia di un sistema di regole basato su una elaborazione teorica redatta da un entourage selezionato di menti sagaci e colte. Con tutte le storture connesse alla gestione del potere temporale e degli interessi particolari, resta tuttavia il primo razionale approccio ad una teoria sociale fin lì ignota; la prima “sociologia” del mondo.
E qui si faccia attenzione: l’italiano moderno (non il contemporaneo) nasce qui. Ossia, di qui prendono le mosse “io” e “noi”, e si arriva fino alle odierne (e disastrose) contraddizioni. Non avremmo avuto la democrazia degenerata dell’ultimo mezzo secolo senza dietro l’ombra funebre della controriforma. Persino il Barocco in dilatazione si equivale, nel senso, alla proliferazione delle voci e dei messaggi mediatici, subliminali o no. Ove qualcuno, con la “meraviglia”, ammalia e circuisce un pubblico babbeo e ignorante. 
Il nostro grande inconscio, Roma, è pur sempre lì, che parla attraverso le sue macerie grandiose e le sue mille chiese monumentali, a ricordarci che la vittoria è sempre “schiava di Roma”, stretta nel morso imperiale del dominus vaticano. E che l’ultimo imperatore romano sta pur sempre intronato sul suo soglio pontificio, anche oggi, anche adesso, e amministra di lì il “resto del mondo”. Poiché sa, attraverso quella cultura che ha riservato a se stesso, che il dominio di Roma, ossia del grande inconscio della “Nazione degli uomini”, si estende alle remote radici dell’essenza umana, e che quindi, da là sotto, è sempre in grado, manipolando il linguaggio, di riacciuffare chiunque. E “io” e “noi”, che parliamo addirittura la stessa lingua, non solo siamo i più esposti e ricettivi a tali esche, ma riproduciamo al nostro interno gli schemi e le strutture psicologiche e morali di tale anelato “dominio del mondo”. Sia pur questo illusorio e votato alle apocalissi. 
 
Il divenire passa attraverso la macchina del linguaggio: apprendendo e parlando non solo una lingua, ma addirittura il dialetto, fra le pieghe recondite di ciò che odo e dico s’insinua il codice arcano del grande inconscio, mettendo in divenire anche il piccolo inconscio della mia anima. Così che al mio stesso interno si riproduce la Storia e le sue cause immanenti nella forma di un carattere e di un sentire che sembrano solo miei, ma che, come dicevamo, sono invece intersoggettivi e provengono da una memoria che va molto oltre i nostri nudi dati anagrafici. Di modo che infine, pur sentendosi libertari e progrediti, portiamo l’oscurantismo nel sangue e finché non ci avremo fatto i conti, continueremo a scambiare gli specchietti per allodole e ad incolpare gli altri, massime le destre, dei medesimi peccati che crogiolano dabbasso, nel nostro stesso sangue.
 

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