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Io e lui

“Qui, a Bad Ragaz, nome che si può tradurre con Terme di Ragaz, un luogo che rappresenta una specie di laica oasi risanatrice per il corpo, rifletto su quanto io abbia invece sempre sottostimato le ragioni del corpo. Questo non era altro per me che il frontale estetico di una specie di sanctorum interiore di cui doveva soltanto reclamizzare la bellezza. Perciò il corpo doveva apparire bello come l’anima che conservava. Ma, appunto: apparenza …
Il corpo, invece, a seconda di chi lo osserva, è sempre un altro, un alter, un’alterità. Dal punto di vista, per esempio, di un anatomista esso è un inferno di tubi, gangli e liquidi, avviluppati in una rete inestricabile. Il corpo, potremmo azzardare, è l’assoluta oggettività cui l’intelligenza è obbligata e sottomessa. Farlo star bene, farlo godere rientra appunto in tale obbligatorietà, la quale è di conseguenza un nulla nella sua ineluttabile continuità. Vivere, cioè essere, sta nell’invenzione, non nella convenzione (irriducibile) del corpo, almeno per me.” Questo scrivevo il 17 aprile, borghesemente accomodato in un “tre stelle” a forma di castelletto. Perché concetti come il corpo, l’incarnazione, la materializzazione, coincidono appunto con l’idea di “esser fatti”, ossia con una convenzionale certezza materica circa l’esistere delle cose. Qualcosa che si vede, si tocca, si sente, esiste e basta e l’ente assoluto che convalida questo assioma è lui, il corpo, il propulsore e terminale assoluto di ogni considerazione dell’esistenza delle cose. Quindi, recita una vocetta dallo sprofondo dell’inconscio, non possiamo sapere davvero dell’esistenza delle cose, come scrisse Kant, intorno a noi. Ma serbiamo una muta e granitica certezza dell’oggetto principe incarnato nel nostro corpo, che filtra e concede di essere alla totalità là fuori. Ahimè, con quanta supponenza …
Noi, creature parlanti, dimentichiamo sistematicamente il dominio linguistico cui siamo aggiogati. Siamo sicuri del nostro corpo materiale, la cui esistenza ci è comprovata dalla sensibilità di cui è permeato, la quale ci avverte di ogni evento che lo pungola, come il freddo, o un oggetto contundente che lo ammacca. Ma appunto, “siamo sicuri”, chiamiamo in causa un “essere” sicuro di sé. Questa sicurezza risale soltanto alla voce, dentro di lui, che dice non solo di essere, ma di essere sicuri, essere sicuramente. Questa certezza appartiene soltanto a quella voce: l’unica cosa sicura è che esiste la voce, la parola che essa esprime, quindi l’essere- ma nulla comprova al di là della parola questo esistere. L’esistenza dei corpi è imponderabile: noi sappiamo di sapere del corpo, ma cosa sia davvero è un abisso. Certo, l’esperienza del godere e del patire, che sono i poli contrapposti della nostra incarnazione, depone a favore della positività, ossia della “cosalità”, del nostro corpo. Ma questi elementi sono conditio sine qua non dell’esistere e sono prova soltanto dello stato di necessità da cui insorge la corporeità, ma non dicono cosa è. L’essere non è “cosa”. È solo nomenclatura.
Ma questo è un divagare, una diversione morale sempre in auge e perciò sempre ripescabile, se occorre, mentre qui l’autentico nodo soggettivo è quello di fare piacere al corpo come fosse il volere determinato di qualcuno, e non un  obbligo pulsionale, un diktat delle viscere contro, non per, l’essere.
E devo comunque recitare il mea-culpa per avere privilegiato sempre questo lato essenziale, a fronte di quello appunto corporale, troppo. È vero che il corpo ha i suoi demeriti e che siamo obbligati a obbedire ai suoi impulsi; è vero che cedendo ai desiderata ancestrali che pulsano al suo interno si può cadere infinitamente indietro, regredire ad una violenza primigenia; e che, anche senza spingersi così oltre, comunque è facile cadere preda di una fame insaziabile che spinge da profondità abissali verso un rapporto belluino al mondo, una smania di potere, di violenza, in una specie di risarcimento per aver smarrito l’essere. Ma sarebbe stato necessario tuttavia, come dire?, dare a Cesare quello che è di Cesare, eccetera … Non è flagellando il corpo e indurlo ad una contrizione dolorosa che si può interrompere il filo che lega le sue pulsioni a quegli esiti avidi e crudeli nel mondo. L’essere deve contemperare l’esistere, l’essenza il corpo: non è necessariamente negativo farlo godere, avvenga pur questo sotto ricatto. Bisogna accettarsi, è questo l’epicentro del teorema.  
E c’è una domanda da cui questo teorema si avanza: io sono dentro questo corpo, o io sono il corpo? È questa carcassa che produce nella sua integrità il pensiero che sto esprimendo, o alcunché al suo interno che la impiega, come essa usa il vestito che la fodera all’esterno? … Certo, da un punto di vista laico tale riflettere del pensiero non coincide con la sua etimologia: non riflette nella parola ciò che è percepito dai sensi, mette bensì in atto dei processi chimico-organici, quindi materici, cosali, ove si muovono neuroni e terminazioni nervose varie. Tuttavia, la mia cosa pensata è impercettibile ai sensi altrui; quindi dov’è, dove si situa l’”oggetto”, ossia la parola pensata, frutto di quei tali processi? Visto da questa prospettiva, si direbbe proprio che tutta l’utensileria del processo organico è usata da un ente che ne resta comunque indenne. E che lo supera, lo usa, lo trascende. Come se io facessi uso di tutto l’armamentario del corpo da una sorta di “difuori” onde produrre l’ultracorpo del pensiero.
Ma se non obbedisco al corpo, il primo a subirne le conseguenze è lo spirito. Si ammala proprio questa “cosa” evanescente che c’è dentro, io, nella forma di un somatismo, o di una qualche Spaltung nevrotica che riduce a pazzia l’ente trascendentale che dovrebbe invece sublimarlo nell’astrazione. Allora, se la “cosa” fosse semplicemente dentro al corpo, non subirebbe queste conseguenze. Soffrirebbe, ma non potrebbe ammalarsi. Ergo, o io e corpo sono lo stesso, o qualcuno ha ficcato l’uno dentro l’altro. Insomma, il Dio c’è o non c’è, è indifferente.
Il problema è far convivere l’io-dio con l’io-corpo. Se anche il pensare, che è l’essere, si percepisce come un’alterità rispetto alla propria incarnazione, tuttavia è indubbiamente quest’ultima ad “esistere”.
E forse il dovere morale di ognuno è proprio quello di operare questa conciliazione assicurando il godimento di entrambi, senza ovviamente calpestare quello degli altri. Così, davanti all’attrazione/repulsione dei sensi, è insensato il rigore moralistico, di massima religioso, di resistergli, reprimendo, anzi attrappendo dentro se stessi le spinte necessarie della natura dentro di noi. Così come è altrettanto assurdo eleggere a valore il contrario, l’apoteosi dei sensi- che porta in realtà alla insaziabilità e alla sconfitta (basta leggersi l’irritante libro di Catherine Millet). Sarebbe necessario accordarsi con il proprio corpo e concedergli serenamente il dovuto, evitando di appesantirlo di sensi di colpa, o viceversa di improbabili trascendentalità. Ma per arrivare a questo risultato dovremmo svelare l’incognita celata oltre la sua apparenza pseudo-reale: chi sono io, il corpo o l’anima? Il piacere, o patire, sensuale, o l’ente trascendentale che gode anche di quei momenti, ma in quanto logos, riflessione essenziale nello specchio dell’essere di quella esistenza pura e primordiale? Logos spermatikos o logos tout-court?      
L’umiliazione, o addirittura la flagellazione del corpo è un alibi per strutture morali deboli o inadeguate. E lo stesso dicasi delle bulimie sensuali dei maniaci del wellness. Soggetti che proprio alle terme trovano i loro santuari deputati. Colà si mettono in mostra corpi che contemplano una sola vita, quella organica, quindi palestrati, ipertrofici e rutilanti, come “peplum”  ambulanti. Per rapporto a me, una inversione disastrosa del senso. Ma anch’io ho torto, pur non annoverandomi fra martiri, flagellanti e neppure tra le Simone Weil, heautontimorumenos laiche e “filosofiche”. Poiché avrei, avremmo, dovuto sanare la discrasia tra essere ed esistere, fra quell’io-dio e quell’io-corpo, e non invece accentuarla come tifosi di una parte sola.
Forse siamo già una parte sola, e l’immateriale e la “cosa” sono già la stessa cosa.  
 

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