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La neo-banalità del male

 Una volta, tanto tempo fa, ci si opponeva alla modernità con argomentazioni reazionarie e ogni novità introdotta dalla techné sembrava introdotta da una specie di satanismo perverso. Oggi, si ha un po’ la sensazione che il satanismo perverso si sia arrogato la tecnologia (come è accaduto a Mosul, ove i Satana affamati di soldi del sedicente Stato Islamico hanno depredato le armerie irachene e con quelle armi cercano di rapinare l’intero genere umano).
Sì, il concetto è che la banalità del male del nazismo si stia travasando in quella di questa specie di grande fratello tecnologico che ci circonda, non dà scampo e nella sua ubiquità ineluttabile ci inietta il siero avvelenante dell’omologazione. Come drogati deprivati della facoltà di giudicare come essere, come soggetti unici e irripetibili, ci muoviamo come fantasmi in un universo previsto, uguale, lobotomizzato. E questo sapere unico è in totale balia della cibernetica. In sostanza, non è già la macchina che assomiglia all’uomo, ma viceversa. Ma è interessante il come…
Il sapere come apparenza, come illusione, finisce sempre per  suggestionare le menti di coloro che si trovano magari a navigare in acque gravi, senza galleggianti. Così insorge e viene astutamente alimentato il fanatismo. In condizioni critiche e a-critiche, migliaia, milioni di kleinermann, nel senso di Fallada, subiscono la circonvenzione di un qualche avanzo di fogna assetato di soldi e potere. Gli si paventa così una specie di verità completamente onirica, visionaria, irragionevole. Ma redentrice. Il povero disgraziato si sente salvato da un racconto paranoico, in cui lui è però l’eroe, che serve soltanto al “narratore” per fare soldi. In questo racconto, la sua ignoranza, il suo non sapere di niente si muta magicamente in una specie di onniscienza che lo rende saccente e fanatico di quel suo tale credere di sapere. Viene trascinato nel delirio altrui, per scopi altrui e soltanto allorché si trova in fondo alla fangosa miseria altrui incomincia a comprendere, magari, il prezzo della sua illusione… Succede così pressoché in ogni paludoso ristagno delle morali a prezzi stracciati, affioranti qua e là nella melma occidentale e non. In una trottola di vomito che sguazza da Hitler all’Isis, dalle dittature sud-americane al leghismo nostrano, briaco e livoroso.
Adesso però, l’apparenza di un sapere “debole”, fanatizzato dal rovesciamento in “illuminazione” della propria sostanziale balordaggine, trova un insperato complice nella fotocopia dell’universo gettata a sprezzante buon mercato nel buconero fotofagico della video-massa, dal “vero” Dio in auge: la tecnologia. I fatti godono oramai di una sola versione e in una sola lingua, quella virtuale, per cui, come recita la parola stessa, non sono fatti, ma un racconto. Un racconto solo, imperante e autocratico, da e su tutte le latitudini. E stavolta non reca neppure le stigmate del fanatismo: nel suo assolutismo “obbiettivo” e pragmatico, sembra concedere al suo video-dipendente la luce della cultura, di modo che la “vittima” si senta invece gratificata e libera, autonoma, nel suo incassare, come un pugile suonato, il pensiero unico video-inoculato. Come un’opzione incognita, la coscienza pre-impostata penetra dall’occhio drogato del falso-libero dentro quella autoctona e oramai in disarmo che possedeva prima. E la sbaraglia, installando in suo luogo un programma “a reti unificate”, come si dice oggi, di cui egli si sente autore e depositario, mentre non è che lo stampino atono e afono di milioni di copie. Ma il fanatismo c’è e viaggia appunto in incognito a buon rendere dell’industria culturale cui è sussunto.
Si formano così masse, agglomerati, partiti di sapienti che non sanno un accidenti, pronti a balzare su un qualche treno, purché si tratti del veicolo di un sogno catartico, che li traghetti sui Campi Elisi del potere. Perché credono di sapere, loro, da soli, ciò che si deve fare. Milioni di corpi soli, tutti uguali, che coltivano la vanità di un sapere che non lo è e che viene da quell’”altrove” tecnologico cui sono magicamente avvinti, convinti di non esserlo. Toccando così l’apice del paradosso: la cieca persuasione, loro, tutti uguali, della propria diversità. È questo il pregiudizio in agguato sulle menti di generazioni che hanno perso il succo antico dell’essere e ci hanno guadagnato magari uno smartphone… La presunzione di un sapere superiore, che corrisponde invece all’encefalogramma piatto di robe come Wikipedia & Company, unita alla sedicente, ottusa convinzione, fondata su quel sapere-non, della propria diversità, del proprio primato morale e originale sui propri antagonisti.   
Vogliono così riformare il mondo, fondando nuovi partiti, giurando e spergiurando sulla propria indefettibile fedina morale. Perché non hanno mai letto Witkiewicz: … tra noi e voi ci corre soltanto un sottile filino. Quando l’avrete oltrepassato, sarete tali e quali, come noi… 
 
  
 
 

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