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Lettera

Il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini dabbene.
Di più: il mondo è una lega di infami, di codardi e di avvoltoi contro tutti gli altri, e per altri intendo altri infami, altri codardi, altri avvoltoi, solo più pavidi ancora, incapaci di realizzare apertamente tutta la loro miseria, tutta la potenza dell’abiezione che gli crogiola dentro. 
Il male minore in questo regno del male, è la cosiddetta democrazia. E la democrazia è nel migliore dei casi un nido di parassiti che prospera sulla falsariga dall’amministrazione dello Stato, e che non amministra altro se non i propri sporchi traffici per lucrare sul groppone degli amministrati. .I quali, come detto, diventano tali nel momento in cui non son capaci, o all’altezza della bassezza dei precedenti (e dei propri istinti). Si dia loro l’occasione, ed eccovi l’uomo-ladro, bello e confezionato. 
Ci sono poi i “rivoluzionari”… mi viene un ridere isterico soltanto a trascrivere tra le virgolette il loro titolo onorifico. I “rivoluzionari”. Bah, chi sono? Con quel loro linfatico appeal-contro, quando si scagliano gonfi d’ira rabbiosa, seminando odio e paura, contro i loro cloni, dall’altra parte della barricata, colpevoli d’avercela fatta, mentre loro, i “rivoluzionari”, masticano la polvere dei perdenti. Mi fanno ridere quando innalzano i loro virtuosi allori, sbandierando un’immacolatezza “ideale” dovuta soltanto alla sconfitta della loro ignominia ad opera dell’ignominia altrui, cioè di quelli che vogliono abbattere. E penso con disgusto a quell’odio rabbioso che li anima e che mi svela la loro sostanziale identità con ciò che condannano con tanto fervore. E me li figuro al posto degli altri, della politica che si ripromettono di annientare, insediandosi sul trono che hanno appena rovesciato. E vedo l’uguale, il medesimo desolante teatro di falsi profeti e birbanti autentici, per usare l’espressione affibbiatagli dal poeta… Niente di nuovo sotto al sole, mentre sembra che anche il sole batta in ritirata…
Ahi, povera Terra. Oh, apriti cielo. Fa che discenda sull’ignominia del mondo una lingua di fuoco sterminatore. Che siano cancellati questi individui che, del resto, lo faranno da sé se non interverrai.
Intercedi o Cielo per le tue creature, abbi pietà e massacrale, prima che esse si macchino ancora di questo massacro, prima che usurpino il tuo trono e credendosi Dio distruggano la sua creazione.
 
Poi depose la penna e impugnò il revolver. Bang.
Avvertì  tra le costole lo schianto devastante. La mano libera, la sinistra, corse istintivamente su quel bruciante cratere che sentiva divaricarsi addosso come muri che si sbriciolassero. E in un decimo di secondo pensò due cose: che no, non voleva questo, aveva sbagliato mossa. Non era questo il finale che aveva in mente, rimuginò ora che era troppo tardi per la retromarcia… E, due, che dalla finestra spalancata qualche coinquilino, nel palazzo, avrà sentito lo sparo e, sicuro, verrà qui e chiamerà un dottore…
Alzò la mano sinistra dalla ferita e la rimise sul tavolo, sulla lettera appena finita. Poi cadde indietro con tutta la sedia.
Sul tavolo rimane la lettera con l’impronta insanguinata delle cinque dita. Passa un vento dalla finestra aperta e la scuote. Ma il peso vischioso del sangue la inchioda al legno e resta lì, inerte, incollata come un manifesto funebre. Un paio di giorni appresso, entra dalla finestra una specie di ruggito ventoso. La carta si scolla di lì e s’arrampica su quell’onda generosa. Vola via, lontano. Plana giù come cadendo da un albero, foglia tragica di un autunno troppo precoce. Scende nel mondo degli uomini, nel mondo dei birbanti. E tocca terra scortata da una indifferenza universale.
E davanti a quel monito insanguinato e secco, perduto nel vortice delle cartacce sollevate dal vento, ritornano le parole tolte dalle Scritture dallo stesso poeta, a intestazione dei suoi ultimi versi:
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
 
 
 

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