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Oscar e io - recensione segnalata dalla redazione

05/03/2014
Ieri l’altro è stato assegnato l’Oscar americano, quale miglior film straniero, a “La grande bellezza”, del nostro Sorrentino. Ieri, con una fretta volgare che è da ricollegare ai diritti di distribuzione del film, è stato trasmesso, inzeppato di reclame, da una delle TV commerciali del grande parassita ignorante d’Italia (il film è dell’anno scorso), che è ovviamente anche proprietario della casa di produzione e distribuzione. È anche ovvia la (mala) intenzione: fregare un pezzetto d’alloro a Sorrentino e porselo in capo. Leggo sull’”Espresso” che comunque la produzione non è quella, se non in minima parte, cioè il parassita e i suoi potentati finanziari non volevano sovvenzionare il film e non l’hanno fatto, limitandosi a sostenerne una piccola quota in cambio dei benefit della distribuzione. 
Me ne frego (linguaggio “loro”). Approfitto del “regalo”da parte di uno dal quale rifiuterei persino i complimenti. E guardo il film.
Il film, appunto. Una specie di favola morale e malinconica, con lieve riverenza a Fellini, il cui fulcro ombelicale è la bellezza immortale dell’Urbe. E questa è una cosa difficile da trasmettere, specialmente a chi non ci ha vissuto. Io ci sono nato e lo so dalle viscere a cosa punta. A tale riguardo, mi viene da parlare di questo film da e per angolazioni diverse. Per esempio, per analogia: per quanto fondamentalmente anti-mondano (e la mondanità è uno dei pilastri del racconto), mi sento tuttavia assai in sintonia con questo personaggio tormentato che “batte” come un maratoneta tutte le strade antiche e solenni della città eterna, con dentro l’orecchio il monologo interiore della propria disperata irrilevanza. Come se quella maestà volesse per opposizione, dar risalto alla propria pochezza, e poi, di nuovo riscattarla proprio con quel suo dono incomparabile. La bellezza a Roma è un codice, un modus vivendi, è questo che è difficile da far capire. Essa è interrelata con la memoria e con la compresenza di testimoni arcaici, passati e odierni. Nel suo caos quotidiano si spalancano squarci di silenzio quasi sovrannaturale ove riposano incredibili culmini artistici di ogni tempo: vedi la “Beata” del Bernini a San Francesco a Ripa, per esempio, o gli affreschi del Cavallini a Santa Cecilia: “chicche” assurde del genio umano, perdute fra le immense ricchezze dello “scrigno” romano. Oasi d’intelligenza in quel deserto contemporaneo di traffico e di ciance. . 
Un’altra prospettiva si apre così, su di cui il film si dispiega. Quella del contrasto del grandioso cumulo di civiltà che si apre allo sguardo dell’osservatore, con l’inaudita “caduta” dell’Urbe moderna. Ahimè, anti-moderna; dell’Urbe che moderna non riesce mai più a essere. Che Roma fosse anche turpe era scritto nel suo DNA, ma l’abisso di turpitudine che ora l’avvolge non si era visto neanche, magari, ai tempi di Cesare Borgia. Un infernale calderone di bassezza e di insapienza, ove sguazzano a milioni genti infelici, nevrasteniche, gonfie d’odio. E dove tutti imprecano contro i peccati altrui, salvo commetterli. Sono in fondo questi i due piani principali sui quali si dipana il racconto filmico; questi i due tronconi antitetici che fanno stridere le corde del personaggio-scrittore, soggiogato egli stesso al proprio interno dall’odio e dall’attrazione verso questa becera mondanità che è tuttavia come una controfaccia della immortale Bellezza.
E venendo proprio al film, e lasciando da parte le “angolazioni”, direi che, pur ammettendo alcune defaillance, si tratta di un bel film che si porta a casa meritatamente i suoi premi. Mentre in patria si sollevano continuamente dei “distinguo”, delle obiezioni che mi pare trovino riscontro soltanto nella disconoscenza degli obiettori. Una disconoscenza quasi più di Roma che del film. Allora, ficchiamocelo bene nella zucca: stiamo parlando della più ponderosa messe umanistico/gnoseologica mai mietuta al mondo. Non c’è un’altra Roma in nessun altro universo. E chi eccepisce contro la “depravazione” dei nullafacenti e ricchi borghesi locali, identificandoli con un modello “immorale” che loro biasimano, ovvero coloro che stigmatizzano la lentezza indolente del film, della città e dei suoi abitanti, oppure quelli che incolpano di tutto ciò, e in primis di essere intellettuali, gli “intellettualoidi” protagonisti del film e dell’Urbe reale, sappiano questo: qui si parla di una quota minuscola di quei quattro o cinque milioni di abitanti che ci vivono, neanche una minoranza, ma la specie rara di cui consiste il cantuccio delle persone sensibili, cioè le uniche che hanno qualcosa da dire. E queste approdano colà ove rispecchiano nel grandioso, meraviglioso, sublime proscenio che li accoglie, un sesto senso che soltanto lì può sbocciare, che è il senso dell’universo. E in tale molteplice universo si capta per forza un senso universale delle cose, appunto un sesto senso per il quale si può anche ingoiare la turpitudine e tenersela sullo stomaco, come uno scotto pagato al diavolo per l’accesso alla divinità.
E contuttociò, voglio dire, traccio io stesso le mie distinzioni e la mia lontananza dall’uomo colto, protagonista su “La grande bellezza”: i cosiddetti “salottini” romani mi hanno sempre ripugnato e, se pure partecipandovi coglievo qualche consenso, qualche “successo”, di solito mi erano umilianti e disutili. Alla pari di chiunque altro, anche il mio “protagonismo” veniva sollecitato e mi traeva in eccessi, sostenuti dall’alcool, in cui mi abbandonavo ad un sarcasmo caustico, spietato, bellicoso. Per poi uscirne più ammaccato, dentro di me, di quelli che avevo sbaragliato. Ma la lacerante ambiguità di quel luogo mi traeva in una specie di duello permanente tra l’attrazione del suo richiamo plurimillenario e l’insultante contesto ordinario del quotidiano. Appunto, un po’ come a Jep, il protagonista del film. Solo che lui ci nuota dentro come un pesce afflitto, mentre per me divenne intollerabile e, per aver troppo amato la città millenaria, abbandonai quella trash di adesso. E tanti anni sono ormai trascorsi che il film fa rivivere in me lo stesso disperato sgomento di allora, condiviso da Jep e magari, chissà, anche dal regista. Suggerendomi che la disperazione è restata laggiù, ottima, inviolata, tale e quale, affogata nella sua meravigliosa antichità, mestamente destinata a incorniciare i trionfi osceni del peggio di noi.
      

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