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Plath e Böll

1) Sylvia Plath). Ho fatto fuori quasi tutti i diari di Sylvia Plath, la poetessa pazza d’America, con un po’ di austriacaggine dentro. Leggere i diari di chicchessia implica un impegno più gravoso che non leggere, per esempio, novelle o romanzi. A parte la struttura spezzettata della cronaca giornaliera, bisogna seguire la vicenda terrena dell’autrice molto da presso onde decriptare i “salti” talora inopinati del testo. Come quando la Plath esce da un crollo nervoso e ti trovi repentinamente proiettato dentro un disagio né previsto, né annunciato. Crolli d’altronde assai ricorrenti che mettono quindi nella luce più fedele la nevrosi che la condurrà a morire trentenne, dentro il forno della sua cucina a gas. Il suo talento nella narrazione di eventi, magari qualunque e anonimi, riverbera nell’originalità del modo del narrare e si capisce che covava qualcosa di ragguardevole da dare alla luce del mondo. Ma tant’è… s’è ammazzata con una morte ridicola e assurdamente sproporzionata a quel talento. E non doveva neanche trattarsi di morte, ma di una specie di liturgia, intesa ad annunciare il proprio disagio, probabilmente all’ex-marito, onde farlo accorrere in suo soccorso. Non voleva morire, voleva essere soccorsa…
Mi colpisce, per analoghe ossessioni condivise, quell’ansia che esprime dopo qualche tempo senza scrittura. Come se non scrivere equivalesse ad un traviamento da un qualche compito “sublime” cui ci si fosse proditoriamente sganciati. A proposito di quel marito, il poeta Ted Huges, devo dire che non mi piace proprio. E ho anche la sensazione che, visto che i diari sono stati da lui revisionati prima della pubblicazione, vi siano molti “ritocchi”, o meglio, tagli di natura censoria. Come quando ella confessa d’essersi portata coi maschi un po’, come dire?, di “letto facile”, quando nei diari coevi di tali sue avventure non c’è quasi nulla. Mentre per altro verso, non arretra davanti a descrizioni scabre, magari di fenomeni, o di escrezioni, organici. Ted l’ha anche ammesso: ha distrutto parte dei diari che concernevano la sua privacy insieme a lei. Bah, Syilvia Plath avrebbe potuto lasciarci testi immortali, con la maturità e il talento. Ha preferito ficcare la “cabeza” dentro al forno. Pace all’anima sua.
2) Heinrich Böll). Ricevetti questo “L’onore perduto di Katharina Blum”, di Böll, direttamente dalle mani del suo traduttore, e amico, italiano, il germanista e scrittore Italo Alighiero Chiusano. Abitava a Frascati, sopra una collina, in una specie di eremo laico, consacrato alle lettere. Era una persona accogliente e cortese e mi fece dono del libro, appena pubblicato, in contraccambio di un disegno che gli avevo regalato, un ritratto “a macchia” di Thomas Mann. Ero troppo giovane allora e mi sentivo disastrosamente “piccino” a fronte di un intellettuale come lui. Avevo conosciuto la moglie a un corso di lingue, da cui l’invito ad andare a trovarli. Ma non tornai mai più. Sentivo una sorta di inadeguatezza, e di vergogna, davanti a persone che mi prevalevano da qualsiasi versante. Aveva registrato una intervista con lo scrittore tedesco non più tardi di una settimana prima (che mi fece sentire), in quello stesso ameno luogo. Mi sembrava che lui fossi io, senza il dolore e il senso di sconfitta che già allora mi tallonava stretto. Come un me emendato dall’amara qualità della mia “vita reale”, come si dice. Ma le cose cambiano in fretta. Chiusano non c’è più e quell’idillio esisteva solo nella disperazione del mio sguardo, abbagliato da quella troppa luce. Un idillio che si concluse di lì a poco, come evinco dalla biografia del germanista, per dimostrare che, come spesso accade, ciò che brilla troppo non è mai un vero e proprio illuminismo e che qualunque vita, anche “illuminata”, è comunque anche lei tallonata dalla sconfitta.
Ho letto adesso, quasi un’epoca dopo, quel libro. Ne girava allora una versione cinematografica che, com’è d’uopo, trasformava la vicenda di Katharina Blum in una sorta di giallo, con un esito finale magari immaginabile, ma costruito come un “colpo di scena”. Questo non mi piaceva e perciò ero restio a leggere il libro (anche perché, datosi il film, il colpo di scena era tolto). Ma non avevo tenuto in conto il talento dello scrittore, che non si sarebbe adeguato a un canone tanto prevedibile. Infatti, il coup de theatre finale del film, sul libro non esiste e l’omicidio del giornalista, promotore ed esecutore della diffamazione che affogherà nel fango l’onore, appunto, perduto di Katharina Blum, è già dato all’inizio. Non stiamo leggendo un giallo, o noir, come si dice adesso. Ma uno degli esiti estremi della grande narrativa tedesca, posta al servizio della critica “drammaturgica” della società. La società di massa novecentesca e consumista, ove la straordinaria colpa del recentissimo passato germanico è rimossa, posta sotto una coltre di benessere conformista. Strumento di tale conformismo perbenista è la Bild Zeitung, quotidiano scandalista e volgare, vassallo della più bieca e ottusa opinione pubblica di destra. E il giornalista assassinato è uno dei tipici satanici carpentieri della diffamazione popolare del primo capro espiatorio a tiro, da spolpare tra le fauci del monster  massmediale. Gli è sufficiente “ritoccare” alcuni dettagli dello scoop in questione, et voilà, il mostro è servito (la “mostra”, in questo caso). Lo scrittore è abilissimo nel presentarci questo menù, ed il lettore, sia pure sotto il velo della percezione subconscia, avverte dentro di sé il rintocco del grande mitteleuropa epico-narrante, e della tradizione lineare da Göethe a Thomas Mann. Notevole che nella traduzione italiana la Bild Zeitung viene data semplicemente come “Il Giornale”, quando quello edito da noi col medesimo nome, e noto per la sua inclinazione a montare “macchine di fango”, non esisteva ancora. Una coincidenza per niente casuale, si direbbe…
 
 
 
 

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