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Urlo del fascismo inconsapevole

Nel 1977 i moti contestatari e le sommosse erano all’ordine del giorno. E non c’erano partiti alle spalle dei rivoltosi. Al di là delle varie sigle, la moltitudine dei rivoluzionari si riconosceva nel movimento, che era in seconda istanza studentesco, ma nella sua prima essenza era politico e anarco-comunista, e casomai era sulla gradazione del rosso, profondo o magari più incline al rosé, che si faceva la differenza. Fra cotanti rivoluzionari infuocati e rabbiosi, duravo fatica a mantenere un distacco critico degno di un “intellettuale”, quale più o meno mi ritenevo. Anzi, quel furore morale mi si impregnava addosso, trainando la mia persuasione fin sulla soglia che, comunque, non avrei mai varcato: quella della violenza. Perché? Perché intuivo, così, a pelle, senza l’avallo del sapere, che oltre tale soglia c’era, tale e quale, ciò contro cui ci battevamo.
Ora, questa cosa contro cui lottavamo era il Fascismo.
Allora, attraversare quella soglia, concedersi al richiamo dell’atto di  violenza come all’unica forma attuabile della lotta ideale, rettificata in lotta armata, era uguale a ciò contro cui eravamo schierati? Uguale al fascismo? Per esempio, come giudicare le sentenze capitali con le quali le Brigate Rosse regolavano i loro conti giuridici coi loro antagonisti? Fare violenza agli altri, chiunque questi fosse, non era la stessa cosa che contestavamo ai nostri avversari? Non nasce forse dalla prima concessione, sia pur tenue ed esitante, che facciamo alla violenza, giusta o ingiusta, proletaria o rivoluzionaria, il nostro incerto transito verso il lato oscuro, nero, fascista della nostra Ratio? Della nostra ragione dialettica, sempre sospesa tra illuminismo e sadismo…
Parimenti, ci capita oggi, tanti anni dopo, di imbatterci in un “movimento” che sembra riflettere i medesimi errori e contraddizioni, i medesimi eccessi e psicosi complottiste di allora. Non che non ci fossero, e non ci siano oggi, trame e contro-trame tessute nell’ombra (o quasi, oramai) dai soliti felloni insediati al potere col raggiro, la frode, il plagio fattispecie mediatico del consenso. No, lo ”stesso errore” di allora lo riscontro nella rabbia cieca ed acritica e intrisa di fanatica fede palingenetica (di auto-palingenesi, come se solo noi, redattori di questa fede, vantassimo diritto su quella palingenesi: Gott mit uns…) che anima gli estensori di una diversità dai comuni mortali, d’altro canto rei di  tutti i mali che ci affliggono, e che coincide con l’illusione idealistica di astrarre da sé il male e collocarlo integralmente nell’altro. Questo integralismo non è che il prodromo di fascismo che cova inconsapevolmente anche nell’antagonista del fascismo.
L’essere di destra o di sinistra rappresenta la nostra appartenenza allo spirito bi-categoriale scaturito dal decorso storico della struttura democratica del nostro mondo (a partire dalla Rivoluzione Francese). Non si tratta di casacche colorate, come nel calcio, da indossare o smettere secondo le mode. Sono categorie dello spirito, del nostro spirito. Uno spirito che lascia emergere di quando in quando e nei luoghi più improbabili vocazioni che farebbero arrossire coloro che se le ritrovassero addosso, a mo’ di macchie. Nella rivoluzione da baraccone WEB, come prima si trattava di marxismo da baraccone, grazie alla inconsapevolezza di queste inclinazioni, che formano il contenuto, l’essenza del nostro modo di vivere, si precipita nell’odio ideologico, un odio feticistico che, invece di scovare ed emendare dentro se stesso le lacune e le iniquità ereditate dal proprio genoma storico culturale, si limita a “depositarle” nel feticcio del proprio nemico, finendo per scongiurarle soltanto apotropaicamente, ossia come effigie, come rappresentazione del male, ed in realtà riproducendone esattamente le modalità, le anomalie, e infine persino la corruzione. È il fascismo inconsapevole il germe che ci ha infettati e che dovremmo invece tentare di debellare.
Mi accadeva allora di divenire partecipe di assemblee come quella degli Indiani Metropolitani, oppure della famigerata Autonomia Operaia (Aut Op), che di operaio non ci aveva neanche un  remoto sentore. Cose esteticamente ben altre che non le odierne assemblee virtuali, con la loro Fata Morgana della Web-democracy. E tuttavia con un senso affiorante di disagio, come dire?, “morale” che, laggiù come qui e ora, rivelava il sottotraccia strisciante del germe da cui eravamo afflitti. Il sintomo di questa patologia, che era insieme la causale del disagio che avvertivamo, era la discrepanza evidente fra le predicazioni e i comportamenti di noi, adepti della catarsi rivoluzionaria. Mentre da un lato si cianciava che “il personale è politico”, dall’altro quella semenza fascista  germinava dentro le anime fattispecie leaderistiche di capi e capetti della rivoluzione - che per altro predicava la propria avversione al potere e appunto ai boss e ai leader di una nomenclatura di potere. Già, ora come allora, “uno vale uno”, se è già il demiurgo della rivoluzione, sennò, come gli infimi avventori dell’osteria del Marchese del Grillo (nomen-omen), non vale un cazzo.
Così, tra i fanatici catechisti della rivoluzione e le loro vicende terrene si alzava un muro di incomunicabilità e di nascondimento. Mai venivano in luce i modi dell'attualizzazione reale delle loro promesse ideali. Salvo poi apprendere come erano stati cattivi figli, cattivi compagni e padri cattivi di figli frustrati e facili prede di droghe e vizi.
Allora, cos’è il fascismo?
È o non è qualcosa che ci portiamo dentro e che fa parte del nostro patrimonio genetico?! È o non è un atteggiamento dello spirito, una tara comportamentale che ci tiriamo dietro storicamente come un fardello di colpe da scontare e che non abbiamo mai potuto né voluto espiare?! Quando ci si accorgerà che fino a che si coverà l’ingenua illusione di essere diversi, immuni, alieni dalla pecca che la storia ci ha tramandato e che condividiamo in massa, non ne saremo mai affrancati?! Quando comincerà il mea culpa degli Italiani, a partire proprio da coloro che coltivano la malapianta della propria presunzione d’innocenza, in mezzo a sessanta milioni di innocenti?!
     
 

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