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Il romanzo di Praga


Tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.
Alla fine di settembre del 1938, i premier europei delle due parti in causa, ossia Chamberlain e Daladier per Francia e Inghilterra, e Hitler e Mussolini (con quest’ultimo a fare da paciere) per Germania e Italia, e nella clamorosa e inaudita assenza di rappresentanti cecoslovacchi, firmarono il famigerato Trattato di Monaco. Un patto col quale il macellaio di Braunau risolveva a suo modo la questione dei Sudeti, territori cecoslovacchi a maggioranza “crucca”. Semplicemente annettendoseli, con generale consenso e senza colpo ferire.
Quando Chamberlain rientrò in patria, espresse orgogliosamente il concetto di appeasement, ostentando l’accordo ottenuto pacificamente grazie al suo impegno e atteggiandosi di conseguenza a salvatore della pace. Churchill chiosò invece subito che non della fine di un incubo si trattava, ma dell’inizio. A ragion veduta: neanche un anno dopo il macellaio di Braunau si avventava su Praga, divorando l’intera nazione ceca e ponendo in Slovacchia un governo-fantoccio. In tal guisa, l’ultima piccola democrazia sopravvissuta all’età dei despoti scompariva dalla carta del Mitteleuropa. Di più: Il macellaio di Braunau s’illuse di poter come e qualmente applicare all’Europa intera la medesima “pacifica” condotta.  
Ecco, ora andiamo a Praga. Muoviamo dal quartiere di Malà Strana verso quello della città vecchia, più o meno dalla chiesa di Sankt Niklaus verso il ponte monumentale, il Karlsbrücke, sovrastato da innumerevoli complessi scultorei. All’altezza del terzo o quarto di questi, fermatevi e guardate indietro. Uno dei più straordinari racconti paesaggistici dell’architettura europea vi si spalanca davanti. In una stretta turrita sequenza, lo sguardo prorompe dal Barocco del Dientzenhofer, al gotico torrione di Peter Parler, schizzando in alto sul castello di Riedt, Spiess e altri, coronato dalle vertigini delle guglie del duomo, tutto attillato e slanciato come un’astronave gotica puntata verso le stelle.
Ahimè, ho in mente una fotografia del macellaio di Braunau, oramai ladro di Praga, che si affaccia da una delle cornici della “defenestrazione”, a guardare sotto il magnifico proscenio urbano di cui non arguisce un accidenti.
Torniamo alla nostra passeggiata con una considerazione a latere: sono tutti nomi tedeschi. Già, per centinaia e centinaia d’anni slavi e tedeschi erano convissuti, dando adito a straordinarie stagioni creative, nonché al gioiello praghese. Il popolo di Praga non erano gli Slavi, i Tedeschi, o gli Ebrei, gli Ungheresi, o i Romeni: erano semplicemente i Praghesi. Gli scrittori slavi scrivevano in tedesco; i musicisti si ispiravano sia alla propria tradizione che all’altissima scuola di Mozart e Beethoven. Ci voleva un asino sanguinario come il macellaio di Braunau a stritolarne lo spirito millenario. È questo il romanzo di Praga. La storia di una città meravigliosa, pullulante di umanità senza restrizioni, senza sciovinismi, e dal razzismo e fascismo altrui indotta all’odio.  Un odio che si abbatte come una schizofrenia sulla Goldene Stadt, la “città d’oro”, e la trascina nel fango.
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L’ultimo restauro della città dorata risaliva agli anni ’30 del ventesimo secolo, ossia a poco prima del suo sbranamento ad opera della belva nazista. Poi calò il cieco nulla della dittatura. Che durò, di belva in belva, prima cinque anni, e poi quarantacinque, senza soluzione di continuità. L’oro di Praga precipitò nel fango.
Quando vi posi piede una prima volta, nel 1981, Praga era nera, gotica, macabra. I muri erano come squarciati, le strade come nere cicatrici ricoperte di scaglie: un immenso dinosauro nero si divaricava sotto il passo sconcertato del visitatore e quello amaro e affamato dell’abitante. Il che ben si accordava con la sua fama di alchimisti e negromanti che il suo pazzo sovrano, Rodolfo II d’Asburgo, da tutta Europa, aveva colà richiamato per le sue oltretombali investigazioni. L’orologio astronomico di Staroméstské Nàmesti batteva le sue cupe ore al clangore di una campanella che uno scheletro scrollava con la sinistra, mentre con la destra girava una clessidra a ricordarci che comunque il nostro tempo è contato, che la campana suona per chiunque. La città era nera e gotica, oscura e attraente come lo spettro di una dama esangue che non riuscisse a morire. E tra i brandelli delle tante opere d’arte nere e fatiscenti, mi s’impressero nella memoria dei ragni mostruosi, attorcigliati alle lampade arrugginite del vecchio Ponte Carlo che, in balia del vento, altalenavano nelle loro luride tele come funerei funamboli di un circo di tenebre.
Eppure, non questo era Praga. L’equivoco era dovuto a ciò che i suoi invasori chiamavano “comunismo”, e che si potrebbe definire anche “fame”, o “miseria”, se non si fosse trattato nient’altro che del prosieguo del nazismo sotto mentite spoglie… Né ai nazisti, né ai sovietici gli fregava un accidenti del loro bottino: avevano rubato una delle più belle città del mondo, e lasciavano che marcisse come la carogna del cadavere che ne avevano fatto.
Praga non era nera. Il nero era una patina di caligine che la rivestiva per intero, dovuta all’uso dissennato di combustibili fossili, fattispecie carbone, che nella sua disperata miseria la città era costretta a consumare per difendersi dagli inverni talora durissimi del mitteleuropa. Avevo persino creduto che si trattasse di un marmo particolare ceco, quel nero di muri e sculture…
E Praga non era gotica: sotto la patina nera giaceva un universo liberty, Jugendstil. Il carbon fossile aveva convertito in gotico l’elegante morfologia dello stile liberty, annerendo le sue spire lineari analogamente all’ornato ogivale dei rosoni e delle vele del duomo. Gotica era soltanto la zotica inciviltà dei suoi rapinatori, neri o rossi che fossero. 
Eppure, neanche adesso può dirsi concluso quel romanzo omerico e shakespeariano insieme, iniziato in quel lontano settembre del 1938, quel romanzo praghese iniziato a Monaco. Torno a Praga, nella Praga magica e dorata, lasciata agonizzante sotto la gotica pelle nera dei rossi, e la ritrovo tutta scintillante, fastosa, variopinta. Un vento “americano” l’ha tappezzata di glamour elettrico, e sopra vetrate gigantesche le ubique insegne della ricchezza borghese fanno rilucere i nomi, sempre quelli, imperiali e onnipresenti, delle griffes internazionali. L’amministrazione pubblica le ha rifatto il make-up, e l’apparenza della Goldene Stadt è salva. Ma anche stavolta è solo una pelle, sia pure quella sua propria. E lungo il filo sottile della corruzione e della escalation privata di qualcuno, scorre il sangue di quella lontana frattura, inferta dal macellaio di Braunau e mai più risanata. Perché a Praga, città globale millenaria, con nelle vene il sangue soprattutto di due popoli, il tedesco non esiste più. Restano soltanto i nomi. Il nome di Mozart, che aveva scritto la “Prager Sinfonie”; quelli dei già citati architetti; quelli di Dürer e Klimt, autori dei due più famosi dipinti della città; quelli di Kafka, Meyrink, Rilke, tutti scrittori del tedesco, non altrimenti; e quelli dei sovrani asburgici, Karl e Rudolf, che l’avevano amata  e arricchita, trasferendo il secondo colà persino la corte imperiale. Resta lo stile tedesco della Sezession, ossia del Liberty viennese; quello gotico del Parler; quello “Barock” del Dientzenhofer. Persino la cucina resta tedesca… Ma la vecchia Praga non è più… È questo il capolavoro definitivo dell’odio iniettato nella storia dal sogno sanguinario di un pazzo, la vera Endlösung, l’esito della sua crudele mediocrità: lui, il macellaio pazzo che delirava sulla “missione cosmica” dei Tedeschi, gli ha aboliti dal più scintillante scenario della loro insigne “Kultur”: Praga.
A fronte di tanto scempio, davanti al senso di schizofrenia latente e apparente di una civiltà che neanche l’ottusa pervicacia del soviet era riuscita a piegare, sia per l’ancor fresca memoria storica dell’“aureo”passato, sia per l’unica possibile via d’uscita ancora praticabile per loro, ex-asburgici più “viennesi” che slavi, che era quella verso la DDR, la Germania Est, e dove di conseguenza il tedesco era pur restato la seconda lingua, a fronte di ciò, voglio dire, non resta che questo “dantesco” appello ai praghesi: Praghesi, considerate la vostra semenza. Non lasciatevi sopraffare dall’odio. Non dimenticate l’immensa civiltà che ha fatto da humus alla bellezza incomparabile della vostra città. Non dimenticate i grandi scrittori, i grandi musicisti, non li tradite. Che razza di cittadino diventa quello che non può leggere i propri scrittori nella loro versione originale?…
Gia, oddio… mentre la metropoli di adesso si distende narcotizzata tra le grinfie del commercio pidocchioso, quello del supermercato globale, ove, fra l’asservimento al trend filo-americano e quello al diktat del turismo spendaccione e filisteo, tutto è quinta del mercimonio sordo rapace e ostinato di tutti. Anche quel meraviglioso dolce declinare del paesaggio, giù dalle guglie del duomo, verso le torri disparate eppure così l’una all’altra inclini di secoli d’architettura, giù sotto, nella Moldava, ove i flutti sciabordanti si raccordano al maestoso, malinconico canto che Smetana le consacrò.

 
 
 
 
 

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