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Le favole di Alice

Alice ne era certa, aveva trovato la strada giusta.

Da tempo, tra lei e Stefano, le cose non andavano bene. Da troppo tempo, oramai, il loro rapporto si limitava a tiepide carezze e dialoghi sempre più rari: il tempo necessario per uno scambio veloce prima e dopo i pasti, quasi come prendere una medicina, tappandosi il naso per non sentire l’odore pesante dell’abitudine, della noia.

Noia, noia, noia…e poi dormire….e poi ancora noia.

Alice dopo il matrimonio non aveva mai lavorato, non perché era una scansafatiche, anzi, soltanto perché Stefano era così che preferiva. Lui era un avvocato molto conosciuto in città e portava a casa un compenso largamente sufficiente per entrambi.
All’inizio non le pesava ma col tempo non lavorare la faceva sentire inutile anche per il fatto che non avevano bambini e mai ne avrebbero potuti avere e ciò era per lei motivo di grande dolore.

Di questo malessere non si era mai confidata con nessuno perché non aveva nessuno con cui confidarsi. Alice era strana e di amici non ne aveva.

 
Strana? Si, almeno a sentire quello che gli altri dicevano di lei.

Viveva in un mondo tutto suo, inciampando maldestra nelle piccole e normali attività quotidiane, perdendosi in lunghe riflessioni e sentendosi soffocare dalle mille cose che alla stragrande maggioranza delle persone risultavano naturali.

Amava sorprendere, sorprendersi ed essere sorpresa da tutto, soprattutto da se stessa.

Un giorno all’ufficio postale  rimase immobile per qualche minuto davanti alle file agli sportelli, indecisa su quale accodarsi. Poi, chissà dopo quale illogico ragionamento, ne scelse una, stranamente la più lunga e con maggior numero di persone anziane, quando però si accorse che era abbastanza veloce, cambiò.
Questa volta la fila era ancora più lunga e fu molto soddisfatta della scelta. Tenendo
d’occhio le persone sulla sua stessa linea nelle altre code con grande gioia si guardò indietro e senza sorprendersi constatò di essere arrivata prima degli altri.

 
Alice non era pazza, come qualcuno di nascosto sussurrava, anche se adorava parlare da sola e si inventava storie fantastiche che interpretava come una vera attrice davanti allo specchio che rifletteva una platea gremita.
Oppure discuteva animatamente di problemi sociali e di politica sorridendo sarcastica con tono di sufficienza come chi ne sa molto più degli altri. Spesso s’infastidiva liquidando bruscamente l’interlocutore: lascia perdere che non è per te, cosa ne vuoi capire tu dei problemi seri, tu che pensi solo ai bei vestiti e a divertirti.
 
Adesso però aveva trovato la strada giusta. Adesso era felice.
 
 
Una mattina camminando davanti a una scuola con la spesa sottobraccio vide tutti quei bambini agitarsi all’uscita, abbandonò in strada le borse e si sedette sulla scalinata a guardarli estasiata.Un bambino incuriosito si avvicinò e poi un altro e un altro ancora, fino a che non li ebbe tutti intorno.
 
Era la sua platea.
Si alzò in piedi e cominciò la sua esibizione. Quando terminò fu un trionfo: applausi, urla, salti, gioia. Ancora! Ancora! gridavano. Alice disse, per oggi basta, a domani ragazzi.
Il giorno dopo, puntuale all’appuntamento, raccontò un’altra meravigliosa fantastica storia. I genitori ed i passanti si unirono al gruppo e così un pubblico sempre più numeroso applaudiva entusiasta le favole di Alice. Brava! brava! Facci sognare!

Io ero fra di loro ed è li che l’ho conosciuta.

Ogni giorno vado davanti a quella scuola per ascoltare le sue meravigliose storie e oggi sono qui a raccontare la mia.

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