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La primavera del runner

Per quelli come me che dicono di correre da venticinque anni ma in realtà sono maggiori i periodi di fermo rispetto a quelli di moto, c’è un mese dell’anno durante il quale la voglia di indossare le scarpette è irresistibile; saranno i profumi nell’aria, saranno i primi accenni di caldo, le giornate più lunghe, non lo so, so soltanto che correre diventa una necessità.
Marzo.
La mattina è ancora frizzante, ma a me non importa, mica sono un professionista che si deve svegliare alle cinque, correre venti km, colazione, doccia, ufficio; siamo pazzi?
A correre si va verso le 18.00, il caldo della giornata sta passando ma ancora non c’è il fresco della sera.
Quindi si va: pantaloncini, maglietta traspirante 7 € Decathlon, calzini quelli tecnici rinforzati ammorbiditi colorati distinti tra dx e sx (i calzini sono un must, senza, la prestazione risulterebbe scarsa), scarpe e musica nelle orecchie.
I primi dieci minuti sono i più duri, ti devi sciogliere, scaldare, autoconvincere, ad ogni passo devi fare un check delle ossa che scricchiolano; non pensare che sei all’inizio, non pensare che sei lontano dalla fine, non pensare che ti fa male lì, lì, lì e lì… quest’ultimo lì è la prima volta che duole ed è qualcosa che non sapevi nemmeno di avere, un luogo sconosciuto. Ok, sto invecchiando.
Testardo continuo, la memoria muscolare interviene e ha la meglio ricordandoti che in fondo, molto, molto in fondo sei un runner e almeno i tuoi 10 km te li porti a casa o ti porta a casa un’ambulanza… non pen-sa-re, ricordi? Non pensare!
Hai preso il ritmo, nelle orecchie quella canzone che ti dà la carica, aumenti la frequenza delle falcate, 100 m di gloria dove ti senti imbattibile, irraggiungibile, Mennea scansati, poi però ti viene in mente (ti ho detto di non pensare) che hai una certa età e hai famiglia, quindi rallenti; tutte scuse per non ammettere che sei stanco, fuori forma, non ce la fai più e vorresti sederti su quel muretto fino a notte fonda per poi rientrare a casa di soppiatto per non far capire a nessuno quanto tu sia scarso.
Mancano si e no un paio di km ma lo scatto indegno di prima ti ha tolto ogni energia e la sensazione è che i km fatti non siano otto ma diciotto.
Stai correndo in paese, abiti qui da 45 anni, ti conoscono tutti, tra l’altro stai per passare davanti a quel bar dove molti tuoi coetanei si riuniscono post lavoro a farsi la birretta e quindi è giunto il momento di caricare il “protocollo dignità”: schiena dritta, espressione fiera, passo lungo e veloce; ti trasformi immediatamente nel Gelindo Bordin dei poveri. Un Oscar mi dovrebbero dare. Una volta fuori dalla zona bar e lontano dagli sguardi che attraverso il vetro del boccale di birra ti hanno seguito mi ritrasformo nel solito sacco di patate ambulante: stanco, scoordinato, sfatto. Mi manca solo una lacrimuccia di sconforto che tanto non si vedrebbe perché sono una maschera di sudore.
Termino con fatica la via centrale della zona vecchia del paese, manca poco, forse ancora otto minuti e arrivo a casa, faccio la curva che mi porterà in piazza e lì c’è il sole rosso che negli ultimi minuti di vita mi inonda di luce e calore; rinasco.
I suoi raggi mi avvolgono, mi scaldano l’anima, non sento più la spossatezza, potrei correre per altri cinque km; è la primavera per il runner che esce dall’inverno della stanchezza e torna ad essere fresco come alla partenza e capace di non fermarsi mai.

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