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Jamà

Jamà camminava nel lungo viale alberato che portava a scuola.
Capitava spesso che oltre allo zaino in spalla gli toccasse portare un paio di libri in mano. Coincideva quando nell'eccesso di zelo di alcuni dei professori il modesto zaino di Jamà si rivelava troppo piccolo.
 
Non era molto che Jamà frequentava il mio istituto. Per lui era l'inizio del secondo anno
 
Mentre camminava tre ragazzi della nostra stessa sezione andarono a sbattere nella loro corsa contro Jamà. Uno di questi con una spallata più forte delle altre gli fece cadere i libri dalle mani.
 
“ Jamà stai attento. Sei un pasticcione . Non vedi che ti perdi i libri da mano ? “.
Gli gridarono non fingendo nemmeno di rallentare.
Jamà serrò la bocca e fece una smorfia di rabbia e rassegnazione.
 
Alla vista dei libri per terra per istinto mi alzai dalla panchina e andai a raccoglierli.
Mi chinai a terra per sollevarne uno. Fu li che mi accorsi che la mano di Jamà non era poi così diversa dalla mia e che erano quasi dello stesso colore.
 
Prima di rialzarci Jamà mi disse: “ Grazie “.
Quando mi parlò lo guardai negli occhi. Scoprì che avevano una luce di triste sincerità.
.
Fu in quel momento che decisi che Jamà non avrebbe più percorso la strada che portava a scuola da solo. Da quel giorno un amico avrebbe percorso quel viale insieme a lui.    
 

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