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La rivoluzione francese

Sono sempre rimasto affascinato da quel coacervo di speranza, rigore morale e crudeltà che i tribuni, gli arringa-popoli della Rivoluzione Francese lasciavano affiorare dalle loro imprese, ora generose e lungimiranti, e ora invece sanguinarie. In una parola, contraddittorie. È questa contraddizione il fulcro del loro cupo fascino. 
Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just, oscure intelligenze improvvisamente ribaltate sui piedistalli della storia in grazia dell’evento tentacolare che li invischia nel glutine precipitante della rivoluzione. In modo speciale, Saint-Just incarna particolarmente la tragedia della contraddizione, col suo angelico e chiaroveggente approccio al massacro. Il massacro prima del “fuori”, di ciò che è altro dal proprio estro rivoluzionario, e poi il massacro “dentro”, l’auto-immolazione e il martirio.
Questo mi capita di pensare leggendo “La rivoluzione francese” di Soboul, forse il maggior monumento storico mai eretto a quella rivoluzione. Un monumento che pende tuttavia da una parte sola, inducendo il sospetto di un “lontano” manicheismo, per il quale vi è una certa “bontà” nei “cattivi” della propria parte (Marat avrebbe espresso sentimenti di pura “bontà” nei confronti del popolino); e non c’è dall’altra. Mentre è ben comprensibile come “buoni e cattivi” si incarnino negli stessi soggetti, lasciando che il caso, o la contraddizione, operino in luogo delle loro autocoscienze.
Certo, alcuni ebbero più ragione di altri, ossia compresero meglio il nodo di quelle contraddizioni, e vi si avvicinarono meglio, subodorando possibili soluzioni. Che comunque non arrivarono mai, per loro. Arrivarono dopo, quando le mutate condizioni socio-storiche le resero pane quotidiano e quindi permanenti e banali anzi che no.
Per me, fin da quando ne appresi i primi rudimenti scolastici, la rivoluzione francese era quella cosa in cui chi arrivava dopo accoppava il predecessore per fregargli il posto, salvo non fare la stessa fine a cura del successore. Cosi, i rivoluzionari ghigliottinarono il re; una realista, la Corday, fece fuori Marat; i Giacobini sterminarono Brissot e i Girondini, e quindi i Cordiglieri, tra cui Danton; Robespierre e Saint-Just furono abbattuti dal Termidoro, cui successe il Direttorio, a sua volta annientato da Napoleone, che si proclamò imperatore: fine dei giochi.
In questo gettarsi nel baratro, alcuni astri, specialmente quelli di Robespierre e Saint-Just appunto, lasciano una sconcertante scia luminosa, che non si sa come interpretare. Il loro genio maledetto insinua l’angoscia di una sospensione della facoltà di giudizio, di modo che viene impossibile discernere nel loro movimento le tenebre sataniche dalla luce dell’Illuminismo. Ora, noi sappiamo, attraverso De Sade, che le une stavano alle altre in una specie di gioco dialettico la cui sintesi era la conseguenza della loro osmosi. Sappiamo che non poteva non esserci un accento di demonismo nella purezza antemurale della felicità come diritto non alienabile della libertà, di contro al vuoto di diritto nel dispotismo. La felicità essendo irraggiungibile, non restava che il Terrore.
E questo è un comportamento che mi raccorda a memorie persino personali: connotandosi il bene come utopia futuribile ma non coerente, cioè applicabile, al “qui e ora”, lo si rinvia a data da destinarsi, occupandosi nel frattempo a dissodargli il cammino. Come? Con il Terrore, appunto, ossia con una soluzione, sia pur provvisoria (almeno nelle intenzioni), peggiore del problema che intende risolvere. La prima avanzata del corteo rivoluzionario è sempre all’indietro, anche quando poi, nel migliore dei casi, di lì, dalle retrovie della civiltà riesce comunque a generare quella “spinta propulsiva” (come disse qualcuno) che la rimetterà in carreggiata. 
Noi, generazione immediatamente successiva agli anni sessanta, ci siamo passati dentro l’utopia, abbiamo potuto guardare da dentro alla “pletora” rivoluzionaria. Come imporre la “felicità” con il terrore, fu la strategia e la pratica politica posta in essere dalla Brigate Rosse. Alle spalle di questa avanguardia “profetica” di filantropi indotti alla violenza dalla propria “bontà”, si muoveva un microcosmo di cellule più o meno rivoluzionarie, capeggiate da uno sciame variopinto di capi, duci e ducetti che, nel loro piccolo, rappresentavano singolarmente l’”universale”. Ecco, questo era la rivoluzione.
Bazzicavo, da indipendente, le schiere della cosiddetta “Aut Op” (autonomia operaia), senza mai neanche l’ombra di un vero operaio, ove tra chiacchiere assurde e grandiosi disegni palingenetici, trascorrevamo pomeriggi qualunque ad affogare nella rabbia e nell’impotenza le nostre vicendevoli nevrosi. E quanti ne saltavan fuori di Marat e di Robespierre!… Ognuno di noi era il nunzio messianico di una catarsi avvenire, ogni candido imberbe squattrinato, come eravamo noi, si ergeva a salvatore dell’umanità, certo che “fra poco” avrebbe redento il mondo, fattispecie quello borghese-capitalista. Quanti ce n’erano, quanti mai ne vedemmo di Marat e di Robespierre imperversare nelle piazze infiammate e devastate, inneggiare alla salvezza dell’umanità a partire da una molotov lanciata contro un bidone della spazzatura!…
Niente sapevamo noi, così come niente sapevano “loro”, dall’altra parte, benché più furbi, più ricchi, più “cattivi” di noi… La rivoluzione è lo scontro fra mutue insipienze, in cui le contraddizioni lottano tra loro, senza giungere a nulla, salvo il proprio auto-annientamento, una logomachia infinita, ove la disperazione passa da un fronte all’altro, senza mai addivenire alla propria assoluzione. La Aut Op era una sorta di aggregazione spontanea di anarcoidi senza capo né coda, ad un passo dalla clandestinità, senza mai raggiungerla. Pare che di tanto in tanto vi si affacciasse qualche brigatista a cercare di far proselitismo, ma Aut Op operava alla luce del sole e la sua “centrale” era in pratica una radio, l’”eroica” Radio Onda Rossa. Lo spontaneismo era la regola, la cosiddetta teoria politica era greve e “indecriptabile”, per così dire, e pesante, tediosa, ottocentesca (non a caso “marxista”). Il paradosso stava proprio in questo collasso tra la sfiancante preponderanza della teoria e la miseria quasi primordiale della pratica, che si rimpiccioliva nella retorica dello scontro, delle “botte” con la polizia.    
Sì, ne abbiamo visti tanti di Marat e di Robespierre, ce n’è passata una fiumana sotto gli occhi di idealisti isterici e visionari che non facevano mai i conti né con la propria ermeneutica, né men che meno con la dialettica storica e la sua, sia pur opprimente, realtà. La rivoluzione lastrica di grandiosi intenti umanitari il proprio percorso, salvo poi doverlo guarnire di croci e di forche perché, guarda un po’, l’altro non si piega alla bontà di tali disegni, non l’accetta quella bontà. Ecco che ricadiamo nella “bontà” di Marat…  
La sua propria ermeneutica Robespierre la illustrò alla Convenzione quando implementò nel dibattito le sue inclinazioni metafisiche a proposito dell’”essere supremo”, una entità trascendentale bizzarra e assai poco filosofica. Ma con una sua necessità filologica per la rivoluzione. Questa si era sbarazzata troppo presto della metafisica, dichiarandola estranea allo Stato. In suo luogo si sarebbe dovuto insediare un principio etico, legato ai valori laici della nazione. Ma se da un lato tali valori, come detto, rivelano un lato demoniaco, sadista, che tende infine all’auto-distruzione, dall’altro lo stesso concetto di etica è indissociabile da quello dello spirito: l’etica è spirito etico, nient’altro In quanto concetto l’etica rientra necessariamente nell’area dell’essenza, della ontologia: l’etica è un concetto essenziale, quindi nient’altro che astrazione, ossia metafisica.
All’indomani dell’abbattimento del re e del suo sistema feudale, il campo metafisico divenne liberato. Non c’era più un “Dio del re”, o un re taumaturgo. La fantasia andò al potere… si diffuse una specie di febbre delirante, sospesa tra la poesia, uno sfrenato idealismo e la ghigliottina. Si coniarono muovi poetici nomi per i mesi – ventoso, brumaio, germinale -, salvo poi che il fecondo autore di tale nuova nomenclatura non frinisse a sua volta sulla forca… Si mise in cantiere un Olimpo laico e iniziatico, in cui la fame di metafisica diede la stura a teogonie stupefacenti, ove accanto al riaffiorare del pensiero mitico, s’ingenerava la spinta all’eccesso carnale inteso, come negli anni sessanta, come immanenza del sacro nella condizione umana.
Ma tutta questa creatività, tutto questo “romanticismo” non consentiva alcun passo avanti alla rivoluzione. Al contrario, contribuiva a quel delirio di volere a tutti i costi un “bene” cui piegare il genere umano, anche con la violenza, anche con la morte, in casi recidivi. E qui arriviamo al “punto archimedeo” di tutta questa struttura dialettica: nella sua smania egualitaria e progressista la sinistra, che cerca sinceramente il bene e il diritto comune e li cerca come felicità, viene in collisione con gli interessi particolari, per esempio della borghesia o dei possidenti terrieri, i quali spingono allo scontro fisico pur di mantenere in auge i propri privilegi. Quando questa contraddizione è all’acme, il potere “di sinistra” mette in moto la ghigliottina: è il caso che occorse a Robespierre e Saint-Just. Però, come è noto, chiunque apra le danze alla pena capitale finisce quasi sempre per scivolare nello stesso stritolatoio che ha innescato. Con questa differenza: che il partito “virtuoso”, la sinistra, lo fa o crede di farlo per il bene globale, mentre la reazione, che si scatenerà successivamente e più sordida e crudele ancora, lo farà per difendere il proprio bene. Il che fa la differenza: Marat e Robespierre furono martiri e martirizzatori di idee; i loro avversari reazionari, soltanto carnefici che difendevano beni e privilegi materiali.
La conseguenza psicologica nella percezione storica collettiva è straordinariamente capovolta (e perdura fin oggi): i crimini, le falle di chi è “virtuoso” risuonano come trombe sul giudizio della storia; mentre quelli dei profittatori, i crimini della reazione avida e turpe, trattandosi appunto della reazione di chi è notoriamente iniquo e malintenzionato, ed essendo quindi ovvi, suonano più normali, e vengono quindi più pacatamente “graziati”. Ancor oggi assistiamo stupefatti ai reiterati “mea culpa” della sinistra alla minima occasione, laddove da destra semplicemente non arriva alcun “bip”. Tale è il problema etico che chi arriva a porselo, non può ammettere alcuna défaillance dalla linea così tracciata; mentre chi non ci arriva, cioè la stragrande maggioranza del genere umano, semplicemente se ne frega, confortato dall’universale consenso. 
PS: in tutto questo discorso la rivoluzione russa è del tutto assente. Non considero affatto il sistema di potere sovietico che ne seguì qualcosa che sia in nessun modo ricollegabile al concetto di rivoluzione e di sinistra qui illustrati. Per me il sistema sovietico era e restò fino alla fine una dittatura pressoché primordiale, al livello del pre-assolutismo. E mai “di sinistra”.
 

                                                                              

    

 

 


 
 

  
 

 

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