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Lacrimosa

Io ho una virtù che forse è un difetto: qualsiasi soggetto prenda in considerazione, scivolo immediatamente nell’universale. Una virtù appunto che se invece è difetto traduce quell’universale nel generico. Mi sembra sempre di captare l’epos di ogni segnale, per insignificante che appaia. Ma la vita è epica: diventa memoria all’unisono del suo unico attimo fuggente. E dalla prospettiva di ogni esperienza, di ogni atto di ogni uomo ci si può dilatare fino a configurare la storia e l’epoca intera che li astringe. Si tratta dunque di una virtù che percepisce per eccesso di verità, o di un errore che la confonde per difetto?
Mah. Che importanza può avere?… Ho scritto questo quando il ricordo improvviso di un tale, anni e anni fa, risalendo dall’abisso anamnestico, ha fatto riaffacciare sul mio presente il volto un po’ ignavo e un po’ guasto che possedeva nel suo passato. Di tante facce morte ho tali reminiscenze vive che s’affollano, pur giovani e disgraziate, sul palcoscenico della mia fantasticheria. Limpide, innocenti, giovani facce di vecchi morti, drogati o distrutti… Di tutti loro ritengo la  morte, magari scritta su un quotidiano, o la gioventù, dacché nulla più mi è noto delle loro vite. Ma, appunto, delle loro morti quasi certe, non delle vite…
Questo volto risorto dentro di me era segnato da un sorrisetto beffardo, sotto cui si moveva una sorta di barbetta rossiccia e caprina. Più sotto ancora le sue mani, straniere all’attività, arrotolavano mozziconi di tabacco e hashish, su un tavolo rozzo, dentro un piccolo e freddo appartamento di un paese della campagna romana. Sul tavolo non c’era che hashish e vino. Ma non bastava. Lui e la sua amichetta, che era anche nostra amica, di me e mio fratello, si alzarono di lì e noi li accompagnammo sulla piazza, ove trovarono di che essere “felici”, infilandosi una siringa nell’avambraccio. Lasciandoci un ricordo amaro, quando partimmo di lì, un ricordo che non dilegua… Così, oggi mi viene da pensare: che sarà stato di quella faccia? Ove sarà finito quel ghigno beffardo, quella barbetta di capra sotto l’occhio perduto nella dilatazione adulterata?
Oh, morte, morte, morte. Come cantava Gaber, la sconfitta di una generazione si manifesta come estinzione dei suoi combattenti. Una generazione che si auto-proclamava rivoluzionaria, palingenetica, e che invece si determinò come catastrofe dei suoi ragazzi. Come tuonò “l’urlo” di Ginsberg: dei suoi migliori ragazzi. 
 

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