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L'idea

Più che un’isola, il Q8 di corso Inghilterra era un isolotto, ma ad Amilcare andava bene così.

La stazione di servizio -un gabbiotto, due pompe per la benzina e una colonnina per gonfiare le gomme- era messa nella stretta striscia di cemento che divideva il viale dal controviale.  Quando il tempo era bello Amilcare se ne stava seduto su una sedia pieghevole sotto ad un ombrellone scolorito, mentre se era brutto o faceva freddo si riparava nel gabbiotto a vetri in attesa dei clienti. In quel posto aveva quanto gli serviva per stare comodo, a partire da una sedia girevole imbottita, un tavolino con sopra una vecchia radio sempre accesa, una pila di settimane enigmistiche risolte a metà, una ciotola costantemente piena di caramelle alla menta. Nello scaffale, tra gli oli e i lubrificanti, teneva una bottiglia di cognac, buono per ogni occorrenza e indispensabile quando il freddo era tale che la piccola stufetta elettrica non riusciva a combatterlo.
Dalla sua posizione dominava l’incrocio con corso De Gasperi, il chiosco dei giornali sull’altro lato del viale e l’androne del numero civico 19, posto esattamente di fronte al suo gabbiotto. Si trattava di un palazzo relativamente nuovo, con un ampio ingresso in marmo, che ospitava famiglie di una certa levatura, così agiate che si potevano permettere il servizio di portineria.
“Eccola!” disse tra sé e sè Amilcare nel vedere la ragazza affacciarsi sul portone del palazzo e accendersi tranquillamente una sigaretta.
Erano trascorsi due mesi da quando la vecchia portinaia se n’era andata in pensione e, a sostituirla, era arrivata quella giovane donna sulla trentina, dai capelli di un rosso sfacciato, sempre fasciata in abiti di una taglia in meno di quella che occorreva.
“Mado’ che puzza!” era stata la prima frase che gli aveva rivolto il giorno in cui aveva deciso di attraversare il controviale e di presentarsi come la “nuova vicina di casa”.
“Ma come fai a resistere?” era stata la seconda frase.
 Non aveva, però, atteso la risposta. Subito dopo gli aveva chiesto se era sposato e quanti anni aveva. Amilcare ancora stava finendo di annuire e di dire la sua età, quando la ragazza aveva esclamato: “Ma sai che potresti essere mio padre?”. Poi aveva corrugato la fronte, si era concentrata e infine aveva aggiunto: “No, mio nonno no…”. Aveva sorriso soddisfatta per quello che le era sembrato un gran bel complimento, mentre Amilcare aveva pensato l’avrebbe volentieri strozzata con il tubo della pompa.
Caterina –“per gli amici Kate, Kate con la K”- aveva tranquillamente proseguito a parlare, senza concedersi un attimo di tregua. Così l’uomo, nell’ordine, era venuto a sapere che quel suo lavoro di portinaia era a tempo determinato (era in attesa di incontrare un riccone, meglio ancora se calciatore o comunque famoso, che l’avrebbe sposata e le avrebbe fatto fare una vita da vera signora), che le piaceva vestire elegante (“proprio così” aveva specificato sollevando la leggera stoffa del mini-abito e mettendo in evidenza dei leggins, le cui cuciture che sembravano dover cedere da un momento all’altro), che amava sentire la musica nelle cuffiette dell’i-pod, che aveva una vera e propria adorazione per il suo cagnone, anzi presto glielo avrebbe presentato perché “troppo simpatico e troppo giocherellone, proprio troppo, troppo, troppo!”.
Era stata di parola e la sera stessa, poco prima della chiusura, si era presentata con un grosso cane al guinzaglio, dal pelo arruffato e dalla razza incerta.
“Questo è Chiss”, aveva esclamato orgogliosa.
“Kiss con la K?”
“Ma che dici? Chiss… c, h, i, s, s! Sei proprio uno spiritosone!” ed era scoppiata a ridere.
Amilcare impiegò pochissimo tempo a scoprire che il cane era stupido quanto la sua padrona. Pur senza averlo quasi considerato, quel bestione si era messo a fargli le feste e, incapace di stare fermo, aveva continuamente scodinzolato e sollevato le zampe anteriori per appoggiarle alternativamente sulla sua padrona e su di lui.
“Glielo ho insegnato io, fin da piccolo! Ora fa sempre così: non è carinissimo?”
Amilcare lanciò ancora uno sguardo alla ragazza che stava fumando, in piedi, appoggiata al portone del palazzo, e ricambiò con un secco cenno del capo il suo saluto. Sperava proprio che non decidesse di attraversare la strada per raggiungerlo perché non era certo che sarebbe riuscito a controllarsi, tanto era furioso.
La sera precedente, infatti, aveva avuto la conferma di quanto andava sospettando da tempo.
Erano ormai diverse settimane che, sovente, all’apertura della stazione di servizio ritrovava segni di una pisciata attorno alla colonnina per gonfiare le gomme e doveva armarsi di secchio, spugna e scopa per pulire. La cosa lo mandava in bestia: teneva l’isola della Q8 pulita e lucida come sua moglie il salotto di casa e ne faceva un punto d’onore. Sfidava chiunque a trovare in città delle pompe lucide e brillanti come le sue!
Inizialmente aveva pensato ad un cane senza padrone, ma per quanto fosse stato attento, non era riuscito a vedere manco un randagio nelle vicinanze. A metterlo sulla giusta strada era stato proprio Chiss, il cane della portinaia, il quale ogni volta che passava davanti alla stazione di servizio per la passeggiata pomeridiana puntava con forza verso la colonnina e solo gli energici strattoni della padrona lo dissuadevano dall’avvicinarsi.
Con l’appostamento fatto la sera precedente Amilcare aveva eliminato ogni sorta di dubbio. Evidentemente, quando la ragazza aveva fretta, si limitava a portare il cane nella stazione di servizio. La sera prima l’aveva vista con i propri occhi seduta sulla panchina a parlare fitto fitto al cellulare, mentre il cane, libero, aveva prima annusato le due pompe, poi ci aveva girato attorno meditabondo, e infine aveva scelto la colonnina per fare la sua pisciata serale. E subito dopo era corso dalla padrona, saltandole addosso.
Amilcare si era obbligato a non scendere dall’auto su cui era nascosto.
“Ci va troppo tempo a portarlo ai giardinetti, vero signorina? Eh già! Se poi nel frattempo arriva proprio il riccone, quello che ti vuole sposare? Stupida, cretina, maleducata che non sei altro! Ma te la farò pagare, stai pure tranquilla…”
Con questo pensiero aveva messo in moto e si era allontanato facendo stridere le gomme sull’asfalto. Aveva trascorso l’intera notte a meditare su cosa fare. Dopo una breve riflessione, aveva immediatamente escluso di rivalersi sul cane: quella povera bestia non aveva nessuna colpa dell’ignoranza della sua padrona. Aveva anche escluso di discutere con la ragazza perché le parole le sarebbero scivolate sopra, senza lasciare alcun segno.
Poi, gli venne l’idea.
Il momento opportuno si presentò il venerdì successivo, verso sera. Fu la stessa Kate a raccontare ad Amilcare che stava per uscire con un tizio conosciuto da poco in una chat e che per l’occasione si era comprata quel tailleur pantaloni color bianco perlato che aveva indosso.
“Non mi sta d’incanto?” aveva chiesto guardandosi compiaciuta e, come al solito, non aveva atteso la risposta.
Quella sera, dopo la chiusura, il benzinaio si attardò alla stazione di servizio. Armeggiò vicino alla colonnina dell’aria, ricoprendo il pavimento intorno con del cartone e stendendoci sopra con una grossa spatola uno spesso strato di grasso nero, quello usato per i giunti.  Quasi raschiò il fondo della latta da 5 litri, per essere certo del risultato.
Si ritrovò a fischiettare immaginando la scena che sarebbe successa da lì a poche ore con Kate che rientra dall’appuntamento e, senza nemmeno cambiarsi d’abito, porta fuori il suo cane e tutta la sua urgenza.
Chiss che gironzola per la sua stazione di servizio…
Chiss che sceglie la colonnina e ci gira più volte intorno…
Chiss che solleva la zampa, poi soddisfatto va incontro alla padrona…
Chiss che le salta più volte addosso, esattamente come lei gli ha insegnato fare…
Smise d’immaginare, piegato in due dal gran ridere.

 

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