Fine di una storia a Dingle | Prosa e racconti | maria teresa morry | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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Fine di una storia a Dingle

 
Eh  già, tutto  vero.  Lui se n’era andato  definitivamente. Lo aveva detto  e lo aveva fatto. Adesso Louise se ne stava appoggiata allo stipite della  camera da letto a guardare le ante spalancate  dell’armadio. Il mobile  pareva come sventrato. Era evidente la rabbia che aveva provato  Phil nello svuotare cassetto  dopo cassetto e  nel cacciare  le proprie mutande e calze nel borsone da viaggio.
Gli appendiabiti   in plastica  stavano immobili e in una  lunga  fila , ancora distorta dagli strattoni con i quali  erano stati privati delle maglie  e delle  giacche .
Perché poi tutta questa  fretta?  Si chiedeva Louise.  Infondo lui  aveva detto che si sarebbe trasferito a casa di sua madre,  a qualche isolato di distanza. Sempre nella stessa piccola  cittadina  di Dingle. Sia la mamma che la casa sbilenca in cui la vecchia abitava non  sarebbero mai scappate. Perché davvero  tutta questa fretta ?…
La vita a due era  diventata uno  schifo, questo Louise lo sapeva. Ma Phil  non ci  metteva nulla di suo, per migliorarla.  Tutte le sere davanti alla Tv a vedere le partite di  rugby  dei Giants e popcorn e birra Guiness   a tutto spiano! Guai a dire   “Phil  tutta quella porcheria ti farà male”  …Si alzava bestemmiando  dal divano mezzo sfondato con  i pallidi fiori di glicine stampati , pigliava la  giacchetta e usciva,   sbattendo forte la porta. Cosa che i vicini di casa disapprovavano.   I vicini:  i signori   Peace. Gente silenziosissima  che cucinava apple pie ogni giorno.
Allora Louise  se ne stava in  cucina a finire la manicure, sotto  la bianca luce sparata dal  neon che spaventava anche i poveri  pesci rossi, i quali nemmeno  più giravano in tondo dentro la boccia d’acqua. Erano ipnotizzati dal neon,  lei ne era convinta.
Louise  si finiva  la manicure e limava con attenzione estrema le  unghie. Perché sì, lei era una semplice cameriera del pub O’ Connor, poco colta   e troppo sorridente, forse anche con  nulla da dire   davanti ai clienti  sfrontati che le   facevano proposte spinte, ma lei alle sue unghie  perfette ci  teneva !  Sapeva quant’era seducente  offrire , con unghie perfettamente limate e  rosso  fuoco,un doppio  cheeseburgher con tripla senape e noccioline …
Adesso però Phil se n’era davvero andato. Louise si strusciava la  schiena contro lo stipite per colpa di una maglia cinese che aveva comperato e  che le procurava un prurito incredibile. Cercava  con lo sguardo  un qualche cosa dimenticato da Phil. Ma tutta la stanza sembrava dimenticata da  Phil !  Solo dentro  al copriletto  appariva l’infossatura lasciata del grosso corpo dell’uomo e un calzino  appallottolato   sbucava  da sotto al comodino. Sul  posacenere stava in equilibrio un  mezzo sigaro  avana, intatto  con il suo puzzo macerato  dallo spengimento  dentro la  tazzina del caffè.
Louise prese il mezzo  sigaro e lo rigirò tra le mani. Anzi lo tratteneva solo con le sue lunghe unghie laccate.  Se lo mise tra le labbra  e, trovato un accendino nella tasca della gonna, lo accese. Aspirò avidamente e quasi  succhiava quando la brace apparve in punta al mozzicone.
Sì sì…una nuvola azzurra e spessa si  diffuse nell’aria e l’ aroma inconfondibile cominciò a salire  fin sopra le  vecchie tende di nylon.  “Niente male – si disse  Louise , prima  di scoppiare in un colpo di tosse che le squassò il magro petto. Restò appoggiata allo stipite,  aspirando dal sigaro. “ Che ore saranno? ..ah quasi le nove…sono in tempo …alle dieci  va in onda la prima  partita di campionato dei  Giants”.  Pensò quindi di prendere una lunga sorsata di whiskey  dalla bottiglia  mezzo piena che stava dietro al comò.  Si chinò, la cercò proprio  fino all’angolo del mobile contro alla parete.  Ma niente da  fare: Phil  s’era preso anche quella ! Si alzò sbuffando,  seccata. Picchiò  con stizza  il pugno  destro contro il ripiano del  comò  e , colmo delle sventure, si scheggiò  l’unghia lunga  del dito mignolo, la più raffinata.
 
 

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