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Nunc dimittis (continua - insieme, se Vi va)

Ora lascia che vada, Signora, come a
prenderti in parola. O non ci sono
o sono troppo discreto nelle costole
del giorno. Non appaio. Non mi vede
la stanza segreta che abitai come foglio, il divano
erudito alle pieghe, la doccia come improvvisi
aghi di gelo.
Il ninnolo d’oro dal collo mi ha taciuto
dove finisse. Dove tu inoculavi la
tensione dei gambi di maggio nei nervi
del nome, del mio nome breve che storpia, dicevi,
il gerundio del verbo più strano che c’è: nandare.
 
La lontananza, alla quale davi le ali minute
perché fosse necessario camminare molto dalle labbra
cherubine, come silos di verbi: vieni, e: dai,
ti voglio. Sedersi, dicevi, non è per chi ama. Chi
ama non è mai disteso, né si deve poggiare. Un nodo
elementare, lo ammetto, per la grafia di rami
che esulano dai tronchi, come una ragione - la tua - una
ricerca immediata di spazio: espandere la linfa finchè la vena
regge.
 
Ora lascia che vada, Signora, come a
prendermi da un esausto discorso.
 

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