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Vite parallele

 

Si era svegliato all'improvviso e, come sempre, dopo essersi alzato, si era avvicinato alla finestra. Ogni mattina, guardava la città e il vecchio albero ultracentenario. La genetica e la medicina avevano finalmente trovato la formula dell'immortalità. E di fatto, avendo superato la morte e rinnovando la vita all'infinito, si poteva dire che l'uomo avesse raggiunto l'eternità.

Lui aveva compiuto quattrocentotto anni. Il conteggio dei suoi giorni era analogo al numero di pagine di un romanzo d'appendice.

Ovviamente non tutto nella formazione della società attuale era filato liscio. C'era, da parte del Ministero, uno stretto controllo delle nascite. Il Ministero decideva chi poteva avere figli e quanti. Non era una società perfetta, all'inizio c'erano stati disordini e contestazioni. Alcuni individui avevano deciso di porre fine alla loro vita. Poi le sommosse erano state sedate. Piccoli gruppi avevano formato delle comunità indipendenti, ed erano andati a vivere nel deserto. Ma lentamente il tempo - il grande placatore - si era riappropriato della quotidianità.

Le stagioni (sotto una accurata e controllata programmazione meteorologica) avevano ripreso il loro ritmo. Il lavoro, inteso come fonte di reddito, era scomparso. Le nuove colonie di Robot, sparpagliate lungo i pianeti della Via Lattea, e i laboratori nello spazio (vere e proprie fabbriche di alimenti e manufatti) estraevano e producevano il necessario per la vita dell'uomo. Il cibo e i materiali, come gli uomini, viaggiavano alla velocità della luce, teletrasportati dal “modem molecolare”. E gli spostamenti avvenivano in tempo reale.

Ora il Ministero provvedeva completamente ai bisogni dell'umanità, tutti avevano una abitazione, il cibo e gli indumenti erano assegnati a sufficienza, e i crediti erano abbondanti. Con i crediti si poteva acquistare esclusivamente il superfluo e chi voleva avere un lavoro si impegnava in attività sociali. C'erano stati problemi anche lì. Il numero di richieste per avere un'occupazione nel sociale era aumentato molto dopo il raggiungimento dei primi duecento anni di vita. Poi si era stabilizzato.

 

Lui teneva delle lezioni di “Antropologia Culturale del Ricordo”, il Ministero dopo una attenta selezione gli aveva assegnato la concessione provvisoria della cattedra. E provvisoria lo era tuttora dopo più di trecento anni d'insegnamento. Ovviamente il ciclo di lezioni si poteva tenere nella propria abitazione in oloconferenza con gli studenti.

Lui aveva preferito tenere le lezioni dal “vivo”, con le persone presenti, e aveva insistito molto su questo punto. Il Ministero gli aveva concesso l'uso di un reperto industriale. Una fabbrica, di molti secoli fa, quando ancora si producevano le automobili, mezzo necessario per gli spostamenti. I locali, ristrutturati, ospitavano aule apposite ad uso degli insegnanti. Nel grande atrio dell'ingresso, sulla parete, compariva la vecchia insegna della fabbrica, Fiat-Chrysler, memoria storica di secoli passati.

Molti allievi erano suoi amici, e seguivano (da secoli) le sue lezioni. Anche per loro il tempo era diventato, nella sua imperturbabile e lenta ripetitività, immobile. Su tutto, mancava la polvere, cancellata dallo scorrere del tempo e dalla tecnologia. Dopo essere stato teletrasportato nell'aula, aveva preso posto su una poltrona. Era una poltrona in vero cuoio, un reperto di altri secoli, opportunamente ingrassata e curata, che lui aveva acquistato, due, forse tre (qui il ricordo su questi particolari diventava estremamente labile) secoli prima. Alle sue spalle, la riproduzione di una lavagna sintetica occupava l'intera parete. Con il gesso bianco - un similgesso prodotto su Urano - tracciò la seguente scritta:

“ Oggi parleremo del Pulcino Calimero”.

A quelle parole, albe lontane ripercorsero le nebbie del ricordo.

La sua voce risuonò nell'aula e il brusio cessò di colpo. Tutti gli sguardi erano fissi su di lui.

- Nel xx secolo, agli albori delle trasmissioni televisive, quando vigeva il “boom economico”, gli uomini usavano la pubblicità per aumentare le vendite dei loro prodotti. - fece un breve stacco per permettere ai presenti di concentrarsi sul quel periodo storico, poi riprese a parlare.

- Una trasmissione televisiva si chiamava “ Carosello”. Veniva trasmessa di sera, dopo l'ora di cena, quando in casa vi erano presenti tutti i componenti del nucleo famigliare. Grandi e piccini sentivano la voce di un pulcino che si lamentava di essere emarginato rispetto ai suoi fratelli di piuma perché era tutto nero. Lo sponsor era di una nota marca di detersivi. Ora vi farò vedere il filmato tratto dall'Ecomuseo delle trasmissioni televisive del xx secolo. - schioccò le dita e in sala si fece buio, la gente si mise più comoda sulle sedie per osservare meglio la proiezione.

 

Immagini in bianco e nero solcate da linee, graffi e granelli di polvere, scorrevano su uno schermo, con un sonoro metallico, come se appartenessero ad un pianeta remoto, ad un'altra civiltà. Al termine della breve storiella, il pulcino Calimero si lamentava di essere “... piccolo e nero” quando un'olandesina lo sollevava delicatamente con due dita e lo immergeva in una tinozza piena di schiuma, dicendo:

- Calimero, tu non sei nero, sei solo sporco. - e il nostro pulcino, racchiuso all'interno di una bolla di sapone, levitava fuori dalla tinozza completamente bianco, ed esclamava: - Eh... Ava... come lava!

 

Mentre scorrevano le immagini, in particolare quella dell''olandesina, lui leggermente distaccato dalla lavagna, viaggiava con il pensiero nel ricordo. Era bambino, secoli fa, in viaggio con i suoi genitori tra la distesa della campagna olandese. Dal finestrino dell'automobile vedeva i campi con le mandrie di mucche e grosse nuvole bianche rincorrersi nel cielo.

I ricordi si susseguivano come immagini random sul suo schermo mentale. C'era la grande diga sul golfo dello Zuiderzee. Un forte vento sferzava il suo viso. I mulini a vento, macchine primitive che pompavano l'acqua, segavano il legno e macinavano la farina. Aveva visitato uno di questi e gli pareva di essere piombato nel medioevo. Al termine di una ripida scala, coppie di ruote dentate, con i pioli in legno, dal disegno leonardesco, trasmettevano la rotazione della forza motrice delle pale. Ruotavano con un rumore greve, sembrava il rollio di un vascello.

Ricordava le biciclette, altro rudimentale mezzo di locomozione di quel secolo remoto, che sfrecciavano come rondini. Sorrise indulgente al ricordo. Ma di tutto questo avrebbe avuto modo di parlarne nelle prossime lezioni.

Già, perché c'era tutto il tempo necessario. Molto tempo.

Il tempo era l'unica costante della sua vita che di certo non gli mancava.

 

 

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