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Solo me ne sto nella città (la luce abbisogna del buio per farsi notare)

Ho una zuppa di vestiti… e piove, non spiove, piove e basta.
Di governi ladri ne ho scatoloni pieni, da qualche parte.
Manca l’acqua?
No, qui è corrente… alternata, continua, diretta.
Corre, corre, corre giù dalla schiena, trampolina dalle palpebre.
Infine fascia i piedi e poi definisce i colori del paesaggio.
Ma chissenefrega del paesaggio.
E chi ci pensa a me?
Vorrei una ciotola di minestra calda, mica un pranzo di gala.
Domani dovrei stendere i cenci miei al sole assieme alle ossa, sperando che spunti.
Il Po è in piena e la baracca sarà allagata ora.
Mi hanno detto di andare da qualche parente a dormire.
Non ho nessuno.
Non posso neppure sdraiarmi sotto al ponte, c’è rischio di piena, dicono.
E io sono fradicio e neppure pieno.
Canto la canzone del sole e vaffanculo alle calzette rosse e le bionde trecce di lei.
Non mi fanno neppure entrare nel bus da quanto sono zuppo.
Eppure i bus qui da noi sono sacri come le vacche in India, quasi monumenti cittadini.
Sanno che non pago il biglietto e loro non fanno elemosine.
Versano già l’otto per mille per lavarsela, e nascondono qualcosa per la cena di fine anno.
Il prete ha detto che non posso stare in chiesa tutto il giorno.
L’ha detto con la carità che lo contraddistingue, per via del vestito nero che era bianco in origine.
Tutto merito della caritatevolezza dei più.
Le biciclette staranno al caldo in magazzino.
Ma si possono ritirare le biciclette per il freddo?
Vorrei essere una Legnano o anche solo una scarcassata Graziella.
Una bella gonfiata, un’oliata ogni tanto, e via.
Dove sono le caprette ora?
Al caldo pure loro.
Tette di latte per i piccoli e mangime e sale per i capri.
Anche a me ogni tanto danno il sale, specie i contadini quando vado a trovarli.
Me lo danno da lontano, a vista, e che mira a volte.
Fossi Petrolini direi “a me m’ha rovinato la guera” ma dato che non lo sono, me ne sto zitto zitto.
Ha quasi smesso di piovere.
La gente ha quasi smesso di guardarmi.
Senza pioggia sono uno come tanti, con la pioggia sono bestia da zoo.
Se piove tanto sarei notato per tutto il tempo, dunque dovrebbe sempre piovere per essere star.
Ma se piove m’inzuppo e m’ammalo, col rischio di morire di broncopolmonite.
Una notorietà effimera.
Neanche all’ospedale mi prenderebbero, uno come me sta bene in riva a Po e basta.
Potrei razzolare tra i bidoni del mercato per trovare qualcosa che mi possa servire.
C’è la differenziata ora, non ti lasciano ravanare dentro come una volta.
T’inquadrano subito, fai neo alla società, i nei sono pericolosi se non controllati.
I Rom sono molto più scaltri ed ecologici di noi, sì, di noi che li riteniamo solo zozzi e ladri.
Come riteniamo zozzi i pulitissimi suini.
Le credenze popolari e l’ignoranza giocano sempre le loro carte buone.
Loro prendono i vestiti che noi buttiamo, anzi, io butto via nulla, il noi è maiesto, nel mio latino.
Li riusano o li rivendono, mica li buttano nelle discariche a fare cumulo.
Si chiama riciclo… quello è riciclo, non quello finto delle buche per l’Italia.
Poi ho sentito gente che s’incazza perchè essi vanno a raccattare biancheria nei bidoni.
Ma che t’incazzi?
Non è roba che hai buttato via?
Se dovevi darla a qualcuno perchè l’hai buttata?
Non hai diritto a ripensamento solo perchè sono Rom e vuoi fargli dispetto.
A volte non capisco.
Ci vuole la pioggia per farmi riflettere.
Non basterebbe un diluvio, al mondo intero.
Saranno mica gelosi dei Rom?
Vorrebbero provare anche loro l’ebbrezza di calarsi dentro un bidone col rischio di rimanere intrappolati?
Adrenalina meglio del bughi giampin o della partita a calcetto tra le braccia dell’amante.
Avrei voglia di una birra.
A quest’ora sono ancora tutte chiuse le birrerie “in”.
Vado in quelle perchè non pago e sono gli unici locali aperti fino alle undici, poi c’è il coprifuoco.
Vado perchè hanno paura a fare scenate e quando mi vedono entrare sanno già per cosa sono lì.
Mi preparano la lattina che prendo ed esco, come da tacito accordo mai firmato.
Come la guerra fredda.
Osservare i Rom aiuta ad avere la piantina di alcune stanze della vita, quelle senza divani Frau.
Se non possiedi nulla, nulla possono toglierti, a meno che non ti uccidano.
Sopravvivere si sopravvive tutti e tutti sopravviviamo al tutto, o quasi.
Chi bene, chi meno bene, chi senza accorgersene.
Non sono interessato alle classifiche, aspetto solo che esca il sole.
Però troppo sole, senza piante che fanno ombra, non fa bene.
Penso agli anziani su queste panchine, d’estate.
A Po starebbero meglio, è più fresco e le zanzare fanno i salassi per mantenere buona la pressione.
Potrebbero fare merenda tutti assieme col pesce pescato.
Meglio di quello che mangiano nelle susherie per fare i giovani alla moda.
Ma c’è paura.
Inquinamento.
Terrorismo sociale.
Nei giardini tra i gas buoni delle auto c’è salute, e gioia del silenzio.
Defilè di malattie varie sui marciapiedi.
Quelli seduti sulla panchina si consolano tra loro, quando vedono passare un altro in carrozzina.
Si elencano fortune e sfighe, la morte chiude il giro.
Le badanti sono le protesi, senza possibilità di rigetto, di famiglie monche.
Sorde e mezze mute, per convenienza e di natali, onde sopportare discorsi altrimenti insopportabili.
S’infrangono sugli scogli dell’indifferenza e del rampantismo sociale i sogni di gloria delle sacre famiglie.
Quelle che piacciono al Vaticano, ai pastifici, ai pasticceri.
Quelle dei sacramenti e del Paradiso perduto tra i marosi del millennio, in mezzo a mille carte bollate.
Ho la febbre.
I vestiti si stanno asciugando col calore del corpo.
Hanno tagliato delle piante, ci sono ceppi ovunque in questi giardini.
Qualcuno si farà una baita con questi tronchi.
I nidi degli uccelli sono stati distrutti a colpi di motosega, assieme ai ricordi del posto.
Forse sono più importanti della mia baracchetta che non fa notizia e a quest’ora sarà sommersa.
Cosa avete ancora da guardare voi?
Sono quasi asciutto.
Sono quasi umano come voi.
Mio malgrado.

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