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Puoi sostituire parole, per dire il non detto

 
 
La fatica di sorridere -
alzare semplicemente gli angoli esterni delle labbra
e assumere un'espressione compiaciuta
coi muscoli che si rifiutano di mentire
e s'irrigidiscono per lo sforzo.
La fatica di sorridere -
sostenendo i crampi alla bocca
mentre dagli occhi versa tragedia.
 
Finché le parole vengono da se
c'è libertà nel farle uscire, e scappano
come tanti pappagalli colorati in fuga da una gabbia timida
 
poi, un cenno per gestirle e diventi schiavo, diventi la gabbia
ricurva su se stessa, attenta, come fosse in ascolto del suo silenzio
e si cancella, l'espressione naturale che meraviglia, sia per la disponibilità
di tutto quello spazio intorno, sia per la restrizione, dell'esistenza che lo occupa
 
e io, falconiere
 
volevo la mia gabbia, perché non sono metallo, e mi sento piccola, qua fuori.
Volevo una stanza insonorizzata, una cupola 4x4 per starci chiusa dentro
quando non riesco a stare in me stessa. Senza gola, potrei dire l’assurdo
che mi passa per la testa. Potrei cantare
come Maria Callas e nella tragedia, sfociare nella pulsione intima di Medea.
Senza voce, riuscirei a parlare, delle sepolture da viva, del negato, dell'inaccessibile
che mi riempie la bocca con la sete degli altri. L'assenza invasiva e l'acqua che mi scansa.
 
La fatica di sorridere -
 
Ero l'unica bambina che metteva il broncio e rimaneva a testa alta.
Quasi altezzosamente sdegnata all’apparenza, per rovinarsi
dopo, all'interno del suolo - difforme come sono -
 
Bevo e mi scansa lo stesso. Ho un tubo nella gola che mi divide
dalle sostanze che ingerisco. Ho un tubo nella gola che mi ruba la metà
dell’ossigeno. Allatto i pianti, faccio scattare la serenata del cancella tutto
col bisogno di distruggere ogni deviazione che mi lascia sbocco.
Entrare, uscire e cercare la strada per tornare. Bussare
alla porta di una casa abbandonata – e aspettare –
aspettare anche la rovina, pur di penetrare  -
 
Lo faccio con soddisfazione. Creo un dolore, al posto di una stanza.
Un dolore chiaro, seducente. Un dolore familiare
che mi da sollievo e mi protegge, un dolore che sembra mio padre
e mi avvolge nel cellophane come se mi rimboccasse le coperte
prima della notte, e soffoca, riempie, soffoca. Mi toglie il respiro tutto
e preme; scarica quel vuoto insopportabile che incriminava l’aria
 
e io, finalmente, mi arrendo
e d’istinto
sorrido.
 
(Puoi sostituire parole, per dire il non detto)
 

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