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sinfonia del lavoro che non ho (primo movimento: andante con variazioni)

untitled - 2004 - paul freidin
 
Ho perso il lavoro che avevo cinquantotto anni. Due anni fa. In questi due anni ho cercato di trovarne un altro, ma nisba, nessuno se l’è sentita di utilizzarmi in qualche valido o invalido progetto. Eppure ho sempre lavorato di grande entusiasmo, potrei ancora essere utile, ma niente da fare, tutti a far grandi sorrisi, promesse, niente di più. Ho capito che per me sarà difficile riprovare l’ebbrezza della busta paga. Ho lavorato per anni nella politica. Non come candidato o altra robaccia simile. ho solo mosso passi politici, da assunto, nel mondo delle consulenze ad alcuni gruppi consiliari regionali. Ho ragionato di leggi da perfezionare, di ordini del giorno, di mozioni, interrogazioni ed altre schifezze del genere. Poi un giorno succede che mi sono svegliato totalmente demotivato ed anzi con un certo sentore di nausea, così ho deciso di abbandonare quei luoghi. Ero soddisfatto della scelta, mi sentivo persona costruita di purezza estrema, uno che poteva guardarsi allo specchio ed inorgoglirsi per l’esistenza condotta. Una soddisfazione da poco. Sono due anni due che mi muovo a cercare un altro impegno, che sia retribuito nel giusto e che non abbia meccanismi delinquenziali. Due anni che sono praticamente a spasso e mi sto davvero arrabbiando per il fatto di aver rinunciato ad una certa comodità economica. Per me la crisi è perfino più profonda, perché le soluzioni che si prospettano ad un sessantenne sono davvero nulle. Perciò mi sono deciso a rinunciare alla dignità di uomo. Tanto sai che sforzo visto che di umiliazioni ne becco una ogni minuto. Oggi mi offro a chicchessia, chiunque può approfittare di me, basta chiedere e naturalmente pagare. Ditemi cosa volete che faccia ed io ci sto. Naturalmente non chiedetemi di uccidere per voi, questo non lo so fare, né di usarmi sessualmente, neanche questo so fare. Insomma niente violenze, niente cattiverie, per il resto tutto potrebbe esser lecito. Chiedete, non abbiate timore. Non pretendo tanto, solo il giusto. Sinceramente ho problemi di sopravvivenza, non di vivere una vita esente da problemi. Vorrei solo poter pagare le bollette nei termini di scadenza, acquistare qualche libro fresco di stampa e di libreria, magari riuscire a comperarmi l’ultimo disco di Bob Dylan e pure quello del mio Grande Boss e riuscire a vedere al cinema la folle inventiva di Quentin. Ma so già che dovrò rinunciare e questo mi fa incazzare alla grande. Però so che non posso farci niente, così dopo qualche minuto all’incazzatura subentra una strana nuvola di remissività che mi calma e mi addormenta. Naturalmente nel sonno mi arrivano le cose migliori. A volte becco tre o quattro numeri sulla ruota giusta e sogno di uno scontrino che mostra finalmente un saldo con il più, invece di questi orrori che sanciscono la vecchia, ormai, realtà. Altre volte sogno di imbroccare un lavoro che mi piace e mi ritrovo a dirigere un ristorantino tutto mio, dove poter cucinare in santa pace le cose che invento e che mi piacerebbe gli altri apprezzassero. Ho perfino sognato di riuscire ad essere presenti nelle vetrine di una libreria con un libro tutto mio ed ascoltare i commenti superpositivi della gente. Insomma sogno un sacco di cose buone. Evidentemente sono fortunato, perché ho sogni buoni e non incubi, starei fresco ad avere pure incubi quando dormo. Beh ne ho già tanti da sveglio. Però penso tanto, forse troppo. Ho perfino pensato di riproporre una cosa che facevo da giovane, quando ero studente a Roma. A quel tempo mi inventai una cosa sublime: vendere poesie ai passanti. Scrivevo le mie poesie usando una bellissima olivetti lettera 22. usavo dei fogli magici di carta carbone. Sublimi al tatto. A quel tempo non esistevano le fotocopiatrici. Magari un ciclostile, ma era più difficile. Ci voleva una matrice per ogni poesia e poi chiedere a qualche tipo nelle sezioni del PCI se mi facesse fare il lavoro. Invece così era più facile. Una risma di carta extrastrong, una decina di fogli di carta carbone, un nastro ogni tanto per la macchina da scrivere e, voilà, via in via Nazionale ad offrire ai passanti una qualche mia poesia a davvero poche lire. A sera riuscivo a racimolare la cena e perfino qualche cinema e qualche libretto in economica ogni tanto. Allora c’era più rispetto per la poesia. Oggi sembra non valere niente. Nessuno ne parla, contano altre cose, si parla di altro, si vive di altro. Eppure mi piacerebbe uscire nelle strade ed offrire poesie alle persone che incrocio. Così, per vedere cosa se ne fanno. Forse i più accartocceranno arrogantemente il volantino davanti i miei occhi. Così, per umiliarmi, per farmi male. O forse lo ficcheranno distrattamente in tasca. Chissà. A me piace pensare che poi lo riprenderanno in mano, forse quando sono in attesa che il loro medico si liberi o in una fila in banca o alle poste, in una pausa della loro vita frenetica. Spero davvero che lo facciano. Una poesia a volte può far davvero bene. Perciò ne continuo a scrivere, pescando direttamente nel mio sangue, distraendo finora il cappio che penzola sprezzante dal soffitto. Beh, se vi può servire una mia poesia, fatemelo sapere. Beh approfittatene, il tempo non è così tanto. Sento che la poesia mi sta abbandonando. Comunque per voi e solo per voi sarà a gratis e non è poco di questi miei tempi, credetemi. Eh si …

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