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Amore odio - Riparazione.

Dedicato a Melanie Klein
Bozza Secondo Capitolo
 
Alla mia repentina, perentoria richiesta, Marianne se ne era stata muta. Continuò a guardarmi in viso, oltre il bianco della tovaglia accorgendosi solo in quel momento che, a causa dei fitti petali carnosi delle cinque gerbere rosa salmone intramezzati tra loro in una curiosa composizione ad intreccio posta sopra un vaso di ceramica trapezoidale, gli occhi di qua non le erano, a tratti, completamente visibili. Perlomeno quanto sarebbe stato, invece, necessario.
Corinne, che aveva taciuto lasciandola fino a quel momento proseguire, s'accorse del rischioso balenio negli occhi dell'amica e trattenne a margine dell'orbita, con uno sforzo estremo, la lacrima che le stava venendo.
- Via Manuel, poi tua madre perde il filo e...noi le cazzate del Conte.
Ma la magia tra noi s'era già spezzata. La cena era finita e mi alzai per aiutarle a sparecchiare.
 Erano le otto e quaranta ed avevo appuntamento con Filippo, l'altro figlio di casino coetaneo, unico a rimanersene in città.
Ci incontrammo fatti appena cinquanta metri dal portone della casa.
Filippo :- Ci sono 3 sbarbatine che ci stanno, a una ho già sfilato le mutande. Ad una delle altre due piaci tu. Andiamo!
Io:- Era vergine? E lui:- Ma va! Al dito no.
Io:- Ma quando la incontri più, una vergine?
Filippo, incamminandosi verso il gruppetto di ragazze che aspettava a poca distanza da noi: - Meglio no? Mica te la devi sposare! Siamo ancora troppo giovani.
Ci salutarono guardandosi l'un l'altra, poi la terza, passati alcuni minuti, accampò una scusa per allontanarsi.
Fu come addentare alla gola due pecore, dietro gli angoli smussati, cadenti, del vicolo che finiva con alcune case decrepite, abbandonate. Dove l'odore di piscio dei gatti randagi che miagolavano a qualche metro da noi, contendendoci lo spazio per fottersi a loro volta: la loro materiale presenza strisciante, la vinceva alla grande sui nostri, di odori, esistenze.
- Hai visto come è facile? Si stendono da sole, non c'è nemmeno bisogno che le spingi. Devi solo montarci sopra e fargli aprire le ginocchia con le tue. Tutto qui. Sei venuto? Ci sei venuto dentro?
- Tra le cosce, risposi a Filippo giunti al crocicchio, mentre le baciavamo cercando di forzare loro meglio le labbra prima che scappassero. Ché s'era fatto tardi. :- Son mica scemo!
- Al prossimo sabato, allora, rispose quella che era stata calma sotto di me, agitando velocemente la mano prima che un lampione della stradina seguente gliela illuminasse.
Il prossimo sabato sera si presentarono sulla stessa piazzetta ancora in due, ma la terza, che la volta prima se n'era andata, aveva sostituito la prima ragazzetta di Filippo.
Fu questa a spiegargli il perché.
- Se lo fai a me, di lasciarmi tutti quei segni, te lo scordi di rivedermi! Sua mamma l'ha menata ma di brutto eppoi si è dovuta dare malata per due giorni per rimanere in camera, ché non la  scoprissero tutti con quel collo viola che sembrava il trucco.
Filippo:- Andiamo? Mi pareva le piacesse.
Elvira, ma si faceva chiamare Elvy:- Vengo, ma con me stai più attento!
Andammo nel solito spiazzale rinselvatichito, e, la terza volta che ci andavamo, imparammo ad entrare compiutamente e finalmente nel corpo di una femmina.
Pareva che anche a loro piacesse. Purché prestassimo attenzione a non rimanervi troppo o a riprovarci subito dopo esserne usciti. L'altra preoccupazione era che imparassimo a baciarle meglio, lingua in bocca.
Poiché sembravano quelle le preoccupazioni più gravi delle vittime-benefattrici, chiesi a Corinne se ancora conservasse quella sfilza di preservativi che per lei avevo trafugato dalla Casa, il giorno prima che chiudesse.
- In qualche buco, in cantina, penso. Cosa devi farne?
- Cosa, secondo te?
Improvvisamente, mi ero fatto sfacciato e Corinne ne rimase sorpresa sfavorevolmente.
La Franchina, la quattordicenne che da alcuni sabati sera se ne veniva nel cortiletto dei gatti con me, quella sera non si presentò. Si presentò sotto il loggiato la sua coetanea, rifiutandosi di inoltrarsi da sola nel vicolo con Filippo poiché il posto, secondo alcune sue amiche, non era sicuro. Rimandò l'appuntamento al sabato prossimo con la richiesta esplicita al ragazzo di trovarne uno meno conosciuto e di comprarsi dei preservativi. Non facendo alcuna menzione dei felini.
Eravamo stati scaricati, ma non ci dolse più di tanto se non per il fatto di dover rimanere a digiuno per qualche tempo, e di dovervi supplire aumentando le nostre già assidue frenesie solipsistiche.
Le scatole di cartoncino verde militare da venticinque profilattici ognuna trovate impilate vicino alla parete di fondo dell'ex laboratorio sartoriale sul retro del negozio, tra due enormi cataste di Grand'Hotel, come indicato sommariamente dalla Francese, ancora asciutte come le avevo asportate, le trasferii un pomeriggio, parte pigiate in fondo sulla sommità dell'armadio in camera mia, parte nell'angolo più remoto del soppalco a soffitta cui si accedeva tramite una botola di legno a metà dell'unico corridoio che correva dalle due camere al cesso a turca; primo locale che Marianne e la sua compagna avevano in progetto di ristrutturare sostituendo la turca con un water vero affiancato ad un bidet murato anch'esso, perpendicolare al piccolo lavandino già esistente.
Spazio ce n'era in abbondanza. Il problema, semmai, sarebbe stato quello di infilarci un boiler aggrappandolo ad una qualche parete, le quali si scalcinavano in continuazione ora che, essendosi sfogliato il lastrico solare, da qualche parte si infiltrava in continuazione l'acqua piovana.
Trasferendo le scatolette color verde militare sul soffitto dell'armadio calcolavo, ad occhio e croce, in punta di piedi sulla sedia, in quanto tempo si sarebbe esaurita la ventina di quelle che stavo caricando qualora fossi andato dietro alla buffa idea di non lasciar tracce a macchia di leopardo nelle lenzuola,  per la mia seconda madre che le rinfrescava così diligentemente ogni due-tre giorni, delle fantasie di affettuosità e vorace vicinanza fisica che sempre più  prepotentemente mi ispirava la più morbida e paffuta delle francesi conosciute.
Corinne, che stuprata da bambina dai familiari, che non aveva mai provato, dopo il riformatorio, l'emozione o il peso di una maternità, decisa o costretta a rimanere sola con se stessa, si era autonomamente assunta il perverso ruolo di avermi, a mia volta, nel ruolo di figlio.
Corinne, nella intimità di questa famiglia ricreata, si era ripresa il suo nome sepolto: Silvye.
Marianne era stata la prima a riconoscerglielo, e poi di seguito tutti i clienti, o le clienti del negozio.
Soltanto io continuavo a chiamarla Corine.
A inizio estate, prima della chiusura scolastica, ci fu il boom. Tarcisio Moretti, l'etiope, sviluppatosi enormemente in altezza, aveva fatto il colpo gobbo. Furoreggiava sulla piazza di quell'estrema plaga di Emilia lombarda, studente della prima ginnasiale del Bertocchi, con il furore di un selvaggio qual'era. Il motivo non era quello che fosse versato eccezionalmente in latino e greco come di simili a lui i professori non se ne ricordavano, ma che suo padre, l'autista pubblico Moretti, sempre in servizio, di ritorno da uno dei suoi viaggi, stavolta a Vicenza, reperita su una bancarella del mercato ambulante, gli avesse portato una maglietta nera monocolore di estremo valore, cioé stinta, con su scritto davanti “Portami rispetto” e dietro “Anche 1 Spritz”.
L'autore dello stampaggio, il creatore di quel nuovo brand, il venditore, il proprietario del marchio, dei brevetti, dei modelli, il concessionario della licenza al mercato, sempre lui: il Conte, che ora, abbandonati per comodità i lucidi stivali di pelle ed i calzoni stretti e fasciati al ginocchio da cavallerizzo, mantenendo solo il berretto con visiera, si faceva chiamare "Il Conte Ambulante"
In brevissimo diventammo, noi tre, la Banda dello Spritz, attirando simpatie entusiaste da parte delle ginnasiali, anche le più ostiche, e invidie feroci da parte di quei frocetti degli studenti maschi, che, diversamente autofigurandoci e distanziandoci, chiamavamo  già, da tempo, “Blancos”: in forma indistinta.
Sulla scia di quel successo, sulla piazza in cui ci appollaiavamo, all'angolo con via Caproni, aprì un piccolo bar con unicamente un banco e tre sgabelli: "Lo spritz dell'Ambulante" e gli abitanti della provincia di Crema inziarono a conoscere quella bevanda fino ad allora sconosciuta.
Il Conte, non so come venutolo a sapere, si presentò al bar un sabato sera della stessa estate, facendosi strada tra la calca di studenti radunata fuori dalla porta, accompagnato da un legale, chiedendo all'affittuario che gli venisse riconosciuta la privativa che gli spettava, quindi il 15% degli interi proventi dall'apertura in poi. Credo che i due legali si accordassero poi sull'undici e mezzo percento. Così riferi Marianne quella sera, a cena, quando riprese a dire del Conte, riportando il fatto e commentandolo.
Di lì iniziò per lui un'ascesa inarrestabile di un'intera catena in franchising in tutto il Centro Nord della penisola, denominata "Lo Spritz dell'Ambulante.".
L'impresa era stata riportata sulla pagina locale di un famoso quotidiano, che a sua volta l'aveva ripresa da un quotidiano economico a tiratura nazionale, dove costui era stato magnificato quale nuovo tipo di imprenditore di successo made in Italy. 
La sera stessa dell'evento, foste stati presenti, a casa della mia madre-uomo, Marianne e della mia madre- donna Corinne, avreste potuto assistere ad una tragedia burla delle più appetitose e strazianti, se appena in grado ancora di discernere il riso e il pianto.
- Figlio di puttana, aveva esordito Marianne, appena seduta a tavola. - Oggi è passata la tua insegnante di greco per cambiare un pezzo di stoffa. Mi ha raccontato cos'hai fatto a quel povero ragazzo. Massacrato Silvye, letteralmente massacrato! E, lui-noi, rovinati!
 Io, guardandola fisso negli occhi. :- Non è un povero ragazzo, è un frocio maledetto!
Marianne:- Lunedi discutono in consiglio se escluderti da tutte le scuole della Repubblica.
Corinne:- Cosa ti ha fatto, Manuel?
Io:- Per tutto l'intervallo tra la quarta e la quinta ora, seguendomi anche nel cesso, non ha fatto altro che ripetermi come m'ha chiamato lei. Voleva provocarmi. Voleva che gli mettessi le mani addosso.
- E perché, per quale motivo? Fa Corinne.
Ho risposto :- Perché è il figlio di un carabiniere.
-E allora? Ha continuato la mia madre-donna.
- Filippo gli deve aver venduto una bustina del cazzo. Ho concluso, alzandomi.
- Ma vendete droga? Si è chiesta e mi ha chiesto Corinne.
- No. Ho risposto io.- Vendiamo le magliette falsificate del Conte Ambulante. Le sue ( prodotte da lui) si stingono appena prendono un po' d'acqua.
La porta, chiudendosi alle mie spalle, si è portata dietro le domande di Corinne:
- Manuel? Un falsario? Una banda di falsari?
- Nemmeno; è il mercato parallelo voluto dallo stesso Conte, al quale paghiamo delle royalties minime per tenere bassi i prezzi e allargare la platea dei consumatori.
Naturalmente, i Carabinieri, dopo aver svolto le dovute indagini, scoprirono che l'idea era stata partorita da me, da un mente diabolica, e provvidero a denunciarmi per smercio di sostanze proibite: (il padre carabiniere raggiunse, per incastrarmi, un compromesso con il figlio palestrato e dopato) e vendita di merce contraffatta.
Il Consiglio degli Insegnanti, intanto, aveva già emesso il suo inappellabile provvedimento:
“ Manuel Xxxxxxx. Escluso in perpetuo da tutte le Squole della Repubblica italiana.”
Avrei potuto ricorrere, per quel refuso non so quanto involontario , ma, il provvedimento mi fu notificato quando i termini per ricorrere erano trascorsi e già prescritti.
In fondo, non m'importava di diventare docente di letteratura italiana ad Oxford: troppi dottorati ad una paga da fame e il precariato.
                                                          
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Epistole dal Riformatorio
 
Verbale di entrata del 11.10....
 
Alle ore 8,11 si è aperto il cancello esterno per il giovane Manuel di Mont Segur, di sesso maschile, nato a Rivolta d'Adda, presso l'Ospedale Santa Marta, da Marianne di Mont Segur, di passaporto spagnolo, padre sconosciuto. Il quale si dichiara di anni quattordici compiuti, tre mesi e quattro giorni, di professione ex studente ginnasiale.
Alla grata, consegna volontariamente: uno zaino di tipo militare, di colore verde militare, della capacità di 33 lt.ca, in cui sono contenute lettere varie raggruppate con elastici a diversi colori ed otto quaderni scolastici, quattro a righe, quattro a quadretti, fittamente scritti, 1 a righe totalmente in bianco; n.2 penne biro marca... Di tutto richiede la disponibilità per la visione nelle ore concesse per la lettura.
Null'altro.
Del che è verbale.
 
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Corinne, mia cara Corinne,
Eccomi, sono finalmente stato condannato a tre anni di riformatorio. Questa, come le altre mie pagine scritte, non partirà, non raggiungerà mai un destinatario. Non recrimino, non spenderò nemmeno una virgola a mia difesa, nemmeno una parola sui fatti, né sulle parole dell'accusa, né, su quelle della difesa. Soprattutto di queste ultime, non avverto la necessità.
Mi hanno assegnato ad una cella a due brande. Sai, di quelle con la tela grezza in mezzo: il rovescio di una schiena d'asino. Sopra, un semplice pagliericcio che crocchia in continuazione, pare contenga foglie di granturco. Dico pare perché l'odore del granturco non lo conosco, ma credo che siano proprio foglie di granoturco e comunque crocchiano tantissimo. La branda più vicina alla porta è già occupata da un altro ragazzo dal viso un po' butterato, gli occhi cespitosi; è pieno di foruncoli. Spero di non litigarci fin da subito. Per ora mostra indifferenza, ed anch'io non lo provoco con atteggiamento alcuno, tantomeno con lo sguardo.
Ho bisogno di concentrarmi su un atteggiamento dolce, un viso rotondo, un bel nasino, sguardi che non mi provochino. Questa notte, nel suo silenzio pauroso di alberi troppo nudi e vicini all'inferriata, senza un alito di vento che ne agevoli la caduta delle ultime foglie, quando sarò certo che anch'egli dormirà, mi metterò davanti agli occhi questo tuo delizioso faccino; ne seguirò con le dita i contorni, la tenerezza delle labbra, del collo e del seno, la curva convessa, appena alla linea dell'ombelico, e mi toccherò come li toccassi, mi palperò fin quando il turgore del sangue non mi riempirà il pugno stretto attorno ad esso e questo sangue, questa fame-sete incredibile, si spegnerà e rifluirà su dolci linee di pianura fattesi piatte, completamente visibili ad ogni occhio umano, senza asperità, senza macigni dove un nemico possa nascondersi.
P.s.
Non mi sono portato dietro alcun profilattico, né posso lasciare segni sui pantaloni della divisa assegnatami, né sul pagliericcio. Poiché temo una tua reazione spropositata, (ho ben presente la tua storia di due omicidi) lascerò che la mia crema, il mio seme, voli nell'aria fino a raggiungere il lettuccio dell'Altro. Posso farcela! Ti farò sapere.
Intanto, Ti Amo.
 
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Un altro provocatore. Il mio ottuso compagno cespitoso si deve essere accorto che il plaid di lana fornitoci per la notte si sta ricoprendo man mano di piccole macchie trasparenti coagulatesi tra loro.
Se ne è lamentato con l'assistente. La quale, senza rispondergli in modo diretto, gli ha tirato dabbasso il plaid e, veduto come erano ridotte le lenzuola avute in dotazione, lo ha picchiato con il nerbo su ambedue le braccia. Non senza fargli notare, per ultimo, com'erano invece più pulite quelle vicine, le mie.
Una donnetta piccola e segaligna, probabilmente senza figli, dura di carattere, ma la comprendo. Altrimenti non potrebbe resistere in quest'inferno.
Quello non ha desistito e, tre mattine dopo questo fatto, l'ha nuovamente chiamata.
Questa volta, per farle notare la chiazza di sperma solidificatosi sulla sua palpebra sinistra.
Ed ha ricevuto ulteriori quattro nerbate, due sulle braccia, due sulle cosce, in quanto la donna crede
che si lamenti appositamente per mettere in agitazione l'intera camerata.
Il mio letto, difatti, in confronto, è quasi uno specchio.
Devo rallentare il ritmo delle seghe. Oltretutto, le sborrate schizzano lontano che è un piacere. Devo aver lo sperma troppo liquido; all'inizio era più denso. Cosa può essere stato: i dispiaceri che mi si sono riversati addosso tutti in una volta? Sono cambiato.
Potessi incastrarlo da qualche parte e fargli sapere quanto lo odio.
E dove, in qualche corridoio, in cortile? Non è possibile, troppo nudi, scoperti. Aperti alla vista di tutti.
Ma per quale motivo poi, dovrei cambiare ritmo alle pugnette di notte? Alla luce del giorno non è possibile farsene, e al cesso siamo più che controllati.
Se conoscessi le sue reazioni, ma va a saperlo. Ho pensato, più volte, di infilarmi con il buio nel suo letto, e infilarglielo nel culo. E se urla e si scalmana?
Son cazzi!
Però smetterebbero i problemi delle macchie sul plaid. Lo metterò sotto osservazione, può darsi anche che gli piaccia e se ne stia zitto una buona volta. Se si azzarda a fare casino come quella stronza della Mariolina che si è messa a urlare nella stradina, questa stronza che le ero venuto proprio dentro le mutande...o a pretendere qualcosa...lo strozzo...così la finiamo...
Cosa mi darebbero dopo il riformatorio, cosa c'è ancora di peggio? Non c'è niente più di merda.
Ci fanno correre venti, venticinque volte al giorno, e giù botte. Siamo delinquenti.
 
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Sono venute in visita. Dai dai.
Marianne è rimasta quella con il culo migliore di tutte.
D'altra parte, lo diceva anche la Ruffiana.- Ah Marianne, il tuo culo!
Ma perché quello stronzissimo che mi ha eiaculato non glielo ha sbattuto in culo invece di sverginarla? Non ha dato la precedenza al suo amico, il timido francesino del cazzo che avevi trovato simpatico dietro il banco del piccolo market della frontera?
Non mi avrebbe risparmiato?
Rimane che è una lesbica finita. Guarda le labbra, la bocca, come tira fuori la lingua da quel suo fottutissimo Hola; da lesbica finita.
E Corinne che le scodinzola dietro! Innamorata persa di quella lingua da coniglia.
Mi odia. Peggio che se le fossi nato dall'intestino, da in culo dove il francese, bloccatele le braccia, stava già iniziando a pomparla.
Ma cosa li hai seguiti a fare, con che testa, i due giovanissimi inservienti di quel market, in fondo alla cella frigorifera?
Uscirò pure un maledetto giorno di questi. E non te lo metterò certo dietro, subito, troia.
Ti  sbatterò come t'ha sbattuta la Merda, metodo tradizionale ahah e Corinne, giù alla pecorina, mi dovrà leccare i coglioni. Trenta dita nella figa! Non sono mai abbastanza! Perché non hai chiamato aiuto? Avevi timore di strozzarti? Ah! Erano tuoi coetanei? Non li facevi pericolosi?
Guardale, come sculettano, le sceme. Come ballano le tette. Non ne hai avuto abbastanza? Mammina, dov'eri quando si è riunito il Consiglio del liceo e tutti han detto che la maria la tenevo in casa? Perché c'era solo il carabiniere? Non venisti perché il culattone ti conosceva meglio di chiunque altro?
La visita è finita ragazze. Potete indirizzarvi verso l'uscita.
 
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Filippo non è mai venuto in Riformatorio a trovarmi. Nè è venuto Tarcisio l'etiope. In fondo erano figli di puttana veramente
Venne, invece, alcune volte il Conte. Poiché intendeva sanare il debito. Esattamente, il mio debito. Per lui, il credito. Presunto.
Senza mai perdere la calma, con fare sempre cordiale, per cinque volte mi chiese dove avessi messo il gruzzolo, per ripartircelo fifty fifty. E mi chiese sempre di non parlarne a quei due allocchi, ma di fare tutta la cosa tra noi.
Non fidandomi né di Marianne, né di Corinne, né di altri esseri che mi bazzicavano intorno (in effetti di chi avrei potuto fidarmi?) quanto andavo tesaurizzando dallo smercio delle finte magliette fornitemi in deposito quindicinalmente da un emissario che variava di volta in volta, mi aveva fatto ricco, in pochi mesi, di una piccola fortuna personale.
Ma non era tanto il quantitativo da egli inviatomi, che smerciavo insieme al Tarcisio ed al Filippo sulla piazza di Crema: magliette semiautentiche se così può dirsi, a costiture questa ricchezza - quanto i proventi di quelle di cui avevo iniziato un'autonoma produzione.
Essendomi subito accorto che, sulla tinta, il Conte Ambulante ci barava e si rischiava un crollo di quel floridissimo mercato, per riflettervi, ero tornato un giorno, per semplice curiosità, o intuito, o perché pensavo, in qualche modo, di utilizzare il retro delle mura, in via Beccalossi, dove mi andavo molte volte a estranianiare dal mondo intero.
Lì, mentre ispezionavo quelle quattro o cinque guardiole abbandonate da tempo immemorabile, da una di queste inferriate arrugginite, mi era parso di sentire che una voce pronunciasse flebilmente il mio nome.
- Manuel? Poi, un colpo di tosse. - Zitto, vieni dentro. Fa attenzione alla testa.
A fatica, molto a fatica, scioltasi un poco la penombra interna iniziale, riuscii a riconoscre un' emaciata figura di donna.
Si trattava dell'Arianna, la Genovese, che non sapendo prendere alcuna decisione, dopo la chiusura della Casa, non sapendo dove andarsene, essendo stata abbandonata da tutti, non avendo amici né amiche, si era trasferita dietro le mura e, per sbarcare il lunario batteva, a notte fonda, su quella che era diventata la tangenziale.
Dopo un parlare fitto di circa due ore, da lei seppi anche di chi Filippo fosse il figlio. La disgraziata lo confessò quasi piangendo; ormai non le importava più di tanto.
Si trattava del figlio avuto da suo fratello, il suo primo uomo. Quando era scoppiato lo scandalo, non le era rimasto che fuggire di casa e partorirlo da sola.
Alla chiusura del casino, non più protetta in alcun modo, essendo stata trovata sulla tangenziale, venne arrestata, ed anche quel figlio le fu tolto.
Né Filippo, né la famiglia cui il ragazzo venne affidato dai giudici, vollero ancora sentir parlare di lei.
- Ma tu, cosa ci fai qua? Sussurrò alla fine. E Marianne, Corinne?
- Marianne è una stronza. E Corinne non mi è stata a sentire. Le risposi.
- Sei scappato? Sei venuto a dormire? Chiese allora l'Arianna.
- Cerco un buon nascondiglio! Le dissi.
- Buono, questo è buono, non lo conosce nessuno. Sono più di cinque anni che dormo qui.
Al che io:- Arianna, sei ammalata? Non ti vedo molto bene.
Arianna rise, di un riso spudoratamente dolce. - La fame caro il mio bambino; solo la fame, per il resto agli uomini ci sono sempre stata attenta. Guarda!
La parte di preservativi che non ero riuscito a trovare in alcun posto li aveva lei, Arianna, bene accatastati a ridosso della parete accanto alla quale si era fatta un giaciglio.
- Li porti qui il clienti?
- Vuoi scherzare? Solo in auto.
- Ok. Se ti chiedessi di dividerlo con me questo buco? Mi serve...per un po'...due o tre mesi forse.
- Immaginavo ne avessi fatta una!
- Non voglio ehm, scoparti, voglio solo un pezzo di questo muro. Per un po'.
- Se mi prometti di stare attento, come me, come ci sto io...Sono cose rubate, è robaccia che fa male? No? Si?
Alla fine convenimmo che le notti seguenti, con il favore del buio, avrei stipato i due ruderi contigui dei lotti delle magliette che avevo fatto produrre allo stesso laboratorio della periferia di Piacenza di cui mi ero in precedenza servito, regolarmente bollettate. Sempre nere e stinte, i caratteri delle stesse misure e colore, ma questa volta c'era, sul davanti, “Figlio di puttana” e dietro “Credimi!”
Sulla vendita di queste magliette, al Conte, non ero disposto a cedergli nemmeno un quarto di lira.
Ad Arianna, quando le vide, piacquero.
- Ti piacciono sul serio?
- Si! Te le comprerei tutte.
- Ehi! Forse dovrò stare lontano per un po'...
- Lo sapevo che ne avevi combinata una...
- Ho picchiato un mio compagno, uno che stava offendendo la mia famiglia... il figlio di uno.
- Non si va in prigione per questo, a quindici anni.
- Però mi stanno cacciando...Comunque lasciamo stare, troppo lunga.
- Hai l'età di Filippo, sei mai stato con una donna?
- Si.
Arianna tacque. Dopo una mezzora, se ne andò verso il catino il cui smalto sembrava la luna trattenuta al suolo, e vi sedette sopra come faceva di solito prima di uscire. Pur nel buio semitotale, riuscii a vedere il bianco rosato delle sue ginocchia, a indovinarne le margherite sotto le cosce.
Poi si sdraiò di nuovo e quando venne l'ora di andar fuori, disse una bugia, disse che aveva mal di testa e quella notte non sarebbe uscita. Tanto, quella era la notte delle due Volanti cui l'avrebbe dovuta dare gratis. Non avrebbe incassato un soldo.
Vedendo che mi stavo addormentando sull'argilla dura del pavimento, rise.
- Se una che potrebbe essere tua mamma e fa la puttana non ti schifa, puoi addormentarti qui da me. E mi offrì metà del suo giaciglio.
Sfogliava tra le dita due preservativi di cui uno stava già aprendolo coi denti.
- Ci sei già stato con una donna, si? Calati i pantaloni che li stropicci. Non faccio eccezioni, anche se ti conosco da quanto sei nato. Là ce ne sono quanti ne vuoi. Senti l'alito, non ho nemmeno un dente guasto.
Così la baciai, pemendo le mie sulle sue labbra. E lei le aprì e succhiò dentro di se la lingua. Mai sapendo chi di noi due sia diventato, in quell'istante, più viola in viso.
Ora mi costa fatica non baciarla in bocca, sognandola, ma un luogo vero dove starsene appena in pace, in Riformatorio non c'è, non esiste.
Ogni tre settimane, in visita, mi racconta di come stia andando il nostro commercio ed ora, di giorno, gli occhi le ridono.
Ora, si occupa solo di quello. Per seguire convenientemente la produzione, si è trasferita definitivamente a Piacenza, da dove segue tutti i negozi del Nord, dell'Emilia e della Toscana.
- Tra 14 mesi, per buona condotta dice l'assistente, potresti uscire... è il suo ritornello.
Vedremo.  :- Qualunque cosa farò, Arianna, rimani una cosa preziosa: di aiuti, di consigli, di compagnia, di ancora più inestimabili informazioni. Non lasciarlo da solo, il direttore alle vendite. Ci soffrirebbe come un cane, quell'uomo.
 
- Io non te ne'ho parlato!
- Sogno. Conosco tutti i peli che avete in culo. Una maglietta non dura in eterno. Comunque il trentacinque per cento degli affari conclusi è tuo. Ne farai quel che ti pare.
- Pensavo di rimanerti socia.
- Lo sarai sempre. Fidati. Ma non voglio continuare a fabbricare magliette di cazzate. Mi piacerebbe andarmene a Mumbai. Ci sarà l'aria irrespirabile. E...una volta, nel casino di là, una rivista...la sfogliai e vidi la foto di una prostituta sulla porta di casa...una bambina con gli occhi di una donna...risi, cominciai a ridere...goffa...le palpebre pesanti di porporina d'oro...ce l'ho qui in testa.
 
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Finalmente sono uscito da quella prigione. Come avevo promesso, sono andato nel negozio di Marianne e Corinne deciso a vendicarmi.
Ho compiutto appena diciott'anni.
- Vi ho chiesto, tramite avvocato, il risarcimento danni! Vi prendo negozio e casa. Gli ammenicoli non li voglio.
- E perché? Scappa a Corinne.
- Lei, indico Marianne, lei è una merda. Una cosa odiosa. Un vecchio scarpone incartapecorito.
- Ti odio, ti ho sempre odiato. - Fa Marianne. - Nato per farmi del male.
- Peggio per te. Non dovevi farmi nascere. Così avresti dovuto fare. Ed ammazzarti.
 
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- In effetti, Marianne, ho passato anni d'inferno a pensare a te. E non parlo di questi tre ultimi anni di riformatorio. Risale a ben prima la mia infermità; a quando ho ascoltato le tue grida mute dietro il numero 9, il numero sghembo, la porta che non potevo varcare obbligato com'ero da una parentela che mi gravava sulle spalle come ad un Atlante. Marianne, le tue grida mute! Cosa, cosa c'era dietro quel mutismo? Perché non una parola che ti materializzasse, un gemito, una bestemmia a Dio come succedeva alla Mafalda, una risata, una novena denigratoria?
No, tu sopportavi, tu, come il ripetersi infinito di una scena, hai continuato nello stupro. Tu volevi renderti cosciente dei perché; perché non avessi gridato, perché fossi rimasta piegata con la fronte sul muro della cella, paralizzata, passiva. Con quei corpi contundenti nella carne, che ti laceravano. Tu sapevi bene le contraddizioni, come ci si può assuefare al terrore una volta che lo sgomento non riesce ad ucciderti sul colpo. Come si può accampare la sorpresa.
Ma io, io che non li avevo provocati; io non solo vergine, ma spaventosamente ignaro?
Ora il testimone del ripetersi della propria nascita consapevole di essere chiamato a testimone, ti si è rivoltato contro.
Ha escluso, a pari tuo, il lento degradarsi delle cellule. Rimane l'accadere del perpetuarsi.
La stupidaggine dei legali...un dramma risolto con i legali...ah, ma questa storia deve finire Marianne.
 
“ Mamà, che c'è, què està pasando? “ La ricordi, Marianne, la mia domanda mentre il tuo sguardo volava al di sopra delle nuvole, sopra i petali delle gerbere rosa salmone; mentre ti attardavi troppo, troppo sul racconto del Conte? Eri stata sorpresa da un incipiente stimolo mentre il giovanissimo macellaio francese era intento a sodomizzarti? Il dolore della violenza che subivi stava trasformandosi in qualcosa d'altro?
Rivolto a Corinne :- Dio mio Corinne! Dio mio, tu non hai avuto questa disgrazia, in te non è avvenuta, non si è maturata questa contraddizione, questa metamorfosi!
- Di che cazzo parli, Manuel?
- Parlo del tuo duplice, contestuale omicidio, Corinne.
- È vero. Mio padre faceva schifo, era come lo vedessi la prima volta, gli usciva un rivolo di bava dall'angolo che dava sulla porta crema sporco, il naso da avvinnazzato, le venuzze di quel naso, e non riusciva a sverginarmi...gli rimaneva floscio, all'imboccatura tra le mie cosce. Non ce la faceva.
L'ho spinto via, senza gran fatica. Strano, era di una pesantezza quand'era sobrio, ma si è spostato di lato...Invece mio fratello, alle sue spalle...si stava masturbando, era già bello rigido. Mi sono alzata di scatto e la vestaglietta mi è scesa sulle ginocchia. Hanno riso, pensato che volessi bere dell'acqua. E in effetti l'ho bevuta, ho immerso la mia tazza nel secchio sul lavandino e ho bevuto. Le mie labbra erano secche. Poi sono tornata di là.
- Il coltello?
- L'ho raccolto dal tavolo... Nascosto. Non mi chiedere come.
- Nella camera?
- Mio fratello mi ha risospinto verso il letto. Lui era già pronto. Sorrideva. Ma nel frattempo anche mio padre...È stato mio padre a sverginarmi. Non fa poi così male. Molto più, la contrazione delle cosce bloccate. Mi erano presi i crampi. Ha avuto la buona creanza, penso per creanza, di non lasciarmi incinta, di eiacularmi sulla pancia. Almeno, ci ha tentato. Per mia madre, sai. L'avevamo appena accompagnata al cimitero. L'ho colpito al rene mentre scivolava via per lasciar posto a Reneé. Che non c'è mai arrivato! Però bello Reneé, rideva. La sua bocca odorava delle due viole che teneva in bocca; ne succhiava i due steli, quel pomeriggio. Bello succhiare le viole, lasciano un buon sapore. Lo amavo Reneé.
- Ne parli in modo distaccato.
- Molto peggio gli anni di riformatorio...sei e qualcosa...sette.
Marianne:- Corinne, amore, ti va un te?
Io: - Siete due froce conclamate. Se qualcuno potesse sentirvi, vedervi. Fate senso.
Corinne :- Non lo eravamo prima, prima che chiudesse il casino. Anzi, io ero innamorata del Conte, vero Marianne?
Marianne:- Si, mi raccontavi che in camera ti chiamava “la mia fidanzata segreta”.
Corinne:- e a te? Come ti chiamava?
Marianne:- “La mia amante segreta”. L'unico uomo, tra tutte quelle maschere, con il quale sono riuscita a godere. Mi sequestrava. In camera per ore. Non voleva sapere di nient'altro che delle mie natiche e della mia lingua penzoloni sul mento. Che insalivate: un pigiama! E pensare che lo trovavo orripilante, un mezzo nano. Che “joder” la sua lingua!”
Corinne:- Mi prendeva i capezzoli tra le dita, solo tra le dita...e strofinava quelle corde di violino, anche ora li ho che sembrano quelli di un'adolescente e mi sussurrava all'orecchio “non aver paura, non ti farò mai del male”. Mi scopava con le stesse dita dei capezzoli. Mi percorreva senza soluzione di continuità: pollice e indice. Hai presente Marianne cosa provoca il pollice se infilato in noi per il verso giusto? Orgasmi multipli assicurati! Ero costretta dalla mia stessa volontà, a finire per prenderglielo in bocca, per darmi pace. Leggero come un lenzuolo pelle d'uovo. Si. Leggero più del mio Reneé.
- Tutto sesso. Sono intervenuto.
- Continui a non capire un cazzo! Mi fa Marianne. :- Stiamo parlando del tuo padre putativo, del Conte: il Giuseppe della situazione.
- Ha cercato di fottere anche me: quindici e più magliette con la tinta sbagliata, non fissata. Una a quel figlio di puttana, il figlio del carabiniere, quello che credeva di rovinarmi la vita. Adesso sono più forte... E al Conte ho chiesto i danni, al Conte, che voleva essere pagato fino all'ultimo centesimo...venuto in riformatorio cinque volte a chiedermi soldi...Ora gli ho chiesto io i danni, con uno studio legale di Milano.
- Ha scritto Arianna, si sposa, ha mandato le partecipazioni. Corinne ha messo sul tavolo le partecipazioni. :- Ci invita al matrimonio.
- Parto per Mumbai, per l'India. Forse la trovo.
- Chi? Ha chiesto Corinne.
- Questa, di questa foto qua. Ho tirato fuori dalla tasca posteriore del jeans il ritaglio della mia rivista e gliel'ho stirato davanti: “Prostitute bambine a Mumbai”.
Corinne ha guardato la data in alto, ha letto il titolo e ha esclamato:- Ormai sarà un vagone ferroviario. Le ci vorranno due porte per starci su quel gradino, ormai.
Marianne è ammutolita.
- Cosa ci vorresti fare con questa foto?
Stavo uscendo, quando ha ripreso la parola. :- All'improvviso ha fatto gli occhi da pazzo, quel ragazzo del market a Figueras...non ne conoscevo nemmeno il nome...ma sua madre, aveva detto...di Mont Segur anche lei...Completamente trasformato. Mi ha abbrancato per la vita e si è messo con le spalle al muro. Gli spingevo il petto con tutte le mie forze. Non c'era modo di allontanarlo...non c'era modo. Mi ha sollevato la sottana. Ho tirato il sedere indietro, il francese ne ha approfittato. E lui, Occitano come me, mio coetaneo, probabilmente mio correligionario, mi è passato sotto l'orlo delle mutande; ha schizzato lì tutta la sua pazzia.
- Vergine? Ha di nuovo esclamato Corinne.
 
Mi ero dimenticato il ritaglio della vecchia rivista sul tavolo. Sono tornato nel tinello per riprenderla.
L'amica, gli occhi riempiti di stupore, stava chiedendo a Marianne “Perché non lo hai abortito?
Marianne guardava di fronte a se, gli occhi assenti come la cena di quattro anni e passa prima.
Ho risposto io per lei: “No, lei no...si odierebbe per queste cose!”
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“Le caste”.
 
Ci sono riuscito. Sono riuscito a trovare la prostituta bambina della fotografia. Potenza delle banche dati sul web: tutto giace su una nuvola, vi si trova ogni cosa.
È diventata una donna dal corpo sfatto ed ha perso tutta la poesia, come aveva predetto Corinne.
Diritta sullo stesso gradino, la destra a cercare di coprire lo stesso obbrobrio di disegno volgare sul muro esterno della casupola, la sfinge mi ha invitato, con un cenno della mano ed un sorriso largo quanto la faccia, ad entrare nel tugurio dove stanno giocando due bambine.
Attaccato alla parete più lunga, un letto disfatto con il solo pagliericcio piegato in due per dare l'impressione di ordinato. Al centro, una stuoia e di fianco un fornelletto a bombola di gas da campeggio, il tubicino azzurro che li collega.
Mi ha chiesto, mi chiede, 80 rupie, tante quante il taxista che mi ha portato fin lì dall'albergo: 5 chilometri di un traffico infernale.
Gliene offro 25. Inizia un'elaborata contrattazione fatta di sguardi e contumelie per gli stranieri. 60, non una rupia di meno. Arrivo a trenta, non una rupia di più. Scende a cinquanta. Mi offre una frittella delle due cotte nel padellino per le bambine. La ringrazio e le indico le medesime bambine.
Scuote la testa come a far capire che hanno già pranzato.
Una di esse potrebbe avere sei, sette, otto anni, l'altra tre, o quattro. Elaboro una velocissima riflessione-conteggio mentale: difficilissimo dar loro un'età precisa secondo i canoni europei. La donna, soddisfatta, mi invita, con una mano paffuta, a sedermi sulla sponda del letto. Si porta ambedue le mani sui seni e li tocca frizionandoseli sopra il sari colorato.
Poi, all'improvviso, con la destra, fa di nuovo 60: Per la figlia più grande e se stessa. Offerta unica. Taglia l'aria all'altezza del proprio ventre: Non una rupia di meno.
Dico di no con il capo e mi alzo con un'espressione seccata. Vado deciso verso la porta. Mi affaccio sul vicolo. Su ambedue le corsie della strada principale, a circa cinquanta, sessanta metri, scorgo lo scorrere lento delle file di taxi bianco immacolato con la scritta inconfondibile sulle portiere.
L'ex prostitura bambina mi ferma anteponendo il braccio tra me e lo stipite della memoria.
- Fifty. Dicendo in un inglese stentato, ma ora comprensibile.
Il prezzo mi è parso giusto. Non ho più discusso.
Su di lei non mi sono perso; le foglie di betel lasciano in bocca un odore alquanto persistente: tra l'amaro e il dolciastro, non adatto ai nostri palati occidentali; che si diffonde, a lungo andare, sulla pelle del corpo intero.
Chissà la serie innumerevole di uomini che si è trovata a dover soddisfare dal tempo della foto!
La sua piccola, dal centro della cameretta, osserva, chinando il capo di lato, ora qua ora di là, il sapiente su e giù della linguetta della sorella maggiore su tutto il lingam in concomitanza con il movimento dell'indice materno che non la lascia mai da sola. Un'attenzione più grande di quella sulle varie posizioni assunte dai fianchi della madre sul lettino durante le nostre sedute: estrema. Lasciatemi dire: una concentrazione assolutamente filiale.
Ed è proprio in lei, mentre me ne stavo andando, che trovo una sponda.
Esprimendosi parte in inglese molto migliore del mio, (studiato per motivi d'affari sulle guide della Lonely Planet) parte in una lingua che a me pareva il Cremasco, ma ne capisco l'impossibilità, che Elishabetta principia una storia che ha dell'inverosimile.
- Intanto, sulla parola, mi dai dieci rupie!
- Come dati. Rispondo. - Però, alla fine del racconto. O vuoi la moneta spezzata?
- No, non spezzata. Mi fido. A metà del racconto me la dai intera.
- Vai, comincia!
- Devi sapere che noi non siamo di Mumbai. Siamo immigrati. Mamy, prepara un caffè per questo signore. All'araba con della pura arabica e, tira fuori quattro chicchi di cardamomo da sotto il letto Mom! - Devi sapere, come ti chiami tu? che, in quanto a spezie, non ci batte nessuno. Ti dicevo che siamo immigrati, ma immigrati da generazioni. I miei bis-bisnonni provengono dalla città che oggi si chiama Islamabad, capitale del Pakistan, come Mumbai ieri si chiamava Bombay.
- Ciula, che storia!
- Non interrompere. Ok? La mia bis-bisnonna indovina di che casta era? Naturalmente, degli intoccabili, facendo la prostituta, sempre da generazioni. E così il mio bis-bisnonno che di mestierefaceva il sarto ed era bisessuale, prevalentemente con una spuntatura od, apertura, gay.
Quando in Pakistan che prima era tutta India, le cose si sono un po' ristrette, non han trovato di meglio che seguire tanti loro connazionali che si spostavano per motivi religiosi e di sovravvivenza, e poiché erano di religione hinduista, mai stati musulmani, hanno seguito l'indicazione della valle del Gange.
Correva l'agosto dell'anno 1947 e il mio bis-bisnonno tanto era terrorizzato da non dormire più la notte. Primo, per paura di essere condannato a morte per sodomia, secondo, se l'avesse scampata lui, che la mia bis-bisnonna venisse condannata per prostituzione. Due peccati che, di là, per come si erano messe le cose, eri kaputt.
- Quindi, sono immigrati qua, a Mumbai. Che allora si chiamava? Dove almeno erano tutti hinduisti.
- Non tutte le persone, ma dai reati di prostituzione e di sodomia ci si salvava.
- E tua madre e tua sorella come si chiamano?
- Mia madre Bhavana, mia sorella Yayashri, perché?
- Niente, così. Tu perché Elishabeth?
- Scritto così. Piaceva a mia madre. Era un nome esotico.
- Io voglio capire la relatività: quella di Einstein; voglio che mi entri nella testa! Non vuoi fare la prostituta?
- No, voglio fare...
- Cosa vuoi fare?
- Vorrei studiare. Non so, in Gran Bretagna, in America. Non qui. Girare il mondo, sapere un giorno dove fermarmi, se si può. E sennò niente.
- Ora devo andare...
- Appena esci giri a destra e vai sempre dritto.
- Grazie, ok.
La bimba, ridendo, battè improvvisamente le mani lasciando andare completamente la tensione.
- Ah, attento, non ti far fottere. Un taxi per la zona degli alberghi, ad andargli grassa, lo paghi dieci, quindici rupie. Ah, senti, Yayashri dice che puzzi di bianco, che dovresti bagnarti almeno una volta nel Krishna.
- E quando te lo ha detto?
- Ho visto le sue smorfie.
- E tua mamma?
- Questa è mia zia. Mia madre è morta un anno fa di A.i.d.s. Si era innamorata di un coetaneo. Molto bello.
- Cazzo!
- Si. Ma a te, siccome sei straniero, han dato i copertoni! Sono sicuri, li fanno quelle bambine dentro quel portone là, a sinistra.
- Cazzo, ricazzo!
- Va tranquillo, per questa volta nessuno t'ha infettato.
- Ci si può parlare con quelle bambine? Parlano inglese?
- Un po' si un po' no.
- In quale senso?
- A volte lo parlano, quando vogliono. Per interesse, oppure per simpatia. Ma sarebbe molto meglio se ci parlassi io. Ci vuoi fare affari?
- Potrebbe.
- Hai sprecato la tua prima occasione, vabbè!
- Avrei fatto meglio a chiedere si potrebbe?
- Ancor meglio. Avresti potuto chiedere “ Potresti?”
- Elish, sai quante ne trovo appena svoltato l'angolo, che non sanno fare i preservativi?
- Certo. Ma non ti senti già un po' in famiglia?
- Tua zia è una cicciona.
- Non è mia zia. Io la chiamo zia, ma non è mia zia. È una cugina di mia madre. Credo sia figlia di un cugino di quarto grado di un mio cugino. Non avendo più una casa...
è venuta ad esercitare qui da noi.
- La ospitate?
- Certo.
- E...? Fa da mangiare, compra la spesa, pulisce, ti accudisce ecc. ecc.?
- Vorrei vedere? Dopo che la ospito.
- Ti fai anche pagare?
- Mannò. Fai domande sciocche.
- Cosa fa in più?
- Mi coccola la sera quando m'addormento, mi tiene la manina. È buona! A volte le tengo la mano nella mano, e s'addormenta lei. Russa come un pesce.
- I pesci non russano.
- Lo dici tu! Come lo chiami che apre e chiude continuamente la bocca mentre respira nel sonno, che a volte si strozza?
- Sei una bimba impossibile.
- Ti ho canzonato. È mia madre. Ma a volte, di notte, se non le infilassi due dita in gola, mi si strozzerebbe. Non so cos'abbia, ma s'ingrassa troppo. Guardale il collo.
- Eccola là che ci guarda! Sul serio non capisce una parola della lingua che parlo?
- Falle segno che ne vuoi ancora. Quello lo capisce.
- Ma tua sorella?
- Non mi dire che sei un pervertito; a parte che è sordomuta dalla nascita.
- Ma no, non lo dico. A parte tutto, è magrissima.
- Si, poi l'abbiamo già promessa in sposa al figlio di un ricco ambulante di tessuti, sordomuto anche lui. Si sposa il prossimo anno. Per noi sarebbe un modo di superare le caste tra intoccabili ed il ceto dei commercianti. Una soddisfazione enorme. Vuoi che ti facciano un altro servizietto prima di andar via? Yaya è molto brava, ha una particolare sensibilità nella lingua: come un cieco nel buio.
- Vorrei parlarci prima di partire!
- Con le mie amiche? Tu vai che ci parlo io, e quando torni, domani, ti riferisco tutto per filo e per segno. Come li vuoi? Di caucciù sottile come un velo oppure con le pieghette? Ondulati o rugosi? Ritardanti o naturali? Quanti a settimana?
- Vorrei tutte queste cose, li vorrei asettici e, un'altra cosa.
- Come la marca americana?
- Migliori! Li devo surclassare.
- Allora ci si deve organizzare. Ci vorranno disinfettanti..., caucciù della migliore qualità, packaging e? Io mi occuperò del personale.
- Io dei capitali. Fai bene i conti. Me li presenti prima di fare qualunque cosa si dovrà fare e se ne discute.
- Soci?
- Decido di volta in volta.
- Le dita nella strozza! E?
Lasciai Elish senza risposte. Troppo bambina per venirne in possesso una volta fatta lo domanda. Uscii, voltai a destra e cinquanta, sessanta metri, sull'arteria maggiore, feci segno di stopparsi ad un taxi.
Chiesi quanto per l'albergo e quello con le dita fece cenno a quaranta rupie. Giene offrii cinque e ci accordammo per dieci, che gli allungai una volta sotto la tettoia dell'hotel, con l'avvertenza che di quell'auto ne avrei avuto necessità presumibilmente per dieci o venti giorni. A venti giornaliere, a qualunque ora del giorno o della notte, mi avrebbe scarrozzato in ogni luogo di Mumbai volessi. Più le spese di carburante, e i traghetti per gli eventuali giri all'Isola.
Così iniziò la mia peregrinazione per i tentacoli del rebus.
L'avevo vista bene, studiato ogni dettaglio del suo viso per otto anni. Non potevo sbagliarmi.
La sera, prendevo fuori quel ritaglio di pagina tenuto come una reliqua e lo ponevo sotto la lampada ad eliminare ogni ostacolo, qualsivoglia riflesso ancora residuo nella patinatura.
Due gocce d'acqua. Non poteva non esser lei. Se era viva, l'avrei trovata.
La trovai il quattordicesimo giorno, sull'Isola. Riconoscendola in maniera subitanea, istintiva: quello il gradino, quello lo stipite, lui l'anello. Quello l'ovale del viso ed il canino inferiore destro spezzato.
Di fronte, un leggero trasalimento da parte di ambedue. Quindi estrasse, dalla manica destra del sari, un fazzolettino di mussola e cercò di ripulirsi l'imbrattamento troppo vistoso, da prostituta da generazioni, dagli zigomi e dalle labbra.
In quel Paese così variegato, impossibile da decifrare e comprendere, dietro la sua mano sinistra, mi parve di comprendere, eppur distinte, uscirle attraversando l'ugola, due parole, le due che mi ero trafugato con il residuo latte di Marianne, finché ne aveva avuto.
“ Niree altxorraa, Altxorraa nireee.” Sussurrava quell'accenno di cantilena musicata.
Che non fosse per me, quel basco dimenticato troppo presto, era certo, perché Marianne pareva irritarsi ogni volta che cercavo i suoi capezzoli.
Ammalatasi di mastite, aveva riposto i seni negli impacchi, abbandonandomi alle braccia della Protettrice.
Non dovevo chiedermi perché. Non me lo dovevo chiedere perché. Non dovevo farmi domande, né darmi risposte. Ma le due parole:” mioo tesoroo, tesoroo mioo” che l'avevano tenuta tante notti in bilico sul morire e farmi (farci?) morire, avevano sibilato due volte tra le labbra di quella prostitura arrivata sull'Isola da dove non si sa come.
Tutto è possibile. Però. Tanto è comune. Anche un Basco figlio di puttana, un fuoriuscito, che trovandosi quel fiorellino al livello del cavallo dei calzoni, per farle aprire meglio la bocca, abbia accennato a quella mezza ninna-nanna. Che si sia riascoltato nel refrain di una intera vita.
Ha scosso le spalle, la giovane puttana che rassomiglia tanto a Marianne mentre mi spogliavo, ha spalancato la bocca in un indifferente sorriso e mi ha chiesto a gesti se volessi proteggermi oppure no.
Sul tavolinetto accanto al letto, alcune confezioni della pillola del giorno dopo.
- Vi siete evolute!
Le ho chiesto di mostrarmi il certificato sanitario. Lo tengono sempre a portata di mano. Scritto in bilingue: hindù ed inglese. Poi, perplessa, mi ha mostrato gli esiti degli esami fatti il giorno prima. Gli ho fatto cenno che l'infetto potrei essere io, allora si è decisa.
Dal cassettino ha rovesciato sullo stesso pianetto del tavolo delle pillole una serie di profilattici multicolori e multifunzione in puro lattice di gomma di una marca indiana reclamizzata in ogni angolo di strada.
Alla fine si è spogliata, detergendomi e detergendosi con un potente germicida. Con una espressione come a dire “Cosa cerchi ancora stronzetto. Vuoi deciderti a pagare o no”?
Il prezzo, vista l'affluenza di turisti sull'Isola, è doppio che in città.
Ho ammirato i suoi fianchi nervosi. Dovrà schiumare come una giumenta. Anche il ventre piatto, e la schiena sono da giovane femmina. Poco grasso ben distribuito.
Cosa ci rimango a fare in India? Il mercato dei profilattici, dei body toys e delle pillole, dei massaggi, della prostituzione dei trasgender, è saturo, totalmente liberalizzato, sottocosto, sottobanco, concorrenziale, globale! Maturo, come si dice. Superato.
Così quello delle pietre, della bigiotteria, della pelle, delle spezie, delle auto, delle futilità, dell'inquinamento.
Cosa c'è che già non abbia questa grande civiltà? La distribuzione di derrate nei villaggi più sperduti? Non ne dovrebbero aver necessità, essendo, questi sperduti villaggi, i produttori più vocati di agricoltura indotta e di frutta delle foreste; quelli dove la terra è la più naturale, senza bisogno di avvelenarla di chimica e deforestazioni, quelli con il cielo più pulito sopra di essi; quelli dove ogni più piccola comunità è organizzata per essere sufficente a se stessa.
Trovatemi un bisogno già non soddisfatto, al di fuori del villaggio, vi prego. L'energia elettrica per l'illuminazione, l'energia per il riscaldamento, l'energia per trasporto? Di che tipo: intellettiva, per fronteggiare una tigre? Quanti uomini mangerà, all'anno, ai bordi di una villaggio, una tigre, quanti ne morderà, un serpente nei campi, sui sentieri incustoditi, nascosto nell'erba alta? Quanti uomini uccideranno i ragni, gli scorpioni?
Non assembratevi, gente. Non avrete bisogno di null'altro!
Tre mesi ero stato sull'Isola!
Ero tornato dalla piccola Elish. - How do you do Elish? Sono tornato!
- Do you wish a blowjob or mom?
- Screved-up! My sister.
- Truth?
- Yes. Really.
- Qualcosa insieme?
- Non saprei farci altro che trombarla. Calda!
- Ti piaccio? Vuoi qualche preservativo nuovo? Nel frattempo li ho fatti fare.
- No, la Mom!
- Eccola! Vacci piano, è di tre mesi.
- Non io.
- Uno che le piaceva, un uomo di Madras.
- Allora non la voglio.
- Puoi prendere me. Sono pulita.
- Te?
- Si, perché? Hai paura?
- Mah! Non sentiresti niente.
- Lo dici tu.
- Hai sei anni, cazzo!
- Non ti piace baciarmi? Lo so fare.
- Cos'hai in testa?
- Fino a dieci anni non rimango incinta, se pensi a questo. Lasci l'albergo e vieni a stare qui. Sto solo con te.
- In questo cimiciaio, con tutta questa gente che entra ed esce? No
- Mi vuoi solo per te?
- È il minimo...Sono un pazzo. Una bambina!
- Se due si vogliono bene!
- No e no!
- No per il cimiciaio?
- Anche.
- Ti mando in galera solo se non mi sposi. Dico che non ero consenziente. Guarda che qua da noi son cazzi!
- Consenziente a che?
- Guarda che la Mom e mia sorella son sorde, ma non cieche! E le mie amiche pure t'hanno visto entrare, uscire,entrare, uscire, entrare. Cosa ci sei venuto a fare qui? Per una puttana incinta? Per quella sordomuta lì? Per affari non ci crederebbe nessuno! Ho sei anni.
- Che maledetta!
- Mi ami? Io si.
- Ma guardati! Uno scricciolo.
- Difatti.
- Allora sei d'accordo!
- Si. Le prime volte dovrò pensarci io.
- Tutto quest'andirivieni!
- Adesso dico alla Mamy di sloggiare con Yaya, di andarsene nell'appartamento del portone accanto. E prima di pulire tutto e, fuori, sul muro, appendo il cartellino.
- Che cartellino? Non ci capisco niente.
- हाल में शादी हुई। परेशान न करें
Just married! Do not disturb!
- Ora ti dispiace uscire con me ché, da Chitragupta, come regalo di nozze vorrei mi comprassi un materasso di lattice di qualità superiore?
- Elish...
- Sei un amore! Hai subito capito che questo quartiere è casa mia. Adesso dammi la mano, andiamo da Chitragupta. Ha otto anni; all'inizio voleva che mi stendessi io perché aveva già deciso: solo materassi extra lusso. Niente cianfrusaglia! Lo fa portare e noi, intanto, ci facciamo un giro per il mercato. Tu, nel frattempo, pensa a cosa vorresti. Posso dirgli che sono fidanzata anche al gioielliere? Prima ci fermiamo da Amrit, il camiciaio qui all'angolo: dieci minuti.
- Non la voglio una camicia.
- La usi solo per entrare dal gioelliere, poi la togli; dura un giorno.
- Ah bè, allora si. Fa le magliette?
- Le fa suo cugino.
- Ci andiamo al ritorno.
- Il laboratorio è dietro alla goielleria. Lavorano per molte società straniere. Sono diventati pregiati.
- Vuoi dire cari ammazzati. Vorrei entrarci. Li conosci?
- Basta dirgli che puoi spendere. Entra con la camicia. Da Amrit fattene fare una da cinque giorni.
- Cinque da un giorno è meglio.
- Il mio fidanzato ha tutti questi soldi?
- Per non puzzare, è un caldo boia. Sudo. Le chiazze sotto le ascelle.
- E dopo dirai che puzzo io?
- Basta Elish! Mi fidanzo, ma non rompere i maroni.
- Il giorno del fidanzamento! Andiamo. Facciamo in fretta, ché al ritorno voglio metterti alla prova!
- Ma figlia di...
- Figlio di...Ti piaccio eh? Sbavi! Lo sapevo che sei fatto per me. Attento, non tradirmi o ti... a fettine ti faccio.
- Ma tu pensa se io...
- Mamy, sei ancora qui? Quando lo togli 'sto culo? Lo sai che questo appartamento è mio vero? Dai, sloggia! Tu aspetta, dietro il telo ci sta una doccia. Un po' di fortuna, ma l'acqua c'è. Tiri e abbassi la leva...alzi e abbassi, ti voglio profumato come una signorina. Cinque minuti, che Yaya si prepari. Anche lei è ancora vergine e io non voglio...capisci? Che sia la seconda...Yaya, tu rimani...te ne vai più tardi!
- Sei sempre così?
- Io ti amo.
- Un'altra parola, una sola parola...
- Usciamo con il fresco...ops!
Yaya dovrà aspettare dieci mesi prima di sposarsi. Così ha fissato la famiglia del suo fidanzato.
Elish, prima di sposarsi a sua volta, per non dare scandalo deve lasciar trascorrere almeno un anno dal matrimonio della prima sorella.
I costumi son costumi. Ha le ali di uno scricciolo.
All'imbrunire, annunciavamo la nostra promessa di matrimonio ai suoi amici; si è acquistato un letto completo, una toilet, (lavabo fornitodi treppiede) recapitatici quasi all'istante; siam passati davanti alla gioielleria. Dalla vetrina ha scelto il suo anello e tre bracciali poi, tornando verso casa mi ha fissato l'appuntamento con Amrit.
Alla luce della fiaccola, le ho preso il viso tra due dita della mano e l'ho baciata sul viso.
- Elish, non dormire in piedi.
Era stanchissima.
- Amore, fammi dormire. Domattina ti do quanti baci vuoi.
Alle quattro del mattino ho fermato un taxy per l'aeroporto, biglietto per Roma. Lì, mi sono fermato in una gioielleria più rispettabile, minimo 30% in meno. Tanto, è oro indiano. Ricordavo perfettamente i disegni, ho pagato ed ho la ricevuta.
Per lei il foglietto sul tavolino della toilet:
- Questo è il mio cellulare, questi i dollari per comprartene uno + le schede per le ricariche. Alla più sfiga, torno per il matrimonio di Yaya. Adesso, sei la mia ragazza.
Appena sceso dal jumbo. Sulla scaletta già l'sms: “Fidanzata, si dice fidanzata!”
 
Ero a Roma, capitale d'Italia.
Un all'incirca quarantenne originario di Dakar, impeccabile e senza fretta nel suo berretto di taxista, all'aeroporto Leonardo da Vinci si offrì di portarmi al centro decantandomene le qualità attrattive un po' nel suo dialetto, un po' intercalando con puri accenti romani per quasi tutto il viaggio, rendendosi utile poiché aveva compreso, fin dal mio arrivo, che conosceva quella città molto più di me.
Infatti, era la prima volta che vi sbarcavo.
Mi scaricò, seppi poi, alle Terme di Caracalla, mura antiche quanto la città, lungo le quali corrono siepi ed altrettanti alberi multifioriti già a fine aprile (non avrebbe saputo dirmi se anche tre mesi addietro, in quanto era lì appena da quaranta giorni, ma alcuni suoi connazionali gli avevano concesso, oltre l'auto per la corsa in prestito, l'assicurazione che il clima, in quei luogo del Centroitalia, era di una mitezza incomparabile: (Sempre, sempre temperato. Disse esattamente così, più volte.) Scaricando anche il mio sacco color militare sul marciapiede, dopo esser stato pagato dei suoi regolari quaranta euro, (senza alcuna mancia o sovrapprezzo) aggiunse che sarebbe stata una bazzecola per un ragazzo, leggero com'ero, saltare il muro per ritrovarsi il Centro proprio di fronte.
Era capitato, nei miei trascorsi semigiudiziari, che una delle prime richieste di rimborso per lo stinteggiamento da pioggia fosse pervenuta proprio dal membro di una comitiva di una gita scolastica a Roma nei primi giorni di marzo, (il soggetto era stato chiamato a testimone dal carabiniere padre nel Consiglio che aveva deliberato) per cui, mentre mi incamminavo seguendo la direzione che quello continuava ad indicarmi eseguendo una perfetta inversione a U con una sola mano, mi soffermai a rifletterci mentre stavo scalando uno di quei ruderi nello spazio tra due cespugli di gelsomino giallo. Colto da un più che legittimo, ulteriore dubbio sulla mia estromissione.
Non v'erano dubbi che quella giornata fosse una giornata serena; non ve n'erano che il taxista africano avesse un qualche recondito interesse a raccontarmi cose cui è vero che non fosse stato testimone, ma che gli erano stare raccontate da suoi connazionali con un'anzianità di permanenza a Roma alquanto più duratura: alcuni si trovavano qui da cinque e più anni; (da più estati uno sporadico episodio temporalesco che aveva intasato a rivoli e rivoli le strade per cui non avevano effettuato corse, né esse né i regolari, ma poi null'altro: “sempre temperato, sempre temperato, non una goccia come Dakar. Qui niente grandi pioggie; qui chiamano grandi pioggie Ferragosto, mottacci sua! Guarda erba intorno aeroporto. Guarda!”) mi aveva ripetuto costantemente Al Assan. Per cui, che motivo avevo io, nella stessa maniera di Al Assan, di dubitarne? : A Roma, tranne che nel periodo delle grandi piogge, non pioveva.
E perché, se le piogge si concentravano in una sola, brevissima stagione, avrebbe dovuto fare un acquazzone come aveva raccontato il soggetto portato a testimoniare in Consiglio, esattamente nel mese della gita scolastica: cioé a metà abbondamente superata del marzo dell'anno alla fine del quale ero stato buttato fuori da tutte le scuole della Repubblica?
Un passante, vedendo la mia perplessità, s'era fermato e mi stava gesticolando.
- “A ragà, che fai?
- Dovrei andare in Centro.
- N'dove?
- In centro!
- Pija er 19. Ecchelo là!
L'autista del mezzo, ligio al suo dovere di autista informatore, confermò che quell'Atac andava in centro; per l'informazione volle due euro, ma il passante mi fece segno con il dito longitudinale al naso di starmente zitto e pagare, così mi ritrovai a passare lungo un fiume verde pieno di ponti, finché una voce proveniente da una parete disse Ponte Sant'angelo.
Il passante mi fece segno di si. E lì scesi, trovando però il ponte da attraversare sbarrato da colonnine di pietra e trasenne.
- Nun se po', nun ce poi annà, te tocca fa er giro, passacce dietro. Mi fece una vecchina passandomi di lato.
Mi venga un colpo se non è Maman, questa.
Come s'era ridotta! Il viso raggrinzito, le caviglie, le braccia, le mani rinsecchite; serbava, da quando la sua maison era stata obbligata a chiudere, soltanto labbra, seno troppo gonfi, occhi sporgenti: di una rana pronta a tuffarsi nelle rive.
- Signor...Madame, non mi riconosce?
- Chi sei, che voi regazzì?
- Manuel, non mi riconosce? Figlio di Marianne! Crema, la Rocca!
- Ma che voi? Nun ce li ho li sordi. Lassame sta. Fatte un giro. Fila via regazzì!
L'anziana si stringeva al ventre la borsetta, si guardava intorno, stava lì per piangere.
- Madame?
- Vattenn figlie 'ndrocchia! Vattenn, o chiamme...Nu fantasm..
Stava rovesciando gli occhi al cielo, in procinto di esser colta da un attacco epilettico.
Di colpo sedette su una di quelle colonnine tutte sbrecciate dal tempo ed intanto, agitando la borsetta ben serrata con ambedue le mani, tentava di colpirmi il braccio.
- Fancule, fancule! Vattenn figli'e zoccola!
Un gruppo di turisti asiatici s'era fermato a pochissimi metri da noi; le macchine fotografiche chi a tracolla, chi in mano, guardava con interesse la scena continuando a disapprovarmi con il capo e lei, la Maman, con sullo sfondo Castel Sant'Angelo, un poco rassicurata dalla loro presenza, aveva intanto smesso di lacrimare. Mi stava mettendo a fuoco con più attenzione.
Scosse il capo più volte, come a voler sgrombrare il cielo sopra di lei con un colpo di quello, ma non vi era nebbia sopra di noi, né ve n'era sui turisti, né su Roma intera.
Poi, tra i denti, ” Cosa sei venuto a fare qui...a spiarmi?
Ora ero io a piangere, a dirotto, come una fontana e i cinesi, o giapponesi, o koreani, (ora so che si trattava di koreani in quanto la marca delle loro macchine fotografiche era su di tutte la stessa). So questo perché io, a Mumbai, pressato da Elish, la mia fidanzata bambina, sulla bancarella di Moustaphà, il pakistano integrato accolto come uno di essi, ho dovuto, a ricordo di quel giorno, acquistarle un tablet della medesima Casa. Moustaphà li acquistava, meglio li faceva interamente assemblare, da un'altra squadra di bambini dell'anonimo quartiere suo e di Elish ed era l'unico, in tutta Mumbai, a farli girare. Altri ci avevano provato, a duplicarli, emularli, in parte sostituirli con circuiti e plastica raccolti da vari robivecchi, ma non erano in possesso delle famose chiavi che permettesse di farli funzionare come i Tab S S neri originali della multinazionale. Era il suo tocco speciale, la pressione con l'unghia lunga tre centimetri del suo mignolo in un determinato punto dell'angolo destro superiore del tablet, che permetteva di smerciarlo e fare accorrere da tutta la regione frotte di ragazzini interessati a possedere quello tra tutti. In sostanza, poteva rimanere acceso ad libitum e non si riscaldava. Si spegneva e ripartiva da solo: i led dietro lo schermo digradavano lentamente ed allora partivano tre segnali sonori intermittenti e, nell'angolo destro dello schermo dove era stata appoggiata l'unghia, lampeggiava una scritta permanente: “sono il tuo amico Moustaphà, hai bisogno? Non aver paura.”
Se sullo schermo, per caso e per la prima volta, era capitato all'acquirente di appoggiarvi una qualsiasi delle sue impronte digitali, non v'era necessità alcuna di rispondere alla chat automatica inviando messaggi d'aiuto. Dopo nove ore (il tempo necessario ad un dormiglione o ad uno assente da casa) il led nascosto, attivato da una batteria rigenerante a ricarica solare, attivata a propria volta dallo spostamento del tablet alla luce del giorno, riattivava tutti gli altri permettendo altre quarantott'ore di funzionamento pieno.
Veniva assicurato dallo stesso costruttore “Moustaphà Alone Co”, e per iscritto questa volta, che solo un crash quale poteva essere una eclissi solare più lunga del periodo predetto, o l'impatto del pianeta con lo stesso sole oppure la caduta di un grossissimo asteroide sulla terra, o una imprevista, forzata assenza del proprietario oltre il tempo consentito, fosse in grado di distruggere l'oggettino. Ma di sarebbe trattato di un guasto temporaneo. In tal caso, alla riparazione vi avrebbe provveduto lo stesso fabbricante al puro costo del pezzo sostituito, delle ore lavorate, oltre le spese di spedizione.
Garanzia che i Koreani non si erano sentiti di mettere o stampare sui loro foglietti istruttivi come avevano omesso di scrivere che l'oggetto doveva considerarsi strettamente personale, purché, fin dall'inzio, fossero rispettate le condizioni preliminari: fosse stata cioé inserita, attraverso l'impronta, o in altro modo univoco, una pass conosciuta solo dal bambino.
Pur essendo esteriormente in tutto simile al modello originale del tablet, per quelle particolatità di superamento della durata di funzionamento e di ricoscimento esclusivo, la Moustaphà Alone Co. aveva in corso una vertenza verso la Casa koreana, presso una corte di Mumbai, che rendeva, in termini pubblicitari, da due anni almeno, per entrate finanziarie, molto più dello sperato dallo stesso Moustaphà quando d'era ritrovato tra le mani l'anomala batteria ricaricabile.
L'aggeggio per il caricamento ed il relativo interruttore, miniaturizzato anch'esso, era stato posizionato nel medesimo angolo che il ragazzo premeva all'atto della vendita, incorporato sotto la cornice.
Con il tablet “One++”, Elish poteva intavolare una chat o inviarmi quanti messaggi o fotografie, o collegamenti desiderasse al costo di 29 cents di rupia mensili di abbonamento internet. Illimitato.
Come questo selfie appena scattato, completamente nuda, i capelli lunghi sulle spalle, un accenno appena di peluria. Al posto suo, un cuoricino rosa.
Madame, al suono che annunciava il selfie, era scattata in piedi.
- Il mio culo preferito! Come ho fatto a non riconoscerti?
All'abbraccio che seguì da parte sua, una moltitudine di flash in sequenza che ella provò a scartare opponendosi con il palmo della mano.
- Questi turisti, ci invadono e non è che paghino. Tutto è dovuto!
- Maman!
- E Marianne, dov'è Marianne? In albergo? Perché non siete insieme?
- Me ne sono andato cinque anni fa, Madame.
- L'hai ferita?
Poi, all'improvviso così come aveva iniziato, la vecchia, divenuta color cenere, cominciò a parlami come ad un estraneo, a biascicare parole ad un perfetto sconosciuto. Fino ad impaurirsi ed a staccarsi. Desiderando solo andarsene.
Il mio sguardo la seguì per la scaletta che scendeva all'argine, mentre si sosteneva con la sinistra alla balaustra in legno, fino a vederla completamente scomparire tra un barcone e l'altro del lungotevere.
- O ti si ama o ti si trova volgare, Roma, piccola città alla periferia del mondo, con i tuoi resti. Non dipende da te la dimenticanza, tu sei reale, viva come lo è la rocca, come è stata quella vita brulicante, nata lì. Ma io devo andarmene per non morirci. Non sei mia, né lo sarai mai. Cosa ci sono venuto a fare? Per il clima?
Così pensavo mentre dall'acqua verde-oleoso stava risalendo un gorgoglio di un'unica bolla ed un barcaiolo senza canottiera stava urlando che la donnetta s'era gettata proprio lì, davanti al Museo. Tutto da sola “Li mortacci sua!”
 
Attraverso la Locride approdai nell'Isola di Polifemo. Non c'erano più le sue greggi, né la sua maledizione. Una preda ambita, verde per lunghi tratti, dove continuano fichi, mandorli, spini, dove vi si rispecchia Atlante. Abbandonata. Solo la spiaggia era stata mantenuta, e solo per uno sbarco. Poi veniva lasciata, non appena possibile. Nessuno avrebbe voluto rimanerci, se non l'istante del primo vagito, rimasto lì, fisso come un chiodo.
Dalla Locride di un tempo, pura, dalla sponda opposta, nessun riflesso se non un'acca muta.
A Crema nemmeno a pensarci. Come a voler corrispondere con Elish: Farmi a mia volta un selfie.
Lo so che Elish, tra due anni, si sarà trasformata in evidenza, ciò che è: una nana. La fotografia che porto in tasca era quella: un'illusione ottica, uno scoop! E lei ne mostra già tutti i segni distintivi. Carina, intelligente certo, amorosa, piena di volontà, ma i sensi di colpa per questa sua anomalia senza colpa finiranno per pesare su tutti e due noi; mi trascinerà in un baratro, in un gorgo aperto. Non potrò resistere quando mi trascinerà a fondo con se. La frase detta a sua madre per scacciarla" Mamy, sei ancora qui? Quando lo togli 'sto culo? Lo sai che questo appartamento è mio vero? Dai, sloggia!" è odiosa, come lo sarà lei quando si distrarrà.  Non sono un santo, né un eroe. Non voglio pesi, sulle spalle, né alle caviglie. Non disprezzo, prevedo gli abbandoni, l'affogamento e non voglio morirne anzitempo. Sono vigliacco. Un vigliacco, nato e ammaestrato in/da un postribolo. Da Marianne, mia madre. Solo Corinne avrebbe potuto salvarmi, ma si è convertita anch'essa. Anche lei, al di là della facciata, ha ceduto al sentimento.
Gli Stati Uniti, l'Europa, l'Oceania, l'America del Sud, il Canada, l'Africa, l'Asia, le terre di mezzo?
Dio non gioca a dadi: distrutte le retrovie, qui, rimane solo da spazzare: una ventata. E dietro: Polvere di stelle.
Ma nemmeno questa, probabilmente, potrà essere la soluzione.
Per ora, posso contare solo su un'enorme perdita: quella di un fossile: il suicidio di Madame. Colei la cui ultima domanda è stata se l'avevo ferita.
Onde aumentare le mie perdite, ho inviato, inoltre, ad Elish, un conciso sms, " Amore, ti ho visto nuda. Sinceramente, congratulazioni. A presto.
Non avevo ancora premuto il pollice sulla freccetta dell'invio che immediatamente m'è arrivato il messaggio di una sua risposta probabilmente preconfezionata come fosse lì in attesa di rispondermi: "Amore, comprendo che ora, dopo avermi visto nuda, tu possa trovarti come avvolto fino ai piedi da una camicia di Amrit. Toglitela di corsa e fatti una doccia. Poi ne riparliamo. Ti amo."
Ma come faceva? Mi vedeva scrivere?
 
Al prossimo capitolo, titolato, in bozza, Captain FitzRoy
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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