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Acqua

U fistinu – II° Capitolo – terzo episodio
Vi sono spiagge, nei pressi della località chiamata Rosolini, dove bianche caverne di feldspati illuminano con i loro irradiamenti ad altezza zero, come una cannonata a mitraglia di pomice che si perda nell'azzurro e v'affondi pian piano, lo stesso mare, ed i loro cristalli, e le loro pieghe magmatiche ne sono a loro volta invase e riflesse, da parte del blu del Canale di Sicilia, da parere che lo stesso voglia cercare spazio e ancora infiltrarsi dentro quella minima particola di falde della Terra.
Lì, lasciata la tortura del sole marino alle spalle, nella loro frescura, deposti il ferro e gli scudi rotondi, raccolta in strane polle calme colanti dalle rocce, i naviganti poterono finalmente bere l'acqua che non  rovinava loro lo stomaco.
Di là di tali caverne e sopra di esse, per tutto uno spicchio sconfinato di veduta, interrotto solo dal verde-bruno di qualche albero sporadico in lontananza, campeggiava una sterpaglia aggrovigliata dall'incuria e dal calore.
Una volta dissetati, rifocillati da alcuni frutti spinosi che già conoscevano, e ripulitisi con quell'acqua dolce, essi mandarono gli esploratori a perlustrare la terra oltre, con l'ordine di non denunciare ad alcun abitante la loro presenza.Tornarono, che era già sera, a riferirre di aver oltrepassato molte paludi nell'argilla rossa e visto alcune capre aggirarsi in mezzo ai rovi. Che quella terra non era una pianura sterminata, bensì, dopo una mezza giornata di cammino, si alzava in morbidi pendii colorati di macchie verdi. Talora verde più intenso.
Per cui doveva scorrervi dell'acqua irrigua sopra o sotto la superficie. Ed essere abitata, anche se non avevano scorto né capanne, né abitanti, perché i pendii erano pezzati.
Aspettarono quindi l'altra nave cui, durante la notte, segnalarono l'approdo accendendo sulla spiaggia continui falò con quell'erba secca.
Si fu così pazienti e solerti, noi soldati dell'Islam, giunti di fronte ad uno spettacolo talmente premonitore da far pensare ad un tutt'uno delle diverse terre, con quei fuochi che crepitarono dalla mezzanotte per tutte le luci di Andromeda, che di vergini del mare, così chiamavamo le nostre navi, ne vennero a riva due. Una, la più grande, era quella dei nostri compagni e del comando, l'altra, una nave più piccola, probabilmente, s'era allontanata dai suoi.con l'ultima burrasca.
Apparteneva, essa stessa però, al nostro Paese, i componenti erano della nostra tribù appena sotto Tunisi, ed anche i suoi marinai furono accolti, pertanto, come nostri fratelli.
Le Huri (così le chiamavamo) erano state, tutte, costruite nei cantieri di Tunisi e al-Mahdiyya. Per il vento sul quale ci portavano sulle nostre rotte, e per il fasciame di cedro del Libano utilizzato, si poteva essere sicuri che non ci avrebbero tradito.
Temevamo solo l'imprevisto, le burrasche del Canale e, per la nostra dignità, di cadere vivi nelle mani del nemico; null'altro.
Tranne i nocchieri, cui era richiesta una maggiore esperienza, ad occhio, nessuno, di quegli equipaggi armati, superava i vent'anni. Ognuna delle nostre affilate scimitarre, delle nostre maglie di rame e ferro, era considerata custode del Paradiso destinatoci, mano del Profeta che ci aveva illuminato. E occhio dell'Emiro di Tunisi, per il quale si era ora in missione.
Ci si sarebbe potuto chiamare anche fuoriusciti, in quanto, appena dieci anni prima, nella grande maggioranza, eravamo appartenuti all'Emirato dell'Isola pur essendo nati sulle propaggini estreme della sponda avversa.
Il mio nome era Omar 'ibn Qahtan. Nulla a che fare con il conquistatore di Pantelleria: tre secoli indietro. 
È comunque innegabile che le vite di questi condottieri, le loro gesta, il sentirli evocare, i resoconti delle loro conquiste, la magnificenza di altre ricche terre, avessero avuto, in ogni nostro piccolo villaggio, per noi nuove generazioni, fenomenali effetti. Tali quali tutti i fermenti di trascinamento del Verbo che aveva dilagato sui nostri purosangue beduini.
Così, come potemmo prendere il mare, accostarci alle vele, percorrere più miglia, avere per le mani una spada, non ci sentimmo più, mozzi e pescatori a bighellonare su una spiaggia, a riparare reti sonnolente, contadinelli in un palmeto. Ma “quella” voce stessa della quale ci avevano parlato, similmente agli eroi di cui essa parlava, aveva pervaso i nostri cuori come l'onda lunga del deserto, entusiasmato le nostre menti.
Non era ciò solo ad entusiarmarci. C'era la tradizione. Da sempre, le nostre tribù si erano spinte nel centro dell'Africa; ai margini di piccole città costiere a far razzia di cose e di popolazioni. Di viveri, di donne e di fanciulli per i grandi harem ed i palazzi, oltre che di uomini robusti, da ridurre schiavi.
La rivoluzione del VI° secolo, lungi dal produrre soltanto un nuovo dio unico e nuovi princìpi in base ai quali interpretare il mondo e l'uomo in un modo migliore in cui li avevano conosciuti le nostre antiche genti, con l'espansione oltre i propri originari confini, aveva provveduto a creare nuovi prìncipi e sistemi, regalandosi un'energia ed una ricchezza oltremodo sconfinate.
Non che io lo disdegnassi il vecchio e il nuovo. Per me, anzi, un entusiasta, le novità erano diventate i miei unici motivi propulsori, senza i quali, vivere, o morire, sarebbe apparsa la medesima cosa.
- Vivere!? Vivere in un villaggio costiero di tre case? Pescando? Insegnare ai miei figli la mia stessa sorte? No! Io...A me, l'Onnipotente aveva avuto la grazia di parlarmi. Attraverso la voce, quella dei suoi emissari.
- Vuoi vivere o morire tu, pescatore? Scegli ora, della tua esistenza. Rimanere, e qui morire pescatore?
Scelsi, naturalmente, di seguire quel costituendo manipolo di predoni. Abbandonare volontariamente la casa che mi si era stretta addosso.
Di lì, da dove venni risparmiato, fui portato a Tunisi, insieme ad una manciata di altri cinque giovani . Ci facevano dormire sul ponte, perché la stiva, oltre che di un'accozzaglia di cibarie, era piena all'inverosimile di donne e bambini che furono, ad un buon prezzo, immediatamente piazzati sul mercato.
Era facile e redditizio, il più delle volte senza grandi spargimenti di sangue. Ma, all'occorrenza, sarebbe bastato non lesinarci sopra. Dopo lo sbarco avevo chiesto al comandante di non essere venduto, ma di essere ammesso a far parte dell'equipaggio in quanto, anch'io, in piena libertà, avevo fatto una scelta consapevole.
- Cosa metterò nello stomaco stasera, oltre l'acqua? Aveva chiesto la sera prima, davanti ai fuochi di sterpaglie, un mio compagno.
Gli avevo risposto che non spettava a me dargli una risposta, in quanto non ero io il suo comandante; che, visto che da quella spiaggia fino ai colli inverditi, nelle paludi erano state scorte alcune capre, ben avrebbero potuto, gli esploratori, catturarne almeno una, ché l'avremmo arrostita, nell'attesa della nave più grande.
E, nel mentre glielo dicevo, non potei fare a meno di riflettere che egli aveva fatto parte del gruppo degli esploratori.
Altre riflessioni mi vennero, quella notte davanti ai falò, osservando quei disperati raccogliticci. La prima era quella sulla fame quando ti morde nello stomaco, e la seconda, che tenni assolutamente per me, che sembravo l'unico tra essi ad aver scelto di perdere per l'intero la mia identità.
Poi però mi trattenni, anche sulla prima riflessione, ed invitai tutti quei miei compagni, poiché ne avevo provato più volte esperienza, esclusivamente a ballare tutta la notte, fino a provarne un senso di deliberata, ebbra dispersione.
A mezza mattinata, il ragazzo che la sera prima mi aveva chiesto di mettere qualcosa nello stomaco oltre l'acqua, incontrò inopinatamente la morte.
Inebriatosi al fumo dei rovi e nelle danze, all'alba s'era avvicinato una prima volta all'unico mozzo imbarcato sulla nostra nave, probabile parente di un altro marinaio, forse un cugino, comunque suo protetto, ed aveva iniziato a molestarlo cercando di trascinarlo verso il fondo della caverna ove in quel momento si trovava. Il marinaio, accortosi dei successivi, più tardi tentativi, era allora accorso presso di loro e ne era nata una discussione, presto rimbombante di offese e di spinte.
In ultimo, avevano cercato sulla sabbia i loro pugnali, e si erano azzuffati, fissandosi negli occhi venati già di sangue, girandosi intorno. Ad un tratto il possessore del ragazzetto, approfittando di un incespicamento dell'altro, aveva rotto ogni indugio e gli si era gettato sopra percorrendogli, con l'affilatura interna della lama, la parte dalla clavicola oltre la sommità della spalla destra. Una rasoiata che si rivelò presto fatale, per il ragazzo in ginocchio che cercava, perduta ora ogni aggressività, di tamponarsi con la mano libera i fiotti inarrestabili di sangue rosso acceso, spumoso.
Era purtroppo spettato a me, una volta ricevuto, alla partenza, un diario di bordo, annotarvi ogni fatto significativo, e così feci - pur temendo la reazione del comandante della spedizione allorché fosse approdato - sul mezzogiorno di quella disgraziata giornata.
Non vi fu bisogno di riferirgli nulla.
La risposta di costui dopo lo sbarco, una volta contati gli uomini, come avevo presunto fu implacabile. Egli preferì, infatti, perdere un ulteriore membro dell'equipaggio, piuttosto che perderne il controllo.
Ordinato di legare mani e piedi al padrone del mozzo ed al suo schiavo, fattili inginocchiare nudi all'imboccatura della stessa caverna dove era stata compiuta quell'efferatezza di omicidio, egli con un unico colpo di scimitarra, li decapitò entrambi, comandando poi di gettarli in mare insieme al corpo di colui che per primo era stato ucciso. Quindi, fece distribuire, dalla sua dispensa ad ogni singolo componente degli equipaggi, strisce salate e secche di carne di pecora che lavammo nelle polle d'acqua dolce.
Quella notte, finalmente ristorati, rincuorati inoltre dalla sua fermezza, tutti gli uomini riuscirono a dormire.
L'indomani mattina, nascoste le tre navi dietro un piccolo promontorio, e richiesti ulteriori dettagli agli esploratori, quell'uomo che godeva adesso della nostra piena fiducia, passandoci in rassegna prima di partire, disse a noi quanto avremmo voluto ascoltare.
- Siate rapidi come i vostri occhi, le spade e i vostri pugnali. Non fate prigionieri tra gli uomini: saranno pastori e contadini, quindi inermi alla guerra e sgraziati di membra, pertanto inutili. Sono infedeli, senza alcun rispetto della Verità.
Una volta passati questi a fil di spada, concentratevi sulle donne giovani, piacenti, e sui loro bambini.
Cercate nelle capanne, sui campi, nelle immediate vicinanze; i più giovani vengono messi in salvo per primi. Legateli l'un l'altro mani e caviglie, permettendo loro di camminare. Non fuggiranno. Nelle stive non ci stanno più di sessanta, settanta persone. Appena fatto questo, raggruppatevi di nuovo, cinque di voi falcino poche manciate di quegli steli ancora verdi, poi ridiscendete sveltamente per la via più breve, quella che porta direttamente oltre il promontorio. C'è una piccola spiaggia, dove troverete sei scialuppe. Ora seguitemi, la nostra sorte, i nostri esiti futuri dipendono dal Misericordioso e dall'ossequio alle regole che vi ho appena ricordato.
Lo seguimmo in fila, piegati, chini tra i rovi. Compreso, ognuno, del compito affidatogli.
Sottratti i sei che erano rimasti sulle navi e i due uccisi, eravamo ventotto uomini compreso il comandante. Arrivati ai piedi delle colline, egli ordinò che ci dividessimo formando due colonne. La prima si inerpicò senza perdere tempo ulteriore per i primi pendii di fronte, ed era comandata dal nocchiero della nave più grande, la seconda colonna, della quale anch'io facevo parte, guidata dal comandante, proseguì per prendere quella popolazione di agricoltori da dietro, tagliando ad essi ogni via di fuga.
Dove le colline di tenero verde iniziavano di nuovo ad appiattirsi su una conca ammantata a perdita d'occhio di smeraldo immerso nell' azzurro del cielo, incontrammo il primo ostacolo. Di fra i tronchi rugosi, ingobbiti su se stessi, dalle vecchie, loro basse giunture rattrappite, dal loro fogliame argenteo, vivo, spuntarono, in rapida successione, sette uomini armati di tutto punto come noi.
- Giardini!
Parola che mi risaliva su dal cuore; parola nata nello stesso momento in cui ero nato, vissuta accanto all'uomo. Mai ne avevo visti di così ricchi come quelli retrostanti a quelle basse colline, di così brillanti e vari nel fogliame. Parola biblica, Giardino, sacra a chi segue un solo dio.
Il mio primo viaggio era stato a Soussa, nei cui dintorni esisteva un'oasi, di cui il capitano era originario, ma nemmeno lì, in quella distesa di gelsomini ondeggianti, di aranceti che tremavano alla brezza della sera, nemmeno in quel giardino isolato, sfrangiato dalla sabbia del deserto, il ribollire dell'acqua e della terra insieme mi aveva procurato un tale stordimento, la sensazione perfetta di essere figlio diretto, amato discendente del progenitore Adamo.
Uno sdegno indicibile mi assalì allora dallo stesso interno in cui era avvenuta, depositandosi, quella pacatezza, quella quiete. La Sua ragione m'apparve nella sua purezza cristallina.
Non poteva, l'Unico, avere abdicato, aver ceduto, sia pure provvisoriamente, parte dell'Eden a degli infedeli che non lo onoravano, che non vivevano nella sua costante Verità.
Qualcosa era sfuggito agli uomini, a quei figli di Adamo che s'erano distribuiti sulla terra e ora se la godevano come se parimenti la meritassero.
Qualcosa aveva creato l'ingiustizia, la crepa che occorreva riparare.
Noi eravamo lì per ristabilirla, riprenderci l'estensione, la propagazione del Giardino, del dono pensato per noi da Colui che tutto vede e sente.
.Qualcosa che aveva, e contribuiva, pur sotto quel cielo limpido e trasparente, a creare l'ingiustizia.
I malvagi, coloro che in armi si erano gettati su di noi credendosi pari di numero e fiducia, vennero travolti e trucidati ed una volta disfattici di essi, inseguimmo e braccammo dentro la loro erba verde i loro servitori, quei pezzenti che a piedi nudi cercavano di sfuggirci riparandosi dietro le donne e i loro figli.
Non uno di essi fu lasciato vivere. Non uno potè correre ad avvertire gli altri infedeli del nostro fulmineo passaggio.
Una volta tranciati sul nascere i loro piagnucolii, rapimmo le loro giovani donne, le più robuste, i loro bambini e li trascinammo giù, dove ci aspettavano, nella cala, le scialuppe.
Gli schiavi, le schiave, furono trasbordati, stivati. Erano in numero di 47, meno di quanto ci saremmo aspettati.
Così prendemmo il largo. Spirava un Maestrale forte. Fin dall'inizio della rotta di ritorno il capitano aveva messo un uomo sul pennone della propria nave. Un secondo, aveva ordinato di metterlo a me.
Il vento, ancora, a trascinarci.
Il vento, che dopo la mezzanotte cambiò; prima un Grecale, poi un Volturno i quali lentamente, inesorabilmente, provenendo ora da Nord- Est, spazzando rabbiosamente le onde alte più di tre metri ormai, costringendoci ad ammainare le vele, a non poterci governare, ci stavano portando verso il Mare Libico.
 
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