Teatro della Cucina - I° Tempo | erotismo V.M. 18 | Winston | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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Teatro della Cucina - I° Tempo

Ovidio: Fasti: “Nel mezzo, un prato; e coperta di verdeggiante muschio, da una roccia sgorgava una vena d'acqua perenne; ad essa quasi soltanto Fauno e Pico si dissetavano.”
 
                                                   -------------
 
- Urbiettorbi furbettoni. Aah finalmente amici benritrovati, l'anno scorso non ci siamo visti, l'altr'anno ancora o forssera l'11, c'eri Cilindruzzu mio? Che mica mi ricordo. Così esordisce il Festeggiato accasciandosi sul canapé giallo dorato a costine trasversali a due soli cuscini trascinato su ruote fino a trequarti del palco un minuto prima del suo arrivo dai due guardarrobbieri in short.
 
Dopo aver dato una fugace occhiata anche ai nuovi arrivati che si stanno intanto accomodando sotto il suo triclinio scegliendo file di triclinii minori per accomunanza, Anfitrione, salutatili insieme e cumulativamente con le dita della sinistra agitata alla Ollio, con un improvviso pensiero riflesso e di ritorno a ciò di cui è rimasto digiuno sulla carta a fiori del corridoio, infila svogliatamente indice medio e anulare della destra in gola, provocando un conato cui si sforza di resistere.
 
- Noto la mancanza di Piemonte e Val d'Aosta, peccato, speriamo che riesca. Perché proprio con lui ne volevo parlare, in separata sede s'intende, di un certo pizzino che uno di quegli strilloni della suburba mi ha infilato nella tasca digitale ierimattina. Leggo troppo velocemente sapete, ho difficoltà con queste lenti progressive, con questi schermi piccoli a pixel sempre più evoluti e la mia mano, da quando sono stato reso libero e mi han cacciato a far di conto e di conto, pare aver perso la prensilità di un tempo.
Beata gioventù, quand'ero come questi putti qua, eccoli, avanti avanti...
e i putti, come d'incanto, maschi e femminelle, escono dalle quinte come i germogli della vite prima delle foglie, scodinzolando, correndo, i sorrisi smaglianti, simulando di esser già puberi - fiorellin fiorellino vestiti - della sola tunichetta corta corta, i calzari in cuoio di Bitinia adatti ai loro piedi e lo circondano, lo acclamano prima d'irradiarsi giocosi in direzione del convivio tre gradini sotto; sotto lo sguardo compiaciuto dell'anfitrione.
 
- Sono già addestrati. Orbene, dicevo di Piemonte e Val d'Aosta, della sua, pare sua, da quello stralcio - quell'angoletto di giornale digitale zippato, Idea, sarà sua? di creare una nuova area d'affari, grande quanto se non di più di quella dove si trovano investiti ora tutti i nostri beni...
 
- E quale sarebbe questa Idea? Gli fa eco Cilindruzzo, che non si è potuto trattenere, animato da una cupa concentrazione erotica per le idee in genere, alla Properzio
 
- L'idea è quella di ricorrere, filosoficamente empirando, ad un incubatoio ancor più smisurato, sul quale iniziare a convertire, fin da ora, tutto ciò che possediamo
 
- Si, ma quale? Incalza Lazio, cui un putto, (nel reale è una femminella) dopo avergli ben nettate le mani, sta riempiendo gli spazi tra le unghie ed i polpastrelli, di sapone di Aleppo
secondo gli insegnamenti medici del '700-800, ultimi documentati, per l'esplorazione prostatica per non schifare i medici trovando, per una quisquilia, una linea di resistena inoltrepassabile in essa classe di barbieri chirurghi. Quindi, ed in tal modo permettendo l'avanzamento ad oltranza della Techné rispetto alla Metafisica.
 
- Proprio tu Catù, prosegue Anfitrione, pensata codesta riflessione e messala da parte, metti i tuoi buoni uffici in Reggione, all'Assessorato, ar ministero de Tigellì pe 'sto strillò; pure questa de riciclà frammenti de notizie, ideazze ch'hai sentito dì, ch'hai 'ntercettato per aria, starebbe bbene...pe' l'Ambiente. Fatte sparmà bene er sapone su' i snodi...
 
- Io, se permettete, vorrei sapere bene...
- Tu, la Regione dei fuochi, vero?
 
- Si, sono il rappresentante nuovo, Peppiniello. Voi non mi conoscete, scusate...là niente è stabile, sta tutt comm na mozzarell: San Giuseppe V....e pure Santa Maria Capua a V...
 
- Tu, la nostra rovina sarai. Scherzo. Dicci, continua.
 
- Diceve, noi ci occupiamo di munnezza che è già n'Idea grande: 'a Waste, comm' a chiamma 'sto Eliot ca d'avvenì o sta già qua; nuie, noi " c'arriviamo al punto giusto e solo al punto giusto". Perciocché, che possiamo fa pe 'st'Idea che te sì miss n'cape? Ce l'hai a schiarì!
 
- Io ve posso dì solo quello che ho letto. Ci vorrebbe 'sto genialoide der Nord pe' spieggarlo bbene. Comunque l'Idea starebbe in questo, se ho capito bbene. Ci avete presente le teorie dei nummeri? Ecco, volete mettere un insieme limitato su cui spalmare li nostri sordi compresi i derivati e a carta straccia, un mondo finito, finito comme quello greco,  e un insieme illimitato,"n'infinito: na globalizzazione de sordi?"
 
- Ma che te stai a dì? Interviene Lazio.
- A Catù, lassate servì. E lassame finì.
- Diccelo a tutti, e chiaro allò.
 
-Beh, per ora ve lo posso pure e solo anticipà: Le potenzialità inespresse, delle cose, degli uomini, de l'insetti, de li serpenti vostri, ar posto delle espresse, le già venute alla luce. Ma ce penzate, la moltiplicazione, la potenza de 'sto concetto?
 
- E gli appalti, le Regioni, e i Ministeri, e er Paese nostro? Gli fa Lazio.
 
- Mica ce li perdiamo. Gli risponde Anfitrione. In fondo, sono venuti prima i pre-socratici, pecché se li son chiamati "pre, ce stavano primma no? A pensacce a la Natura, a la Tera. O quei sozzi de Platò e Aristò e pure Pericle? E a noi, er Demos, non c'hanno sempre tenuto fuori; chi ce penzava? Er posto, ne la Tera, non ce lo siamo sempre dovuti arraspà con le nostre mani? Alle volte anche strisciando eeeehmmm, er culo?
E ce pensate ar più famoso de li poeti loro, a quel ce vedo e nun ce vedo, a l'Omero loro?
Lui nun ci ha proprio sgamati. 'N' dov'eravamo noi? Che, ce sò annati in venti o trenta a Ilio? E noi a facce ammazzà per loro. Noi, li marinai, li schiavi loro. Manco un nome, che sò, l'Ignoto, su quella spiaggia?
Allora io dico che facemo er nostro, noi figli, pe' loro, di un dio minore, d'un Priapo der cazzo famo bene a rovinalli, a fa a chi pija pija. Nun fateme parlà...Seguimo chi seguimo...ce rifacemo...ce sta Piemonte mò...bene, lo seguimo. Tanto rivamo prima noi che lui, lui cià li sordi de li altri, e noi pure; lui se ferma a penzà, e noi no. Famo a la giaponese, a chi cià più fame, capito? A lui je damo le briciole, che a noi nun ce bastano più.
Oh, io nun v'ho detto niente...
 
Segue una grassa risata generale.
 
- Ahò, qua è ora de magnà, Si dia inizio al Convivio. Non vi chiamate Conviviali? Mò che ce sto a penzà, ar mio mausoleo ce penzo er prossimo anno. E a sta cosa mia, quela de sto strillò che s'accatta tutte le notizie a pezzi e le ributta 'ngiro a li altri, a 'sta Reuter de li poveri e ar mausoleo. Per ora ve dico solo che dispongo per l'avenire che ce sia almeno un guardiano tutti li giorni, "che nun me fido der popolo iggnorante che ce pò corre sopra e appresso!"
Mò dichiaro chiuso il primo tempo intanto, che se programmi per er 24 XII, dopo o primma 'sta spanzata.
 
Ed Anfitrione s'alza dal canapé, sculetta, spernacchia, scuote il seno posticcio come una donna, infila la parrucca, rimette in bocca, fino in gola, l'indice ed il medio della destra. Poi ci ripensa, e prima di avviarsi verso il camerino dove misurerà le proprie abilità  in spietata, socratica dialettica (qua siamo ancora alla Dialettica) e quelle dell'efebica fanciulla, fa la medesima cosa con l'indice, il medio e l'anulare della sinistra.
 
Alla costumista con i capelli alla Giovanna d'Arco, che l'attende in fondo al corridoio: - A te...no, atté nun te piacerebbe Lucrezio, ce sei già te a fallo, 'ngioletto mio.
 
- Dolce Padrone...il tuo animo sensibile...Risponde la ragazzetta.
 
E prima il Capocomico, poi l'operaia, com'è creanza o come era allora, spariscono all'interno della stanza.
Nel frattempo è arrivato anche il rappresentante di Firenze ed il salone manducatorio ha iniziato a brulicare. Aggraziatissimi schiavette e schiavetti di ogni epidermide e colore dei capelli conosciuti sulla terra, vestiti unicamente per la salvaguardia dell'igiene con una semplicissima, leggera, tunica bianca o rossa su tono e bordi d'oro in filigrana sulle stesse, si aggirano tra gli ospiti e le loro compagne, chiedendo di esprimere i loro desiderata, giocando con loro ed accarezzandoli. Altri li seguono, appena più distanti, sorreggendo tra le mani vassoi con bicchieri di cristallo di Boemia dal cui fondo sorge la leggera effervescenza del perlage di vini millesimati provenienti dal Piemonte, dall'Oltrepò pavese, dall'Alto Adige. Altri, al loro fianco, porgono agli stessi ospiti, infilati con spiedini d'avorio, bocconcini di fragola, frutti di bosco, tocchetti di ananas, di papaya e mango inframezzati da foglioline di menta. Altri ancora offrono olive di Cerignola, zibibbo e fiori di cappero di Pantelleria, frutti di maracuja, adagiati sulle loro foglie e fiori.
 
Per gli ospiti più arrischiati dei sapori, una seconda fila di schiavi, tra pubertà ed adolescenza, offre vassoi di cioccolato di Modica e calici dall'orlo svasato di birre d' abbazie del Belgio, bionde e brune.
 
A quel punto la partecipazione popolaresca si fa, chi qua, chi là, vibrante.
Orellina, la figlia quindicenne di Mazzacurati delle Marche, la quale sedeva nei triclinio di terza fila della Famiglia, non potendone più di essere stata trascinata alla festa contrariamente alla propria volontà, volendo con ciò protestare contro tutti gli sfarzi degli adulti, si alzò seduta sullo sgabello, ed iniziando a dondolare con i piedi a mezz'aria, dondolando i capelli corvini sul collo taurino e sul largo petto messo in mostra da una mise in chiffon di Gautier, inizia a cantare sotto gli sguardi attoniti dei camerieri che servono:
 
- Bevè bevè compare senò ve mazzerò. 
Piuttost che me mazzèghe mi tuto l’beverò. 
E ‘ntant che l’beverà noi canterem là bum-ba-bà, 
labum-ba-bà, labum-ba-bà. 
Mi go bevuto tuto e non m’ha fatto mal. 
L’acqua fa male, il vino fa cantare, 
questa è la regola che insegnano gli sguìsseri, 
alzano il gomito e vuotano il bicchier. 
L’acqua fa male, il vino fa cantare. 

Bevevano i nostri padri? Sì. 
Bevevano le nostre madri? Sì. 
E noi che figli siamo beviam, beviam beviamo, 
e noi che figli siamo beviam beviam beviam: 
del bianco Moscatello, del nero Marzemin. 
Se ne avessi un botticello ne vorrei veder la fin. 
Se ne avessi un botticello ne vorrei veder la fin. 

Bevevano i nostri padri? Sì. 
Bevevano le nostre madri? Sì. 
E noi che figli siamo beviam, beviam beviamo, 
e noi che figli siamo beviam beviam beviam: 
del bianco Moscatello, del nero Marzemin. 
Se ne avessi un botticello ne vorrei veder la fin. 
Se ne avessi un botticello ne vorrei veder la fin chi l’ha detto

Bevè bevè compare seno ve mazzerò. 
Piuttost che me mazzèghe mi tuto l’beverò. 
E ‘ntant che l’beverà noi canterem la bum-ba-ba, 
labum-ba-bà, labum-ba-bà. 
Mi go bevuto tuto e non m’ha fatto mal. 
L’acqua fa male, il vino fa cantare, 
questa è la regola che insegnano gli sguìsseri, 
alzano il gomito e vuotano il bicchier. 
L’acqua fa male, il vino fa cantare. 

Bevevano i nostri padri? Sì. 
Bevevano le nostre madri? Sì. 
E noi che figli siamo beviam, beviam beviamo, 
e noi che figli siamo beviam beviam beviam: 
del bianco Moscatello, del nero Marzemin. 
Se ne avessi un botticello ne vorrei veder la fin. 
Se ne avessi un botticello ne vorrei veder la finnnnnn. 
...............................
Bevevano i nostri padri? Sìiiiiiiiii. 

 
Tranne alcuni accenni di approvazione e l' accompagnamento da parte di altre figlie che avevano seguito i genitori, strogolate anch'esse panche di triclinii di terz'ordine, tra le dita a seconda magre o grassocce alcuni semplici acini d'uva d'Albana di Bertinoro e/o di Moscato d'Asti, il canto fu considerato dagli astanti un sommovivento giovanile, tale un'eruzione cutanea, ed i camerieri, i putti, continuarono come niente fosse accaduto, a muoversi tra gli invitati.
V'era stata, dopo quel canto di alta tradizione popolare, un giovanetto con il corpetto damascato aperto sul petto magro e glabro tale quello di un' educanda, all'altra parte dell'emiciclo, verso i Calabresi, il quale s'era alzato in piedi sullo sgabello di similpelle rossa a declamare un suo Sonetto che faceva pressapoco così:
- Da otto giorni ormai stracciavo le scarpe
Sui sassi delle strade. Entrai a Charleroi.
- Alla Locanda Verde, chiesi dei crostini
Di burro e del prosciutto, freddo a metà.

Beato, sotto la verde tavola le gambe
Allungo: della tappezzeria contemplo
I disegni ingenui. - E che goduria
Quando la serva, tette grosse e occhio sveglio,

- Non si spaventa mica per un bacio quella! -
Mi porta ridendo le tartine al burro
E il prosciutto, tiepido, in un piatto colorato,

Prosciutto rosa e bianco profumato da uno spicchio
D'aglio, e il boccale colma, immenso, colla spuma
Che un tardo raggio di sole indora.

 
Ma tutti l'avevano preso per quel che appariva: uno sbaglio, in quella Famiglia.
 
Solo i Numidi di servizio per la Security, stante la sua voce flebile, gli avevano prestato all'inizio attenzione, ma, visto che non pareva aggressivo, né aveva addosso armi contundenti, o sotto lo sgabello, erano tornati a discorrere dei loro soliti discorsi: dei contratti precari, delle partite iva, dei compensi in nero, della mancanza di coperture previdenziali, dell'aumento del costo della palestra e degli anabolizzanti; dei nuovi attrezzi che servivano loro per tirare avanti e non sgonfiarsi su se stessi.
 
Il Festino, dopo le due momentanee interruzioni, considerate dalle Famiglie come delle giovanili boutades interne, e ci stavano, riprendeva vigore, infuocandosi, con l'arrivo degli appetizers, quando alcuni addetti della Security esterna, per distinguerli da quelli della Villa, vestiti, oltre che con il pesante cinturone, con una semplice tunichetta rosa, gettarono in mezzo al salone una specie di Pastiche: tre cani avvolti un plaid da pic-nic imbrattato di placche di sperma, che lamentandosi e guaendo, a volte urlando con voci per parevano provenire dall'oltretomba, cercavano, non si sa bene se, cercare di penetrarsi più a fondo, o liberarsi.
 
Erano, quando si riuscì a toglier loro di dosso il vittoriano plaid puzzolente in cui s'erano avvolti per sfuggire allo sbalzo termico notturno, Eumolmo, un filosofo peta declamatore folle, avventuriero, una giovane prostituta di Crotone e la di lei madre, traforata anch'essa per lo stesso verso non si sa come dal medesimo Eumolpo, che aveva conservato l'ultima carrozza del convoglio.
 
Fortunata:
Fortunata appare quasi all'improvviso, e prende corpo, la bagascia tattile, quando Anfitrione ricompare alla Ribalta.
- Non ci fossi io! Stava finendo Fortunata.
Le ribatte Anfitrione: - Nessuno è necessario. Tu, cagna, nemmeno. Ricordati che il corpo è cenere, e cenere deve diventare!
A Eumolpo, che ha sollevato per la prima volta gli occhi dalla propria libidine, appare la Rocca di Crotone. Gli appare come l'Olimpo in Terra, e la raccomanda a tutti gli astanti, come la Terra d'Utopia.
- Lì ci troveremmo a meraviglia, amici, poiché noi siamo quel che siamo e siamo quel che siamo.
 Ma tutti, tutti indistintamente i presenti, compresi gli schiavi i più aitanti, ed i culattoni, i lunghichiomati ed i normali e meno normali, quelli in odore di libertà e coloro che mai perverranno a tale stato nemmeno usando il binocolo, vedendo nel Poeta il suo stesso imperituro destino, iniziano a prenderlo a sassate ed a gettargli sull'inguine, le gambe, il costato, il capo, getti d'acqua fredda risucchiati con tubi di plastica celesti dalle piscine, insieme alle murene colà dimoranti.
- Esci dal tuo torpore vecchio sporcaccione incestuoso, smolla quel battacchio dal corpo della giovane vergine se vuoi liberare anche la madre procace che a nulla pensò se non all'educazione sentimentale flaubertiana della figlia secondo il disegno preordito dagli Dei medesimi! Gridava ognuno dei presenti al Cantore.
Dal che, dalla propria cattura e Caduta, egli, il Poeta, comprese dove si trovasse la Villa di Anfitrione. E da quale Rocca fosse caduto, ruzzolato giù.
 
Quindi si mise a spingere con tutte le forze, con un'espressione disperatamente disperata, appoggiandovi i palmi nel mezzo, tra le scapole della fanciulla che gli stava davanti, formando di quello stesso corpo, di quella deliziosa minuzia, un arco ed un turcasso frigio che il suo mentore Paride gli avrebbe sicuramente invidiato.
 
Mentre tutti: padroni, padrone, schiavi e trasgender, tutta una massa fattasi all'improvviso indistinta, gli occhi interdetti, erano presi come un sol uomo dalla visione plastica del gruppo Eumolpeo, nel quale il componente maschile, digrignando incisivi e canini nello sforzo ultimo, cercava di liberare gli orli inferiori del glande, la più grande delle resistenze, dall'anello orifico in cui era stato intrappolato: quello indissolubile, (ognuno ne ebbe allora contezza) che univa ogni figlia ad ogni madre in una schiumosa catena orripilante similmente a quanto era avvenuto sulla spiaggia ilica per i serpenti Laocontei ed i figli predestinati dagli dei al sacrificio umano, ecco che lo stesso Poeta viene avvinto da un cirro argenteo ed insieme dorato qual una fonte sorta dalla roccia ed inizia a declamare, in uno dei suoi famosi raptus:
 
- Oh, Excalibur, mia salvezza e dannazione insieme (tutti applaudono)
oh spada cui è possibile qualsivoglia noumeno
oh testa di ponte, fato che vuolsi colà dove si puote
sopra e sotto i cieli, valli di lacrime ed Olimpo...
 
a questo punto Anfitrione, tolta la lingua di bocca a Creso, il pargolo prediletto, toltolo dai fianchi cui stava piano piano scivolando, lo scaraventa sulla ribalta di legno del triclinio, offrendo agli ospiti il suo cispo, ed inizia a sua volta a declamare, qual precorritore di un contrappunto polifonico bachiano:
 
- Poco fa, pensando a Fortunata, la mia sposa, al suo senso tattile per il peculio
avevo in mente il sapone, traformazione chimica finale della cenere, anima
dei nostri primi traffici marittimi con i quali mi capitò, di guadagnarci sù
dieci milioni di sesterzi in un sol viaggio; or dimmi tu, Eumolpo, alla lucchese
se questa Fortunata qua mi meriti oppur no...
 
Ed a questo preciso punto, sommerso allo stesso modo di applausi, Anfitrione s'invola scendendo gli scalini verso la sala manducatoria ove giace, ancora stremato dallo sforzo, sul pavimento il suo collega Eumolpo, pressato da ogni parte, immergendo anch'egli i calzari nella schiuma della fonte.
 
 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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