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U fistinu

 
Vito morì nell'anno mille, il 14 luglio. L'anno della fine del mondo.
Rosalia, sua madre, era stata in qualche modo avvertita da un anacoreta passato di là: la casupola di canne e fango dove la donna abitava con i cinque figli superstiti, per chiedere se ella avesse un tocco di pane da dargli. Nell'occasione l'eremità aveva urlato, andandosene:
- Questo è l'anno mille. Dio ci distruggerà come Sodoma e Gomorra. Fuoco e fiamme. Pentitevi. Pentitevi tutti.
L'unico uomo che non l'avesse violentata.
Lei e l'ormai quattordicenne Vito sgobbavano come cani per trarre da quel luogo - un campetto che i due avevano terminato di dissodare a braccia, prima coperto da un esteso roveto, e cinque capre nell'ovile dietro – il sostentamento per sé: essi e i quattro figli che Rosalia s'era ritrovata a gestire a causa di qualche pastore passato di lì.
Le serviva alla sopravvivenza, il girovagare di questi pastori erranti. I loro caproni montavano l'esiguo gruppo di capre che possedeva senza vigilare più di tanto a quale ombra, se del carrubo, del mandorlo o del fico ella avesse trovato ristoro alla calura arida delle basse collinette impestate dal sole.
Uno di essi, l'ultimo, un bellissimo pastore moro, un arabo slanciato sulla quale bocca aveva posato un bacio prima di essere lasciata, aveva abbandonato nell'angolo della casupola la bisaccia che aveva fatto partire nella mente del figlio l'idea.
- Questi grani, sono più corti, meno puntuti ma rassomigliano in modo impressionante a quelli trovati nello stomaco della Nera. Quattro o cinque bestie, tanto vale; stasera gliene allungo un pugno. Staremo a vedere.
La capra più stentata, quella cui furono offerti come un'ostensione i semi del grano dimenticato, quella che come la Nera avrebbe dovuto morire, non era morta tra spasimi feroci dovuti all'ingurgito della Claviceps purpurea. Quella fu la causa principe che smosse l'inerzia di quei due, figlio e madre, dando al più giovane un' energia sconosciuta prima, quando il piacere più grande era quello, dalla cima della collina, di ammirare il verde della terra sconfinare nella linea dell'azzurro pervinca che se lo andava a raccogliere. Il motivo per cui Vito, con il suo bastone di carrubo, iniziò a spostare pietre trascinandole a forza di braccia ai limiti del campo in formazione, costruendovi intorno dei muretti a sasso vivo, fu quello.
Arrivato ai principi dell'ottobre dell'anno prima del mille, con centinaia di speranze nella pioggia di una regione avara, iniziò a seminarvi nei solchi ricavati per istinto.
La pioggia non cadde. Al contrario fu l'umidità notturna che scompariva alle prime albe, vaporizzata verso le costellazioni eclissatesi, a produrre il frutto, i fili emersi a rivelarsi, gli steli della precoce primavera ad indurirsi rimanendo verdi.
L'estate si faceva sotto senza abbandonarli.
Vito aveva lasciato a Rosalia la cura della casa e dei figli avuti dopo lui; si preoccupava che la segale cornuta e la gramigna non invadessero il campetto, portava le capre al pascolo verso i roveti più distanti, sognava in giallo: l'erba stesa a terra dal cuocere del sole, ed il piccolo, primo dei raccolti.
P.S. U fistinu. Così è chiamata a Palermo la festa di Santa Rosalia, patrona delle vergini. Cade il 15 luglio.  

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