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L’uomo del supposto Eden.

 
 
Dio, se tu fossi mio figlio?
Se ti avessi generato incauto
in una vetta d’impotenza?
 
Se fossi un serto di ipotesi
su cui fondarmi?
 
Quale sarebbe l’acqua in cui nasco
e quale il tronco da cui scendo?
 
Devo chiamare madre l’onda
e padre un ramo?
 
O è solo l’acqua di mia madre
e la terra di mio padre
che mi fecero frutto e seme?
 
Ai tuoi mille nomi
ho dato altrettante statue
e trovo sempre un Dio
che i miei occhi non vedono.
 
Ho poi reso certe distanze e stelle
come lenticchie al pasto
ma più che cibo per i cubiti di fame
è grammatica per le mie domande!

Corcifissi burka e sinagoghe

Ho visto la terra di Palestina
ho sentito la sabbia piena di fosforo e sangue
e le sante crociate degli uomini puri

Ho sognato un mondo
dove non fosse il credo in un Dio
a dominare le nazioni
ho sognato un mondo libero
dalle superstizioni.

Ma il Medio Evo era tornato
e i tagliatori di mani
di teste
e i custodi della vera fede
hanno ovunque troni di menzogne.

Eppure
se un Dio esiste
non ha bisogno di odio
ma d'amore
 

potesse vagare ...

 

se il mio pensiero potesse vagare,
oltre questo cielo macchiato di tempo,
potesse soffiare,
tra i rami e le tue dita incrociate...

alzarti la pelle,
come un soffio d'aria fredda
oltre la piuma delle tue leggi leggere,

segnare il pianto delle tue solitudini di vetro,
levarti a sole
nelle giornate di buio.

Allora i tuoi occhi,
tingerebbero dello stesso verde
il giallo delle mie campagne...

e, il calore del tuo corpo
a germogliare i bulbi
dei mille sorrisi coperti di nulla.
 

Ogni croce

Ogni croce è l'eco del tuo sangue

ed il Tuo sangue, Signore,
ha urlato amore a tutte le razze
ha perdonato l'inferno e le forche.
Ancora ci parli dai prati e dal destino.
Nelle vertebre del tempo
oltre le volontà dell'aria
hai pietà e gentilezza
dei nostri midolli.
Sei altra vita dentro ai cieli,
carne di luce, uomo
che chiede all'uomo
di ascoltare.

Attualità

Una domanda

chissà qual'è il metro giusto
per misurare il bello il brutto
il falso il pretto il santo l'empio
se ognuno fa valer il proprio strumento?
 

Vecchio specchio

Specchio

dai bordi molati
d'argento raggrumato gli angoli
incorniciato in minute
cornucopie di gesso dorato
ora giallo sporco e screpolato
m'hai visto crescere.
Di sbieco e di profilo
trovo il centro ancora lucido
e ti guardo per cercare
con smorfie strane
di vedermi al meglio
in questa vita.
Così tra le rughe tue e mie
inganno e rubo il tempo
andante lento, lo piglio
mentre l'orologio della piazza
batte la sera, la palpebra cede
e si fa fessura arrossata l'occhio.
La penso forte, quella e
più non mi sento divenire
vecchio.

finchè avrò vita

Peccatori

ti hanno
inchiodato
a una croce
Pentiti
ti hanno
appeso
ad un muro
per millenni
perché il ricordo di quel misfatto si perpetuasse ogni giorno  a redenzione della loro meschinità. Oggi ritorna l’abisso e ti schiodano da quel muro bianco
come se avessero ormai scontato il loro peccato e non avessero più bisogno
di te.
Ti giunga il mio urlo pietoso ti giunga il mio grido accorato ,siamo sul bordo di un precipizio in equilibrio instabile, dacci la mano tiraci fuori dal fosso
dipingi
di rosso
quel muro
appena
il primo
fariseo
provi a
staccarti
brucia
la carne
della sua
mano
che gli
resti
impressa
la tua
croce
come un
tatuaggio
indelebile
che sia
marchiato
a vita
per la sua
colpa che
si rinnova
in una
seconda
crocifissione
dalla quale
non potrà
più redimersi
Io taglierò
la mano
di chi oserà
scenderti
dalla tua
croce
e lo farò
ogni giorno

Ho parlato a lungo con...

Ho parlato a lungo con le sulla sulle guance dei sul corpo dell’amato.
Alda Merini
 (elaborazione dal verso della poetessa)
 
Ho sempre avuto un gran rispetto per le mani quali strumenti essenziali della nostra vita.
Appena entriamo in questo mondo, espulsi dall’utero che ci ha nutrito e cresciuto per nove mesi, oltre al pianto che ci libera i polmoni e che ci consente di riempirli per la prima volta d’aria, agitiamo le piccole mani ancora rattrappite dalla lunga posizione fetale, quasi per farci notare:
“Ehi! Sono qui, sono arrivato, ci sono anch’io, non vedete, non sentite?”
Con queste piccole mani, grandiosi strumenti che ci hanno permesso di elevarci al rango d’animali pensanti, il bambino è pronto ad affrontare tutte le sfide, tutti i pericoli, tutte le emozioni, tutte le sensazioni che la vita ha in serbo per lui.
È pronto a diventare uomo!
Cominceranno con il cercare il calore del corpo che l’ha generato, per poi aiutarlo a suggere il seno per trarne l’alimento essenziale per iniziare la sua corsa verso la vita. Già adesso, insieme ai vagiti, comunicheranno a chi lo accudisce amorevolmente, quali sono le sue esigenze vitali.
Mano a mano che l’organismo si sviluppa, le mani cominciano a prendere coscienza di sé, prima in maniera goffa ed inconcludente, non riuscendo ancora a coordinarsi. In seguito saranno sempre più sicure e capaci ed afferreranno tutto ciò che si presenta nel loro raggio d’azione, per saggiarne la forma, vederne il colore, sentirne il sapore.
Sta iniziando la “conoscenza”.
Quegli strani strumenti che la natura gli ha fornito, all’estremità di due propaggini articolari, divengono sempre più capaci d’operazioni complesse, sotto la supervisione del cervello.
Inizia la fase creativa.
Prima, semplici tratti senza senso e misura, pastrocchi di colori, calati sulle superfici più disparate.
Seguiranno i primi segni intelligibili, prodromi remoti della futura scrittura che lo renderà libero ed indipendente, perché padrone di comunicare anche con persone lontane  e con culture diverse con quel sensazionale strumento di circolazione delle idee che è stato il libro, dall’antichità mesopotamica, fino ad oggi ed anche per il futuro.
Nel suo continuo divenire culturale, i suoi strumenti di carne ed ossa, saranno i veicoli delle più disparate manifestazioni del suo intelletto.
Con esse sarà capace di forgiare gli elementi della natura a sua discrezione e per il suo tornaconto, sarà capace di trarre dalla terra, da cui è nato ed alla quale ritornerà, i frutti per il suo e per l’altrui sostentamento.
Sarà capace di edificare opere civili e d’ingegno tali da farlo peccare di presunzione, arrogandosi la qualifica di Creatore.
Sarà capace di compiere azioni mirabili e nefande.
Le sue mani potranno allo stesso modo e tempo, scorrere su un pentagramma per comporre melodie immortali, ascoltando le quali tutti gli uomini si sentiranno più uniti e scorrere su grandi fogli tecnici per progettare e poi realizzare micidiali strumenti di morte, che creeranno odio e disamore.
Le sue mani saranno capaci di prendere con infinita dolcezza i più indifesi fra noi, e carezzargli il volto con tenerezza ed allo stesso tempo saranno in grado in un impeto di lucida follia di togliere la vita, anche a chi si ama.
Le mani, anch’esse, sono un simbolo delle sue contraddizioni.
Le sue mani, sapranno essere anche uno straordinario strumento di trasmissione dei suoi sentimenti, quando con esse abbraccerà i suo cari, i suoi amici, i suoi nemici e la persona che lo amerà.
Quando sarà giunto il momento di ripetere l’eterno itinerario della vita, egli carezzerà con le sue mani l’appassionato corpo della sua compagna e lo predisporranno ad accogliere in sé il seme che germinerà nel suo ventre un altro piccolo essere che piangerà ed agiterà le manine, esattamente come aveva fatto lui tanti anni prima.
 
Tutto questo e molto altro ancora è il “frutto” delle mani.

Assemblaggi concreti di luce per uomo

 
 
Da lassù si può rotolare a frotte a spanne
dove cade la peluria ai gatti
sui comignoli
indiscreta mascolinità delle case
che brama la sera per fecondarla di casi.
 
Non solo amo le tegole e i colmi in vetta
ma reputo impossibile che non vi passeggi luna.
Quel clap clap d’avanzo che applaude un sonno terso
la funzione intrinseca alle mani d’ogni raggio
ricercato
se pure occluso
di rapirti dalle fessure e saziarsi con dita rette
intingendosi negli occhi
quel sottrarre aromi ai perdifumo per aversi sartie al cielo
quell’inchiodare neri con diamanti di luce all’assito petulante
quell’ansia degli alogeni fatto clamore sugl’intonaci gonfiati
quel riverbero sui dagherrotipi dei nonni apparsi in dote
quell’eco di una verd’età che morse il mondo
qui ingrigita e sazia:
 
la vecchia mansarda ha orizzonti fiochi
e si fa largo nella ressa delle stelle.

Tramonto

Solo nel tempo in cui il sole si ferisce
spargendo rosso sangue tutt'intorno
il cielo lo lascia andare.
Il mare, solo, lo raccoglie Leggi tutto »

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