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Gnagna Meneghina

Quando mi trasferii nella mia nuova casa, in un paese così piccolo, dove non potevi fare uno starnuto senza che tutti lì intorno lo venissero a sapere, beh a quell’ epoca ero una ragazzina insulsa, impacciata, timida e magra come un chiodo ed anche l’unica ragazza di tutto quell’odioso microscopico paese fatto di vecchi che non avevano un nome proprio ma dei nomignoli come:Momigrando, Momipicio, Magnapatate, Mesapipina, Barconselo, Batoceta, Batirame, Bonanova, Spalavier, Nassavecia,Negavescovi, Sivoleta ect. ect.
La mamma ed io fummo costrette a lasciare la città che tanto amavo dopo la morte di papà causata da un incidente sul lavoro ed a trasferirci nella casa dei nonni che ora apparteneva alla mamma e l’unica che potevamo permetterci visto quel poco di sussidio che l’assicurazione ci passava.
Appena la vidi misi il broncio e cominciai a piangere. Era così piccola in confronto al bell’appartamento lasciato in città, e per giunta pure isolata. Come avrei fatto a sopravvivere in quello squallore proprio non immaginavo.
Per giorni cercammo di sistemarla e renderla più accogliente. Dipingere le tre stanze fu uno spasso ma il risultato non fu dei migliori. Io di notte piangevo ripensando alla scuola ed alle amiche, laggiù in città.
Fu una mattina, una delle tante del mio solito gironzolare per i prati ed i sentieri di campagna, che incontrai la donna che divenne per me quasi una nonna. La sua casa era a pochi passi dalla mia e quando ebbi occasione di entrarci scoprii che aveva un’unica stanza divisa a metà da un soppalco, di sopra c’era il suo letto e sotto la cucina, con un’unica lunga finestra che illuminava tutte e due le parti di quella buffa casa, il bagno naturalmente in cortile, ma era talmente linda, ordinata e perché no profumata di erbe che la donna raccoglieva e colma di cose interessanti che ne rimasi subito affascinata. Leggi tutto »

La luce rosata dell'aurora

Contavo d’arrivarci al più presto,
prima che la luce rosata dell’aurora
tingesse l’onde lievi,
volevo andar via, prendere il largo,
solo io e il gozzo color striato d’azzurro
mare e bianco d’insistente luna.
Avevo corso tutta la notte,
scendendo giù per l’irrequieta scogliera,
a tratti incontrando solo ombre inesistenti
che infiammavano ancor più la piaga
delle mie amiche le incertezze.
A tratti, come accade per quelle mie vie,
una stretta screpolata stradina
mi conduceva più veloce
verso la meta che anelavo,
timoroso tardi di raggiungerla.
Non c’erano gechi già sui muri screpolati
né serpi tra la scabra e fragrante erba salata,
io solo c’ero, e la mia corsa di fanciullo
invecchiato di sole di mare e di speranze.
Alfine giunsi sulla spiaggia calma
di sole e di rumore, i piedi nudi agitar
facevano la sottile rena. Ecco la mia vela.
E io solo, gli ormeggi sciolsi e presi il largo.

Antonio Ragone  (Da "I passi sul sentiero sconosciuto" Liberidiscrivere.eu 2009)

L'uomo e la notte

Le voci umane
sono tremule foglie
al vento
d’una notte tiepida
d’estate:

e l’uomo quasi
si perde
in questo notturno
silenzio.

Antonio Ragone
   (Da "Viaggi verso il porto" Gabrieli International Editor 2004)

L'assenza

Lo incontrai per una strada di fango
- il buio nascondeva il suo volto e non lo riconobbi -
erano già tutti dentro, seduti accanto
ad un boccale di vino. Mancavo solo io,
io, io fui l’ultimo a giungere al casale dei pescatori.
M’attendevano da tanti anni, e quando
entrai era già tutto finito, quelli già tutti
erano andati via. O non erano mai giunti?
Nessuna macchia di rosso vino sulla tovaglia c’era,
che sempre scorre nel berlo. Uscii.
L’uomo che fuori al buio non riconobbi
non lo conobbi mai, solo perché
semplicemente non era mai esistito.
Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati – io e lui – ancor più soli.
Vagando, vagando, pervenni alfine al porto?
Questo, questo, solo per la salsedine nell’aria?
Non seppi mai se anch’esso fosse mai esistito,
il mare, intendo, così immenso
per essere davvero mai esistito.
Quella notte, una buona volta, niveo da secoli,
intesi che nulla era tangibile,
perché nulla è ciò che in verità aneliamo.
Nella nebbia e nell’odore del mare,
che da sempre per me solo m’ero inventato,
all’improvviso pensai di rivedere
l’uomo nascosto nel buio.
Fu un attimo, poi disparve, perché non c’era.
Naturalmente perché non c’ero anch’io.


Antonio Ragone
  (Da "L'isola nascosta" Ed. Akkuaria 2007)
 

indarno

indarno, oh quanto indarno ancora
recherà quiete ai canti
semina che accade di seme in seme

risaliremo  i calici d’ottobre
rantolando  rosari  senza Dio
nel vivere o tacere aratri al ventre

ed una mano, la troveremo solo
al fine delle nostre stesse braccia

sempre più in là

foci d’un dolore, il vento
zolle di lune  o nubifragi
lasceremo che ci attraversino
le dita di un bambino

troviamoci un inferno  a mezza croce
il peso avanti  e i proverbi degli angeli
dove il pozzo non è lungo la strada
 

una allegra tristezza

non è vero che racconto tristezza
sapeste come rido sguaiato
dentro di me, eppure lo pensate

non si vede, perché sto mentendo
ma rido, credetemi, sono allegro
sorrido e inghiotto lacrime amare

così con gli occhi velati io scrivo
di me, di una allegra tristezza
che mi fa ridere a furia di piangere

 

le mani di Mary

 

Mary aveva mani piccolissime, come una bambina. D’altronde anche Mary era piccola, col suo metro e mezzo di altezza l’avresti scambiata facilmente per una dodicenne. Solo un seno decisamente fuori proporzione tradiva il suo esser donna. Capelli nero corvino incorniciavano un viso dall’espressione perennemente seria, severa, sottolineata da labbra rosso acceso naturale. Gli occhi neri, profondi ti agganciavano al primo sguardo per non mollarti più. Si lamentava spesso del suo essere piccola, tascabile, ma era orgogliosissima delle sue mani. Possedevano un’abilità rara, sapevano adeguarsi velocemente a qualsiasi attività manuale lei decidesse intraprendere, erano la sua vera e unica fortuna. Era nata in un paesino sperduto della Lucania, Rabatana di Tursi, abbarbicato su una collina rocciosa e mezzo diroccato. Paese fantasma, quasi disabitato che tra le bellezze naturali e le rarità architettoniche nascondeva la ferita profonda di quelle terre: la povertà e molto spesso l’ignoranza, sua figlia prediletta. Non fatevi ingannare dal nome decisamente “yankee” della nostra eroina, l’aveva chiamata così sua madre in memoria di un soldato americano conosciuto alla fine dell’ultima guerra, chissà come sperdutosi tra quelle rocce aspre e meravigliose che circondano Matera. Leggi tutto »

chi ha ucciso Calimero?

L’aria nella stanza si era fatta pesante. L’imbarazzo e la consapevolezza di averla combinata grossa avevano creato una coltre così spessa che potevi tagliarla a fette. L’Art Director e il Copywriter si erano dati alla latitanza occultandosi nello sgabuzzino che ospitava la macchina distributrice di atroci merendine e pessimo caffè. Gli assistenti girellavano tra i tavoli fingendo impegni improvvisi ed improcrastinabili, uno si era addirittura affettato un’unghia con il bisturi mentre stava tagliando carte colorate. Era trasalito alla domanda che il Direttore Creativo aveva posto: Chi ha ucciso Calimero? Leggi tutto »

a mani nude

Guardati.
Non girare la testa dall’altra parte.

Guardati.
Non hai ancora finito.

E’ duro scavare a mani nude 
nella discarica dell’anima.

E’ uno sporco lavoro.
Ma va fatto.

Le unghie rotte, arriverai infine.
Potrai finalmente guardarti.

Nudo.
 

l'ultima farsa

un palcoscenico è tutto ciò che io chiedo
un assito che sostenga la mia faccia tosta
per recitare una parte in cui neppure credo
e declamare verità aggiustate a bella posta

istrione, forse guitto, senz’altro una comparsa
mentre il sipario cala e il pubblico perplesso
si chiede chi mai fosse il re di questa farsa
che interpreta la vita cercandone il successo

ahimè non c’é speranza, il tempo ha inghiottito
l’ultima parvenza in me di arte declamatoria
e il pubblico che per anni spesso ho divertito
la sala ha abbandonato cercando un’altra storia
 

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