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blog di Franco Pucci

Le mani di Mary

Mary aveva mani piccolissime, come una bambina. D’altronde anche Mary era piccola, col suo metro e mezzo di altezza l’avresti scambiata facilmente per una dodicenne. Solo un seno decisamente fuori proporzione tradiva il suo esser donna. Capelli nero corvino incorniciavano un viso dall’espressione perennemente seria, severa, sottolineata da labbra rosso acceso naturale. Gli occhi neri, profondi ti agganciavano al primo sguardo per non mollarti più. Si lamentava spesso del suo essere piccola, tascabile, ma era orgogliosissima delle sue mani. Possedevano un’abilità rara, sapevano adeguarsi velocemente a qualsiasi attività manuale lei decidesse intraprendere, erano la sua vera e unica fortuna. Era nata in un paesino sperduto della Lucania, Rabatana di Tursi, abbarbicato su una collina rocciosa e mezzo diroccato. Paese fantasma, quasi disabitato che tra le bellezze naturali e le rarità architettoniche nascondeva la ferita profonda di quelle terre: la povertà e molto spesso l’ignoranza, sua figlia prediletta. Non fatevi ingannare dal nome decisamente “yankee” della nostra eroina, l’aveva chiamata così sua madre in memoria di un soldato americano conosciuto alla fine dell’ultima guerra, chissà come sperdutosi tra quelle rocce aspre e meravigliose che circondano Matera. Leggi tutto »

Chi ha ucciso Calimero?

L’aria nella stanza si era fatta pesante. L’imbarazzo e la consapevolezza di averla combinata grossa avevano creato una coltre così spessa che potevi tagliarla a fette. L’Art Director e il Copywriter si erano dati alla latitanza occultandosi nello sgabuzzino che ospitava la macchina distributrice di atroci merendine e pessimo caffè. Gli assistenti girellavano tra i tavoli fingendo impegni improvvisi ed improcrastinabili, uno si era addirittura affettato un’unghia con il bisturi mentre stava tagliando carte colorate. Era trasalito alla domanda che il Direttore Creativo aveva posto: Chi ha ucciso Calimero? Leggi tutto »

Silenziosamente.

Avevo tante cose da dirti,
il silenzio invidioso ha rovinato tutto.
Poco male, lo sai, adoro il silenzio.

Te ne sei andata, in silenzio.

Ho provato allora a scriverti,
ma il rumore dei tasti sul foglio
disturbava il silenzio amico.

Userò la penna, mi sono detto.

Inutilmente, le parole scritte
urlavano indecentemente.
Avevo tante cose da dirti.

Addio. (in silenzio)
 

Ritmo notturno

danzano lente ore notturne
sgorbi di nero su bianche lenzuola
parole si inseguono cercando incontri
scrivono la fatica di essere uomo

danzano lente ore notturne
quando l’amore ha ritmi pacati
dolce sorpresa il battito del cuore
vola il pensiero ma lenta è la mano

danzano pigre ore al mattino
occhi ormai stanchi anelano il buio
sprazzi di luce feriscono le ciglia
l’anima affonda nel nirvana del nulla

danzano liete ore nel sogno
vestito a festa partecipo al ballo
accanto a me sprimaccia il cuscino
un vecchio canuto insonne da tempo
 

Nucleare? No, grazie!

avevo scelto Chioggia così, per amore
della sua laguna, del sale del suo mare
ma provo una fitta, un dolore forte al cuore
se penso che ben presto sarà nucleare

sulla darsena di notte mille e più fiammelle
danzando brilleranno come nei cimiteri
moriranno per l’invidia anche le ultime stelle
e i pesci sembreranno tanti corazzieri

il progresso insulta e chiede anche questo
voglio tornare indietro, ritornar bambino
assaporare ancora del mare tutto il gusto
brindando alla natura con un bicchier di vino

vorrei qui ricordare ai potenti che il volere
di tanta e tanta gente aveva già bocciato
quest’ultima ingiustizia e con il nucleare
la natura rivoltandosi vi manderà al creato!
 

Sguardi

sguardi ansiosi di occhi velati da liquidi cristalli
rimandano immagini di volti dispersi tra la folla
l’attesa di te finisce nel tempo che intercorre
tra la malizia del verde di due occhi di giada
e il nero fuoco del mio sguardo che li incrocia

ora si asciugano le lacrime represse per ritegno
l’amore dimentico è perso nel volger di un attimo
come in un gioco di specchi che si riflettono
così occhi diversi raccontano una nuova storia
dove l’attesa dura solo il cenno di uno sguardo
 

E' bastato uno sguardo

mi guardavano con aria un po’ distratta
dal sotto in su fuggendo tra le ciglia
due occhi grigioverdi da consumata gatta
incrociavano i miei fingendo meraviglia

poi si sono fermati aprendosi al sorriso
allora ti ho guardato dicendomi sorpreso
da tempo questo gioco rischiarava il viso
ed alle differenze tra noi non davo peso

abbiam parlato a lungo senza aprire bocca
occhi negli occhi senza profferir parola
quando è la tua ora l’arco il dardo scocca
basta uno sguardo ed il tuo cuore vola
 

Preghiera

ho scritto di me della mia anima, del mio cuore
ho scritto di lei, la sua pazienza, il suo amore
scrivendo ho messo a nudo i miei sentimenti
parlando della mia vita, dei miei pentimenti

ora che il fiato è corto e il traguardo si avvicina
ora che ringrazio ogni giorno il ritrovar mattina
lo sguardo volge in alto, ormai senza timore
per ringraziare il cielo parla di nuovo il cuore

mi sono speso molto, ma molto ho ricevuto
la foga del presente inghiottiva ogni minuto
spesso confondendo l’amor con la ragione
toglievo alla mia vita ogni profonda emozione

non rinnego niente, ho scritto il mio destino
ebbro fino in fondo, partecipe del gran festino
con la mente sgombra e lucida ora che  è sera
l’amore e la ragione mi inducono alla preghiera

un nuovo tempo chiedo perché io abbia tempo
di raccontar la vita creando un nuovo stampo
diversamente amandola col cuore più sereno
raccoglier le emozioni vivendole appieno
 

Ci vorrebbe un trapano

anni che rigiro amore come tassello tra le mani
anni che non decido, che rimando al domani
ho l’anima sgualcita, ogni volta che l’indosso
stiro pieghe dolenti del giorno appena smesso

ci vorrebbe un gancio, un appiglio più sicuro
dove appenderla la sera dopo un giorno così duro
ho chiesto al cuore spazio per evitare brutte ferite
ma ha la scorza troppo dura, respinge questa vite

da tempo ormai vago inventando nuovi inganni
per bucare questo cuore indurito dagli affanni 
usando questo amore come provvido tassello
indosserei di nuovo l’anima come un vestito bello
 

Giovane amore salato

Dove eri quando parole feroci
spargevano sale sulle ferite?
Dove eri quando un velo di pianto
oscurava gli occhi allo sguardo?

No non rispondermi, io mento
in fondo l’ho sempre saputo,
eri lì, a me accanto, e ridevi forte
tanto che mi è scoppiato il cuore.

Altro sale, altro sale ci vorrebbe
per curare ferite ancora aperte
il nuovo amore appena arrivato
è così slavato che non sa di nulla.

Come vorrei adesso tutto quel sale
che dava sapore al nostro amore!
 

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