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fantasy

Prigioniero del bosco

La tua canzone sommessa
è stata come un lenocinio di sirena
mi ha rapito al tramonto
conducendomi qui con lieti passi

 

ed alchimie di sorrisi
Una corona d’antiche ginestre
sprigiona fragranze magiche
ti abbandoni alla musica

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Yule

Sonno di terre candide t'accoglie
notte infinita rabbrividente in gelo
vapori diacci di sospesa vita
seguono il nostro passo soffocato

 

Taglia il respiro il freddo che rinnova
tutto sa di pulito, immacolato
lucente il cielo spande a piene mani
pulviscoli d'argento sfavillante

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La neve fuori

Una finestra un cancello
e dietro la neve
viene giù silenziosa
morbida fredda leggera.
Qui davanti al caminetto acceso
comoda sul mio divano
calda fuori e dentro di me
ho te vicino
il tuo calore le tue carezze sfiorate
e guardo fuori la neve
sugli alberi spogli
sugli ulivi e sul prato
neve anche sui nostri capelli…
Fuori c’è gelo
fuoco nei nostri cuori.

Alibur

Ricordo il luogo
ricordo la mia famiglia
le cascate rosse
gli alberi che perdevano fiori
e il mio centauro volante.

Ricordo il mio mondo
e il giorno in cui mio padre
mi ha dato la chiave
e le due lune nel mare.

Ora sono qui
su un pianeta dai mille colori
con le sue guerre
e i suoi orrori
e scrivo ballate
e scrivo canzoni
ricordando le lune sul mare
della terra di Alibur.

E mi chiedono dove
mi chiedono dove prenda le storie
non conoscono i frutti di Paloè
e i fiori vermigli cadenti
non conoscono
il mio mondo
e io
imbroglio e faccio finta
d'inventare le fiabe.

no, non avrai più il mio cuore

cosi parlo ad un corvo spettatore
nell'ultimo istante
del suo sogno misero
un piccolo pettirosso,
ero affamato
con il becco  semi aperto
le piume striscianti
a ridosso  di un fossato.
persino la neve
aveva disertato
quel prato,
non c'era un alito di vento.
trascinavo la mia vita
schiava della fame,
ogni sasso era pagnotta
ogni stilla di rugiada sorgente.
vaneggiavo
come fossi alla sua corte
tra lazzi e fischi
ridevo di me stesso.
misi a fuoco
una stella ad oriente
cosi calda nella notte
che il mio cuore si sfece
urlai ad ogni eco
fermatela
e rubai una rosa con il becco
per donargliela
volai
contro il cielo
con lo sguardo perso nell'incanto
della sua luce
ma le ore si persero
nelle brume
di una fastidiosa alba
solitario inciampai sulla spina
di quella rosa
ma non sentii dolore
avevo perso tutto
dietro un inutile amore.

Fantasia aliena

provavo sempre imbarazzo
a guardarla negli ocelli
coperti di membrana violetta
e un certo sgomento sapere
che guardava da dietro.
ma i tentacoli...i tentacoli
rosa carne con venature fucsia
da turgidi opimi all'addome
a lunghi sottili filamentosi quasi
roba da avvolgerti legarti
immobilizzarti
farti scivolare nel rosso fragola
della sua bocca profonda
esserne succhiato svuotato
sputato esausto esangue
che orgasmo...ragazzi!

Staccate dal gambo al momento giusto

Due sono le cose
meravigliose
di un pomeriggio
passato a caso
fra le tue
due rose.
Sperando nel vuoto
e già in viaggio
per dove
lasciavo la luna
alle spalle
aspirando dalle nuvole
tutte le mie
idee nuove.

Vampirya

 
A morsi amarsi…ecco, è questa la via!
Rimesciando il sangue con la notte.
Curando coi morsi la malattia,
Senza più fare a pugni colla sorte.

 

Subendo l’incanto della tua luna,
Staccarsi, dalla mia terra, in volo
Senza avere più remore alcuna
Ma con la voglia di non restare solo.

 

 Delle ali facemmo remi fendenti
Il mare dell’oscurità e diretti
A scagionare l’alba dalle menti.

 

 Di una sola pena siamo costretti:
Nei bei colli affondare i denti
Per non più dalla sete essere stretti.
 

Come un tempo...

 

Come un tempo i nostri eroi,
(Principi, cavalieri e maghi),
Sui destrieri, uccidevano draghi,
Così la sorte ha designato noi.

Verso i confini noi siamo diretti,
Eternità ancora da esplorare…
Viaggiando senza guardare
La bianca scia degli spettri.

A te la luce, a me la poesia
Per difenderci da quei raggi
Che balenano ai bordi del cielo,

Insiemi di comete come oltraggi
Cuciti da galassie e da magia,
Trovando l’antidoto al siero.
 

Organizzando Fantasmi

 

Inchioderò le vostre lingue
gocciolanti di menzogne
e bifidi maligni inganni,
sulla punta d’una spada nera
al vostro palato stretto,
avvezzo al fango come cibo,
striscianti e viscidi cantori
nell’uso improprio della lingua
in leccornia di parti ignobili,
genuflessi in gioco sordido.

Saranno schegge d’ossa
e lamenti e sangue a schizzi
poltiglia di vermi anonimi,
il vostro epitaffio caduco,
sotto gli zoccoli di ferro
del mio destriero Bianco.

Di strali inutili a bersaglio
il mio scudo è temprato
a rintuzzar veleno al mittente,
ché se è pericoloso destare
il cane pur buono che dorme,
immaginatevi l’ira del Drago!

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