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Favole e Fiabe

La mia stella

Ogni fine giornata mi piaceva passare per la spiaggia prima di tornare a casa.
Mi sedevo sulla sabbia a guardare verso il mare e poi in cielo, dove ogni sera, come il buio faceva da padrone, compariva la mia stella.
Non era come le altre, mi guardava, mi parlava e mi consigliava.
Non sentivo le sue parole, ma sentivo che mi sfiorava il cuore e io capivo cosa voleva comunicarmi.
Era la stella più luminosa, più bella.
Un giorno dovetti partire lontano, in un posto senza mare, speravo che comunque avrei potuto continuare ad incontrarmi con la mia stella.
Ogni sera come faceva buio mi affacciavo alla finestra e la cercavo, ma non sono riuscito più a vederla, non ho sentito più il suo calore e le sue carezze al mio cuore.
Come era possibile? Una stella non può sparire da un giorno all'altro, non può essersi spenta così.
Più passavano i giorni e più la malinconia aumentava e la mia stella ormai era sparita per sempre.
Diventai vecchio e dovetti smettere di lavorare.
Con i pochi soldi racimolati presi la decisione di tornare alla mia terra, di tornare dove c'era il mare.
E così feci.
Era cambiata molto la mia terra, il progresso provoca modifiche irreparabili, però ritrovai la mia spiaggia, bella, bianca e con il mare meraviglioso che l'accarezzava con le onde.
Una notte mi ritrovai di nuovo a passeggiare sulla sabbia di notte e ad un tratto sentii una voce che mi chiamava, ma che sembrava venisse da nessuna parte.
Alzai lo sguardo e rividi la mia stella, sempre bella e luminosa, che mi sorrideva.
“Ti ho aspettato tutto il tempo e sapevo che saresti tornato, adesso non potremo più separarci e non avrai nemmeno bisogno di venire in spiaggia tutti i giorni”
“Perché non devo venire in spiaggia, il mio cuore ha bisogno delle tue carezze” le chiesi quasi implorante.
“Non ci sarà bisogno perché adesso verrai da me e non ci separeremo più, e il tuo cuore potrà avere tutte le carezze che non ha mai avuto”
“E come sarà possibile tutto questo?” dissi...
La stella rispose semplicemente:
“Chiudi gli occhi”

Franco

La leggenda del frate che aveva braccia, mani e cuore, da regalare. (Ovvero una storiella per la bimba)

Lodate il signore con umiltà,
diceva il frate lungo la via che portava
verso il margine destro del fiume,
chiedeva noci e lasciava una mano
sul capo del generoso che sorrideva.
 
Non ricordo se era alto o basso,
se camminava veloce oppure lentamente
quando calpestava il terreno
sotto i suoi piedi di sandali vestiti,
ma credeva in qualcosa che abbiamo perduto
negli anni del tempo
che tra noi e lui sono volati.
 
Un giorno incontrò un lupo
che spaventava gli abitanti di quel paese,
gli andò incontro e parlarono a lungo,
che il lupo restava seduto sulle sue zampe
e ascoltava cosa aveva da dirgli
e alla fine guardò per terra e si girò
e andò via e nessuno ne seppe più nulla
che chissà in quali terre andò
e in quali altre terre lasciò
le sue orme di lupo…
 
Un’altra volta parlò agli uccellini
e questi piano smisero
di cinguettare sopra quell’albero
e lui di sotto che parlava
del Signore del cielo e degli uccellini,
eppure loro in silenzio lo ascoltavano
e poi ricominciarono a cinguettare
più forte di prima e lui se ne andò via
che quello che doveva fare lo aveva fatto.
 
A volte mi domando quante volte
noi abbiamo provato a parlare
con il cattivo e con il buono, forse mai…
Elios, Anemos, Thanatos …
eppure nel castello dividevano la tassa
sul grano e sul sangue e ridevano
che nessuno li poteva sopportare più.
 

Prima della sera

Lei, lui.
 
Il muro contiene radici e pietraia.
Forse è più secco il suo cuore che il sole nella vasca.
 
Le serpi origliano passi ma trovano l’ombra delle cicale,
che non basta, anzi le arrabbia.
 
Niente di più ci assiste declinando l’afa al fresco.
Niente ci coinvonge meno delle radici esposte.
 
Tra di loro scaviamo una tana di corpi
per le nostre fluide carezze.
 
Siamo complici dei rami e reggiamo foglie di calma
quasi fossero porzioni di pause.
 
Se cadi ora,
come una pesca satura di mezzogiorno
avrai dimora nella mia fame.
 
Se ti lasci baciare, amor mio,
sarò dimora delle tue stelle
mentre le accendo.

L'uccello rosso

 

Poggiato tra le foglie
il flamenco
sorseggia l'acqua della luna
tremolante la mangrovia
suona l'ultima emozione.

Saltano nel mare
come pagliacci
pesci colorati
mentre le stelle marine
disegnano sul fondo
colori di una piscina.

L'uccello rosso
mi regala
una delle sue
piume
la porterò al castello
di sabbia
della regina bambina
disegnerà il mio volto
sul vetro della sala delle udienze.

Cinderella

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(Sulle note di I sogni son desideri)
 

Mentre le urla tentano di coprirla
gattonando
come bestia lustra a nuovo i pavimenti

lei non sente

è uno specchio il suo sorriso
che rimanda il brutto al passo dell’avvio.

Stracci stanchi
sono gli abiti della vita buia
che di gelo velano il soffio antico

lei è caparbia
 
misteriose nenie riesce ancora a intonare
quando con la mente plana sul lustro che l’attende.

Non ha fretta
e con mano lesta
asciuga un’altra goccia ancora

lei sa bene

a denti stretti aspetta
che giunga la sua amata sera.

tiziana mignosa
11 2009

 

note dell'autrice: siamo un po' tutte Cinderella!

Il giorno in cui la Luna disse agli uomini.

 
Il giorno in cui la Luna disse a tutti gli uomini, riunendoli sul suo trampolino d’argento disteso sul mare come un punto esclamativo di stupore, che non avrebbero più potuta averla a testimone dei loro amori più sensibili e potenti, fu di una atrocità bestiale. Fu un momento di lutto coinvolgente.
Il cielo restò nero e come assenti le stelle caddero in un silenzio complessivo;  spensero le luci ogni sera e se ne andarono in altri cieli a parlottare.
Il sole ch’era atteso ogni mattina, smise di pergolare sopra il patio. Restava triste e come indolente lasciò che fosse poi la Terra a rotolare.
Gli uomini allora, e tra di loro i più giovani e superbi, presero a dirsi le ragioni di quell’oscuramento irreale. Finì persino a botte in qualche luogo ma poiché il buio era completo, qualcuno fece in tempo a rifiatare.
A nessuno venne in mente che la Luna in quanto donna aveva un cuore ampio ma delicato quanto un giovane papavero, né che i suoi crateri fossero intense piaghe di solitudine.
Furono allora le donne che da ogni villaggio materno della Terra si mossero come una sola grande volontà e raccolto ognuna un fiore notturno - che è un fiore candido con sette petali, foglie come mani levate al cielo e un profumo di calma e di purezza - si recarono nei punti d’acqua più vicini e lanciarono i fiori nella direzione presunta della spada d’argento che ogni sera la Luna sguainava in difesa dei giovani amanti.
Furono così tante che quel fiore sparì dalla Terra, pure se ognuna ne aveva colto uno soltanto.

Il tramonto e la luna

Il romantico tramonto
si scocciò di colpo
di fare innamorare il mondo.
Si tuffò nel mare spegnendo il sole
e passò il gravoso compito
alla candida luna piena.

Franco

Cappuccetto rosso *oh, la bella storia!*

Lontana dal paese è la casetta
della cara nonnina ch’è malata.

- Vorrà la bimba a mamma far piacere,
recarsi a visitarla a mezzogiorno?

La strada, bada, passa per la selva.
Non entrarci, chè il lupo puoi incontrare.

Eccoti il panierin con la merenda
e qualche buona cosa per la nonna.

Mi raccomando, sul sentier t’affretta
e troppo non tardare a ritornare.-

E’ brava Cappuccetto e ben vuole alla nonna,
pregusta i suoi dolcetti, le piccole sorprese,
inoltre a camminare il ciel seren l’invita;
così la fanciulletta in breve tempo è pronta.

- La mamma stia tranquilla.
Farà come le ha detto.
Già tante volte è andata a casa della nonna.
Prima che il Sol tramonti, indietro lei sarà.-

Tutti noi ben sappiamo come finì la storia:

a Cappuccetto caro fu passeggiar nel bosco,
non conoscendo il Lupo gli rivelò la meta
e, in veste della nonna, la fiera la mangiò.

I bimbi ancora oggi, nell’ascoltar la fiaba,
come con lei, contenti s’aggirano nel bosco.
Così ora sentendosi nel ventre della belva
reagiscono con grida, s’arrabbian tanto tanto.

Candidi come sono, la colpa è sol del lupo.

A questo punto giunge il prode cacciatore.
Ucciso è il cattivone.
La vecchia e la bambina rinascon dal pancione.

Son tante le morali di questa storia bella.
A voi sta ricercarle poi che il racconto ha fine.

 

 

Appetito

Il topolino errante
a caval delle sue gambe,
traversato il verde orto,
infilata ha la dispensa.

Ha da poco rosicchiata
la carota profumata,
ma gli brontola il pancino
chè gli manca il formaggino.

Tira su con il nasino,
gli vacillan le ginocchia,
dal piacere quasi sviene
per l’effluvio prelibato
di un gran cacio ritrovato.

Tutto intento a rosicare,
abbassata, ahimè, ha la guardia
ed il gatto, lì acquattato,
con un balzo lo sorprende.

Dalla bocca del felino
ti saluta col codino.
 

L'Ultimo Velo, fiaba scritta ed illustrata da Antonella Iurilli Duhamel

Tutti erano lì a chiedersi: “Perché? Leggi tutto »

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